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domenica, 24 maggio 2009

Gaudi, maestro del dub

A X-Factor garantisce - in qualità di vocal coach - per una ventata di freschezza e professionalità: Gaudi (che negli Anni Novanta ancora si faceva chiamare con il suo nome per intero, Lele Gaudi, e faceva musica reggae) ha finito per sfondare la barriera della convenzionalità incuneando la sua ricerca sonora nel giro delle discoteche e dei club del mondo.
La sua arte, che è anche gioco, si esprime in una convinta sintesi culturale di Oriente e Occidente, e la sua tecnica si basa sul sound system, le cui radici si intrecciano con quelle dello ska e del reggae.
  










Su Gaudi vedi anche l'articolo "Il theremin".

Accurate recensioni dei suoi dischi e svariati soundclips sono disponibili su Allmusic.com.



postato da: frankobrain alle ore 03:28 | link | commenti
categorie: musica, world, video, elettronica, reggae, hip hop, hiphop, x factor, x-factor
martedì, 21 aprile 2009

La chiave del successo di 'X-Factor'

Aldo Grasso, American Idol, Amici di Maria De Filippi, Antonio Dipollina, Bruno Vespa, Daniele Magro

Record su iTunes per i ragazzi di X-Factor: occupano infatti 8 delle prime 10 posizioni (l'anno scorso furono 7 su 10). E molti giornalisti spiegano il perché questo talent show viene preferito da persone colte, mentre - in percentuale - le meno colte seguono Amici (e comprano i dischi del vincitore dell'anno scorso Marco Carta).

Elio e le storie tese, Festival di Sanremo, Francesco Facchinetti, Giusy Ferreri, Jury Magliolo, L'isola dei famosi, La Corrida, La fattoria, Le Iene, Magnolia, Mara Maionchi, Marco Carta, Marco Mangiarotti

Walter Siti (La Stampa): "Okèy allora, proviamo ad analizzare le ragioni di questo successo tra gli spettatori più acculturati. La prima ragione è certamente il livello dei cantanti e dei brani musicali; ci si trova di fronte a dei quasi-professionisti, anche perché qui non cantano solo ragazzini (uno dei finalisti è più anziano di uno dei giudici). I brani sono cover di pezzi «storici» del pop e rock e punk degli Anni 70-80 (dai Led Zeppelin ai Ramones) o anche brani rari dei cantautori italiani più difficili - roba che allora non passava in televisione; gli intellettuali quarantenni hanno la soddisfazione di ascoltare sulla Rai la musica che consideravano trasgressiva quand'erano giovani e i giovani vedono nel trentasettenne Morgan uno «che ci capisce» e può guidarli alle bellezze della musica. La seconda ragione è l'estrema sobrietà degli autori nel dosare gli elementi di reality: anche nella striscia quotidiana i concorrenti vengono spiati nelle prove e nei dubbi professionali, ma non si va a frugare nel loro privato (qui si dovrebbero formare le star e le star hanno bisogno di un po' di mistero); siccome il reality è ormai percepito come la quintessenza del trash, la sua assenza funziona come patente di nobiltà. Una terza ragione è la confezione accurata del programma: studio enorme e costosissimo, clip impeccabili sia tecnicamente che narrativamente; le coreografie internazionali e glamour di Luca Tomassini, fari come lame che tagliano il buio; un ritmo serrato e un presentatore che sembra un telepredicatore americano; abbastanza per soddisfare i bisogni cosmopoliti dello spettatore medio-colto, per dargli l'impressione di non essere alla Rai. Forse il segreto del successo di X Factor è proprio la sua disponibilità a esser letto con o senza virgolette; dal laureato standard o dall'impiegato del terziario, il programma viene ingenuamente goduto come approccio importante alla musica; le discussioni tra Morgan e la Maionchi vengono prese sul serio e fanno riflettere; tre giovanotti trentini con sonorità da coro di montagna possono essere considerati il massimo del rock duro e pericoloso."

Aldo Grasso (Corriere della Sera): "Con il genere dei talent show e con il trionfo di American Idol si sancisce qualcosa di nuovo. La tv riscrive le regole del gioco, come in passato ha fatto con lo sport, con la politica, con la serialità, con la divulgazione, con l'informazione, ecc. X Factor è un programma televisivo che appartiene alla grande famiglia dei reality (le nomination, la striscia quotidiana, la telecamera che spia le prove, le selezioni...) e si occupa di musica. Poi, certo, bisogna riconoscere che Simona Ventura è stata brava a "domare" Morgan (a far sì che il suo protagonismo non oscurasse i concorrenti), a trasformare Mara Maionchi in personaggio e a infonderci la certezza che X Factor fosse meglio di Amici."

Marco Mangiarotti (Qn): "Comunque vada sarà un successo. Non solo perché è il programma preferito dai laureati, come le famose cucine amate dagli italiani. E' cresciuto il format, sono arrivati gli ospiti star come nei serali di Raiuno. Migliorato lo spettacolo e l'equilibrio fra conduttore e giudici. X Factor è il nuovo gioco di società per chi ama la musica per adulti (e pensa che Amici sia roba da ragazzini, mamme e nonne). Se poi questa fetta di torta vale il 15 abbondante per cento, si può parlare di ascolti buoni per la rete ma sprattutto di un format che sfata un luogo comune: la musica non funziona in tv. E un altro ancora: che in un talent non si debba parlare troppo di musica sennò non è popolare. Bravi comunque tutti, Francesco, Simona, Mara, Morgan (quello che fa la differenza con chi ha laurea e dottorato), quelli di Magnolia."

Norma Rangeri (Il Manifesto): "Si è parlato di musica con un linguaggio divulgativo non banale, analizzando le esibizioni con competenza tecnica, sceneggiando divertenti battibecchi tra esperti, portando in gara giovani con qualche talento da vendere, dando un ruolo agli ospiti musicali. Il fattore X, alla fine individuato nell'impiegato quarantenne, Matteo Becucci, va esteso anche alla coppia Maionchi-Morgan, giudici-sponsor dei concorrenti, diventati a loro volta personaggi della ribalta televisiva, insieme al giovane conduttore Facchinetti."

Il poeta Giuseppe Conte per Il Giornale: "X Factor non l'avevo mai visto prima dell'ultima puntata. Non sapevo bene in che cosa consistesse, e non mi veniva voglia di saperlo. Ma se dicessi di essermi annoiato seguendo sul piccolo schermo la finale di domenica, allora mentirei. Non mi sono neppure entusiasmato, d'accordo, ma l'entusiasmo lo riservo ad altre esperienze. Mi ha preso il clima iniziale, sin dalla sigla. Mi è sembrato di entrare in un luogo sospeso che fosse a metà discoteca e a metà astronave da film di fantascienza. Di essere risucchiato in un videogioco, con danze scatenate e supereroi di plastica. Devo dire che ero rimasto a Francesco Facchinetti come Dj Francesco, seminudo, saltellante e tatuato sino all'esasperazione:e me lo ritrovo in smoking portato bene, persino con le bretelle rosse, che presenta lo spettacolo con freschezza, semplicità, naturalezza, in una lingua che non si vieta niente: citazioni scolastiche («ai posteri l'ardua sentenza»), inglese maccheronico (push the botton, o bottom? Insomma qualcosa del genere), dialetto lombardo (ocio!). In fondo, la metamorfosi di questo ragazzo dimostra che per fare i conduttori televisivi, cioè assumere il ruolo più ambito nella società italiana di oggi, bastano fortuna e umiltà. Capisco che molto del successo della trasmissione dipende dalla giuria che seleziona e giudica gli aspiranti cantanti, e mi soffermo con attenzione sulle figure dei componenti della giuria stessa. Che dire di Simona Ventura? Sottratta al ruolo di conduttrice, mi sembra sottotono, quest'ultima sera. Stanca, il trucco in disfacimento, persino un po' gonfia in viso. La sua preoccupazione maggiore è quella di ravvivarsi con una mano la pettinatura a onde, senza quella esibizione di energia allo stato puro, incurante di apparire signorile e femminile, che le ha tanto giovato nella sua ricchissima carriera. Mara Maionchi, di cui non ho fatto in tempo a capire le competenze, ha ripetuto spesso di essersi molto divertita nel corso del programma, e ha sottolineato il concetto con clamorose risate, sottolineate a loro volta da una clamorosa dentatura. Infine Morgan, Sir Morgan, il pirata Morgan. È lui il responsabile della colorazione culturale che la trasmissione prende. Morgan è un intellettuale, ma un intellettuale che non teme di crearsi un personaggio, quasi una maschera, riconoscibile dai vestiti stravaganti e vagamente byroniani, dai capelli abilissimamente spettinati, dalle pose ora romantiche ora pop, dall'eloquio che tende sempre verso la concettosità critica, che conosce pause, esitazioni, messe a fuoco. Ricordo anni fa di aver ricevuto un suo volume di poesie. Già allora il suo aspetto tendeva alla maschera e all'ambiguità. La foto in copertina era quella di un essere androgino con i capelli lunghi, il nome per me poteva benissimo essere femminile. Mi incuriosì. Fui quasi deluso quando seppi che era il cantante dei Bluvertigo, gruppo che naturalmente non conoscevo. Nei discorsi del giurato Morgan si sente che sa di letteratura e di musica. Si sente il timbro di chi è capace di rivalutare la tradizione con iniezioni di modernità. Di chi non esita a parlare di «profondità dell'anima». Riferendosi a una canzone celebre di Riccardo Cocciante, se ne esce con una espressione geniale: «Sembra antica tanto è bella». Mi delude solo quando giudica da crooner, cioè da cantante confidenziale, da nigth club, una canzone deliziosamente urlata come A chi di Fausto Leali, che ai suoi tempi lontani ricordo intonata da garzoni di fornaio in bicicletta di primo mattino per Milano, vero segno di una popolarità che nessun crooner ha mai raggiunto. I concorrenti aspiranti cantanti sono i protagonisti della parte musicale del programma. Non sta a me parlare delle canzoni. I personaggi però sono interessanti. Un ragazzo bresciano teneramente bruttino ma con l'aria vispa e sveglia, un tempo si sarebbe detto da benzinaro, oggi magari da laureato al Dams. Tre punkettoni trentini, un po' simpatici e un po' truculenti, dalle facce che sembrano uscite dal Signore degli anelli, inenarrabili quando appaiono vestiti da sera. E un giovane livornese, alla fine risultato il vincitore, sobrio padre di famiglia trentottenne dalla voce appassionata e potente."

Gianluigi Paragone (Libero): "Anche X Factor invecchierà, nel frattempo però teniamocelo stretto perché è un giocattolo divertente. Teniamoci stretti questi ragazzi. Scarichiamo, compriamo e duplichiamo i loro pezzi. Facciamoli girare in radio e se ci capita buttiamo la testa quando sappiamo di loro concerti. Li abbiamo adottati in tv, facciamoli ora crescere nelle nostre giornate, nei nostri momenti. Perché a questo serve la musica, a sottolineare dei momenti. Quando la musica sta appesa lì e nessuno se la prende vuol dire che è muta. E poi confrontiamo le nostre emozioni, anche quelle più banali. Io mi sono divertito a televotare, ho giocato con mia moglie, qualche collega e qualche amico. Non mi è piaciuto Matteo (bravo sì, ma mi sembra un Massimo Di Cataldo qualsiasi). Mi sono piaciuti i Bastards (se ve ne frega siete in una delle mie playlist), ascolterei ancora Noemi e Daniele. Infine ho tifato Jury. Peccato che sia finito? Certo che no, lunedì è finito il programma. Ora ricomincia a battere la musica. Altrove, cioè dappertutto."

Marco Molendini, Matteo Becucci, Milly Carlucci, Mirella Poggialini, Morgan, Noemi, Norma Rangeri, Quelli che il calcio e...

Beh, non bisogna necessariamente essere supercolti per preferire X-Factor: qui non si tratta di lauree, ma di cervello. Basta possederne una minima parte per rendersi conto delle enormi differenze tra il programma presentato da DJ Francesco e il semi-reality della DeFilippi. Se poi la concorrenza di X-Factor è rappresentata da La Fattoria anziché da Amici, la scelta riesce ancora più facile. Ma è praticamente sempre stato così: Mediaset per chi ha i pensieri "pigri"; la RAI per i meno deficienti.

Simona Ventura, The Bastard Sons of Dioniso, X Factor

postato da: frankobrain alle ore 16:19 | link | commenti (4)
categorie: musica, world, rock, funk, blues, reggae, pop , x factor, x-factor
venerdì, 17 aprile 2009

PirateBay.org

In Internet scaricano tutti: studenti, lavoratori, casalinghe, i figli per i genitori, non poche volte persino i genitori per i figli, i ministri... Impossibile negarlo. Addirittura i preti che non vogliono o non hanno tempo di scivere un sermone se lo scaricano dalla Rete (il caso è già stato discusso in Vaticano). La dura condanna del tribunale di Stoccolma ai quattro responsabili di The Pirate Bay (un anno di prigione e il pagamento di circa 2,7 milioni di euro) non cambia nulla: il sito continua a funzionare, e anche una sua eventuale cancellazione porterebbe ben poco ai censori: di "baie" telematiche, infatti, ce ne sono tantissime, e ogni giorno ne nasce una nuova.
Il governo di Berlusconi, il primo al mondo a oscurare il server, non ha fatto i conti con l'abilità dei cibernauti, che in pochi minuti possono facilmente aggirare il blocco degli ISP (
vedi qui).

  

Don't worry - we're from the internets. It's going to be alright. :-)

"Le masse" ha assicurato Peter Sunde, che è un membro di Piratbyrån, "capiscono che l'informazione deve essere libera". Al processo, Sunde ha mostrato alla giuria i dati di una ricerca secondo cui l'80% dei contenuti scambiati sul tracker è perfettamente legale; ma i colossi dell'industria d'entertainment non hanno voluto sentire ragioni: loro pretendevano il carcere per i quattro imputati e una richiesta di risarcimento pari a ben 117 milioni di corone svedesi, ovvero 10,6 milioni di euro. Dicono i ragazzi di PirateBay.org: "La sentenza non ha conseguenze formali ed è priva di valore giuridico".

Più che legale, il problema è economico. Un CD o un DVD nuovo hanno un prezzo troppo alto. E' facile diventare ricchi vendendo a peso d'oro una cosa che viene replicata a un costo irrisorio. In Italia la questione è particolarmente grave in quanto un CD che negli USA costa 10$ da noi viene posto in commercio a una cifra almeno tre volte superiore.

Il galeone dei corsari continerà sempre a solcare i mari

Il giudice svedese è stato fazioso e ha palesemente voluto punire il ruolo "filosofico" di PirateBay, che con grande impudenza si permette di ridere in faccia ai colossi della disco/cinematografia. Se la sentenza passasse, Internet cadrebbe defnitivamente nelle mani dei profittatori, degli squali della pubblicità, dei manipolatori dell'informazione, smettendo di essere il "luogo" in cui ci si scambiava in maniera totalmente libera idee e opinioni (cosa che accadeva soprattutto dal suo nascere a verso la fine degli Anni Novanta; i pionieri della Rete se lo ricorderanno e mi daranno certamente ragione).


Dalle News Apcom di venerdì 17 aprile 2009:

Internet. Autore libro su Pirate Bay: diventerà caso politico

Dopo sentenza, secondo giornalista Luca Neri, non cambia nulla

Roma, 17 apr. (Apcom) - "Dal punto di vista pratico non cambia nulla. Il sito continua e continuerà a funzionare. Ciò che è interessante è che lo scontro passerà a livello politico". E' quanto prevede lo scrittore e giornalista Luca Neri, autore de "La baia dei pirati - Assalto al copyright" (edizioni Cooper), il primo libro uscito in Italia che racconta la storia e i retroscena del caso di PirateBay.org, nel giorno in cui il tribunale di Stoccolma ha condannato a un anno di prigione e al pagamento di circa 2,7 milioni di euro i quattro creatori del popolare sito di file sharing, ritenendoli colpevoli di complicità nella violazione delle leggi sul diritto d'autore.

[...] "Si tratta di una sentenza di primo grado, dobbiamo aspettare quella definitiva - ha detto Neri al telefono con Apcom da New York, aggiungendo - e in ogni caso i gestori del sito hanno già annunciato a fine 2006 di aver distribuito il sistema in giro per il mondo, moltiplicando i server sui quali si appoggia".

PirateBay.org ha innescato il più importante processo nella battaglia dell'industria culturale contro la pirateria. I quattro corsari - i tre gestori Frederik Neij, Gottfrid Svartholm Warg e Peter Sunde, e il principale finanziatore Carl Lundstrom - dovranno versare 30 milioni di corone per i danni causati all'industria musicale, del cinema e degli audiovisivi che chiedeva 117 milioni di corone per i mancati introiti causati dal download illegale: "Questa sentenza si differenzia dai casi precedenti, come Kazaa o Napster, perchè non siamo di fronte a imprese commerciali che perseguono fini di lucro, ma a veri e propri paladini di internet libero, ragazzi portavoce di un movimento che crede di essere nel giusto". Per loro - ha spiegato il freelance che vive da più di vent'anni negli Stati Uniti - la tecnologia offre la possibilità di far circolare il sapere e la cultura, un'opportunità non va persa.

Ma cosa si deve leggere tra le righe della sentenza di oggi, seppur di primo grado? "Il messaggio è che la legge non è pronta ad accettare questa rivoluzione tecnologica - ha affermato Neri, per il quale la pubblicità delle multinazionali dell'audiovisivo contro la pirateria è pura propaganda, preannunciando - ora lo scontro si sposterà a livello politico". A inizio 2006 è nato "Piratpartiet", il partito pirata, che ha intenzione di presentarsi alle Europee. "E' una formazione piccola, ma gli iscritti hanno già superato quelli del partito verde, un'istituzione in Svezia", ha detto Neri, ricordando che il successo di internet è legato al concetto di "piattaforma libera", e le leggi di regolamentazione di cui si discute in Europa vanno contro la stessa natura del mezzo. "Negli Stati Uniti non se ne parla proprio - conclude il giornalista - sarà perchè il primo emendamento della Costituzione sulla libertà d'espressione è intoccabile". Nel suo libro c'è anche un riferimento a Roberto Maroni, musicista mancato, che in un'intervista a Vanity Fair due anni fa rivendicava la "libera scaricabilità della musica".
 

postato da: frankobrain alle ore 23:49 | link | commenti
categorie: musica, internet, world, video, dvd
martedì, 14 aprile 2009

Pippo Pollina, annuncio

Ricevo e con piacere rigiro l'ultima newsletter di Pippo Pollina, artista siciliano che ormai da una vita vive in Svizzera:

<< Cari amici vicini e lontani,

Liebe Freundinnen und Freunden,

La situazione della cultura in Italia è sempre stata critica per tanti e tanti motivi che sarebbe troppo lungo stare qui a spiegare. Da qualche anno a questa parte pero’ gli eventi stanno precipitando a tal punto che molti musicisti e attori hanno seri problemi a sopravvivere.Trovare concerti è diventata un’operazione seriamente complicata anche perchè gli enti locali hanno decimato i fondi destinati all’organizzazione di festivals e rassegne musicali. Molti artisti aspettano l’estate nella speranza di riuscire a chiudere qualche serata mettendo in moto i rapporti personali con qualche politico amico, frutto di una vita " on the road ".

Sono passati quasi 24 anni da quando ho deciso di lasciare l’Italia e oggi piu’ di ieri il desiderio di essere artisticamente presente nel mio paese è forte e... forse nel suo piccolo anche importante...

Sono felice di annunciarvi di nuovo una piccola tournèe di 5 concerti in Italia, una settimana di spettacoli che vuole essere la prima di una nuova serie che spero possa avere luogo durante tutto il 2009... Spero quindi che tutti coloro che ricevono questa e-mail possano cogliere l’occasione di venire a visitare uno di questi concerti localizzando la città piu’ vicina.

 

I concerti si terranno al centro - nord.

 

Ecco le date :

 

Pippo Pollina & Linard Bardill, Caffè Caflisch Tour

Martedì 28 Aprile TRIESTE           Teatro Miela

Pippo Pollina Solo A’ la carte

Giovedì 30 Aprile BERGAMO        Auditorium

Venerdì 01 Maggio ORVIETO       Sala del Carmine

Sabato 02 Maggio PISA               Centro Sociale Rebeldia

Domenia 03 Maggio PETRITOLI (AP)         Teatro dell’Iride

 

Per Informazioni e prenotazioni biglietti spedite una e mail a :

Info@pippopollina.com  >>

postato da: frankobrain alle ore 01:20 | link | commenti
categorie: musica, world, rock, blues, pop
mercoledì, 01 aprile 2009

Chumbawamba

I Chumbawamba sono un collettivo musicale di Leeds (GB) formatosi agli inizi degli Anni Ottanta e originariamente dedito al punk rock. In questi due decenni i Chumbawamba hanno cambiato più volte formazione, intraprendendo i più disparati percorsi di ricerca sonora. Si va dalla redenzione di canti e inni di lotta proletaria (l'Internazionale, ballate di Victor Jara, ecc.) al rock discotecaro di Tubthumper (erano gli Anni Novanta e il gruppo si autoproiettò nel mainstream grazie al fortunato singolo "Tubthumping").

Chumbawamba Chumbawamba - Singsong And A Scrap Nel 2006, con A Singsong And A Scrap, i Chumbawamba sono tornati a riabbracciare la tradizione folk, dopo aver deviato dal loro sentiero con il controverso output precedente.  
E' una band eccezionale, in qualsiasi veste stilistica si presenti. Ma la vera forza dell'armata Chumbawamba consiste nelle esibizioni dal vivo. Alice, Dunstan, Jude, Luc, Harry, Danbert & Co. hanno fatto negli ultimi anni alcune tournée sia con la loro formazione acustica sia con quella "urban folk". In tanti si chiedono quando torneranno finalmente in Italia. Nel nostro Paese c'erano stati nel novembre 1997, ma allora Danbert Nobacon, il cantante, venne scambiato dalla polizia di Firenze per un travestito e trattenuto in stato di fermo per ben sei ore in questura, e noi pensiamo che quell'esperienza sia stata sufficiente per loro... "Italy? No thanks!"

A Singsong And A Scrap  è un ennesimo gioiello della loro ormai solida discografia, anche se rimangono comunque insuperabili English Rebel Songs 1381-1984, Readymades and Then Some, Un  e il programmatico Anarchy. In A Singsong..., i toni non vengono mai calcati, pur se i temi sono, come al solito, politically incorrect: il fondamentalismo, l'animalismo, racconti di vecchi punk incontrati al pub sotto casa, operai morti sul lavoro... Dalla nostra tradizione hanno recuperato una "Bella ciao" a cui, subito dopo il G8 di Genova, hanno mutato il testo (la canzone è un omaggio a Carlo Giuliani). Inoltre, evocano la memoria di Joe Strummer (vedi post precedente) con una versione a cappella di "Bankrobber" ("Mio padre era un rapinatore / Ma non ha mai fatto male a nessuno / Gli piaceva vivere a quel modo / Gli piaceva rubare i tuoi soldi").

Nonostante sia stato gettato nel bollente calderone della mercificazione, questo gruppo anarchico di Leeds rimane sempre fedele a se stesso, al principio "democratico" che ne giustifica l'esistenza. Prova ne è che sul sito www.chumba.com ci sono molti .mp3 da scaricare gratuitamente.

 

postato da: frankobrain alle ore 20:06 | link | commenti (2)
categorie: musica, world, folk, rock, blues, country, pop , hip hop, hiphop, progressive
martedì, 31 marzo 2009

Joe Strummer

Il futuro non è stato ancora scritto...
"The future is unwritten." (Joe Strummer)

Il suo vero nome era John Graham Mellor, veniva da una famiglia dell'alta borghesia e decise di assumere il nome in codice "Strummer" (strum = "strimpellare", e dunque strummer è lo "strimpellatore").

Era di apparente buona salute quando morì a soli 50 anni, il 22 dicembre 2002. La sua famiglia pregò gli amici e gli ammiratori di non portare corone di fiori al suo funerale, bensì di fare un'offerta per il Mandela SOS Fundraising. Joe aveva da poco scritto una canzone, "46664", che Bono degli U2 avrebbe cantato il 29 novembre 2003 a Città del Capo in un memorabile concerto in onore di Nelson Mandela. "46664" era il numero di identificazione che avevano dato in prigione al leader del movimento anti-apartheid.

Dunque Strummer era un sobrio idealista? Per molti era un esponente del surrealismo, e indicativo in questo senso è il fatto che amava Captain Beefheart a tal punto da invitarlo alle sue gig. Per altri era un filosofo, un poeta che sapeva cogliere sia gli aspetti sociali che quelli metafisici dell'esistenza.

"La vita è malata, nessuno sa perché viviamo. Il mondo non sarebbe mai dovuto esistere."


John Graham Mellor, poi noto come Joe Strummer, era nato ad Ankara il 21 agosto 1952, figlio di un diplomatico britannico. Con i genitori viaggiò in Messico, Germania, Egitto, sempre interessandosi degli stili musicali dei singoli Paesi.
Insieme al fratello maggiore David completò gli studi in un collegio londinese - una di quelle scuole assai care destinate ai rampolli dell'élite. "Lì presi un sacco di botte" ebbe a raccontare Joe più tardi. "C'eravamo noi, i residenti in loco, e c'erano gli scolari che venivano solo per le lezioni e poi se ne tornavano a casa. Ebbene, questi ultimi odiavano i residenti, e infatti ce ne combinarono di tutti i colori."
Amava ascoltare i Beatles, The Who, Jimi Hendrix, ma soprattutto i Rolling Stones. Quando in TV vide la clip di "Not Fade Away" degli Stones, ne venne talmente impressionato da mettersi a trascurare gli studi in favore della musica.

My love bigger than a Cadillac
I try to show it and you're drivin' me back
Your love for me has got to be real
For you to know just how I feel...
                  (Rolling Stones, "Not Fade Away")

Capì che un musicista ha il potere di cambiare la visione del mondo della gente, e cambiare la visione del mondo divenne la sua massima aspirazione.
Purtroppo suo fratello David entrò in un'organizzazione razzista, ivi condotto anche dal suo forte interesse per l'occultismo. Divenne sempre più solitario e nel 1970 si suicidò nel Regent Park.
Joe soffrì molto, sebbene lui e Dave non andassero d'accordo su parecchie cose. Lo stesso Joe si trasformò in un ragazzo introverso, solitario, a tratti violento. Ad aggravare tale condizione di "alieno" era il suo inconsueto accento. Per via dell'infanzia da apolide, non parlava come tutti gli altri inglesi; aveva inoltre assunto un'inflessione pseudo-cockney che, alle orecchie di ogni vero londinese, suonava strana, posticcia (come difatti era).
L'inquietitudine lo portò a trasferirsi nel Galles, dove svolse umili lavori in fattorie isolate lasciandosi chiamare Woody Mellor, in onore di Woody Guthrie. Imparò a suonare l'ukulele ed entrò in una band locale, The Vultures.
Dopo poco tempo ritornò a Londra, precisamente a Notting Hill, dove si mischiò agli "squatters", ovvero a quei tipi che risolvono il problema dell'alloggio occupando appartamenti liberi. Fu in tale periodo che reincontrò un vecchio amico, Tymon Dogg, il quale gli insegnò i primi rudimenti della chitarra. L'impresa si rivelò ostica, poiché Strummer era mancino. I chitarristi mancini di solito aggirano l'ostacolo variando l'ordine delle corde (è quanto fece per esempio Jimi Hendrix).
Tymon suonava il violino per strada e Joe gli faceva da "scimmietta", tenendo il cappello per raccogliere gli oboli dei passanti. Poi divenne lui medesimo un busker, strimpellando nei mezzanini dell'Underground. Il suo primo concerto "open air" gli fece guadagnare 1 sterlina e 99 pence. Fondamentalmente conosceva un solo accordo, quello in Sol, con cui poteva però benissimo eseguire brani del tipo "Comes the Rain" (un inno Navajo).
Nel 1974 Joe Strummer fondò insieme a Tymon Dogg i 101ers, denominazione che si rifaceva all'indirizzo del suo ultimo "squat" (101 Walterton Road, London W9). I 101ers iniziarono a esibirsi nei pub ottenendo buone critiche. Le composizioni originali di Strummer e il suo carisma arrecarono al gruppo un contratto discografico; il single si intitolava "Keys To Your Heart".
Ma Joe voleva di più, voleva raggiungere un pubblico vasto per propagare la sua protesta contro il potere. Già allora le sue songs parlavano delle lotte di sopravvivenza cui erano costretti i comuni cittadini. Era però tutt'altro che un rivoluzionario d'hoc. Coltivava infatti la passione per la storia militare, gli piacevano gli eroi del passato nonché stravedeva per le profezie sulla fine del mondo.
Quando, insieme all'amico Tymon, assisté a un concerto di Johnny Rotten e dei suoi Sex Pistols, rimase fulminato: comprese che il punk era il genere musicale che meglio si addiceva al suo carattere e al messaggio che intendeva lanciare. Insieme a Mick Jones (chitarra e voce), Paul Simonon (basso) e Terry Chimes (batteria), si mise a cantare canzoni di "War & Hate": slogan che sostituiva il "Love & Peace" finora inneggiato da gran parte della gioventù e che, a parere di Strummer e non solo, serviva unicamente ad anestetizzare le coscienze. A un certo punto, Chimes venne sostituito da Nicky "Topper" Headon. Sorsero così The Clash ("suono metallico", "fragore"), il più grande gruppo punk rock di tutti i tempi.


The Clash
 
Presso i punkers, le origini sociali di Strummer furono motivo di accese discussioni; tra l'altro il cantante, a dispetto degli anni trascorsi on the road, presentava il tipico aspetto del bravo ragazzo. Si vedeva, insomma, che proveniva da "buona famiglia". Ma d'altra parte nei Clash c'era Jones, che era di estrazione proletaria (viveva insieme alla nonna in una casa popolare di Brixton), e anche Simonon vantava l'appartenenza allo stesso ceto sociale. In quanto a Headon - l'eccellente drummer -, lui aveva il vizio delle droghe pesanti.
La musica dei Clash, inizialmente composta nell'alloggio sociale che allora i quattro occupavano, era influenzata dal reggae, la protesta in suoni delle genti di colore. Uno dei loro primi successi, "White Riots", racconta dei disordini scoppiati durante un Notting Hill Carnival a cui furono presenti (questo particolare bastò per far loro guadagnare la nomea di "ribelli" e per accrescerne la credibilità).
Mentre i Sex Pistols furono il primo gruppo punk in grado di shockare veramente, The Clash si caratterizzarono fin dal principio per i testi coerenti, intelligenti e comprensibili. Rinunciarono spesso alla rumorosità gratuita appunto per far risaltare le parole, come avviene in "Bankrobber":

Mio padre era un rapinatore
Ma non ha mai fatto male a nessuno
Gli piaceva vivere a quel modo
Gli piaceva rubare i tuoi soldi...

(Di questa ballata esiste una valida versione a cappella dei Chumbawumba, che hanno così voluto evocare la memoria di Joe Strummer.)

  

La consacrazione definitiva dei Clash arrivò nel 1978, quando si esibirono al Rock Against Racism in Victoria Park davanti a 90.000 persone. "I Clash sono il miglior gruppo rock del mondo" arrivò a scrivere la rivista Rolling Stone.
Il loro album più significativo è il terzo: London Calling (U.S.A. 1980, ma registrato l'anno prima a Londra).

                                        

19 canzoni che raccontano di droghe e disoccupazione. Un'apocalisse a sfondo sociale in cui si rivendica la validità del rock'n'roll quale arma per combattere le forze del male. Si va dalla sempre attualissima "London Calling" all'amore operaio di "Train in Vain", attraverso la disperata rassegnazione "discotecara" di "Lost in the Supermarket", lo ska richiamante L'opera da tre soldi di "Wrong 'Em Boyo" e la realmente apocalittica - e leggendaria - "Four Horsemen".
Fino a quel momento, Strummer e Jones (i Lennon & McCartney del punk) avevano scritto la maggior parte del loro materiale nell'abitazione della nonna di Jones, che era una delle loro più convinte sostenitrici, e la band si ritrovava piena di debiti. Ma London Calling fece registrare un enorme successo discografico: "Train in Vain" scalò la classifica U.S. dei singles e l'album vendette milioni di copie in tutto il mondo.

Intanto in Inghilterra i Clash non erano più considerati "veri punk": firmare un contratto con un'etichetta americana era considerato dalla base un vendersi al mercato, "proprio come le vecchie, noiose band". Per il secondo album Give 'Em Enough Rope la label aveva sborsato un anticipo di 30.000 sterline, eppure Joe doveva girare ancora - da Camden Town a Notting Hill e ritorno - senza soldi in tasca. Per di più, la loro musica si era sviluppata; un'evoluzione che non piacque ai punkers. Ora facevano in effetti del rock duro, un rockabilly elettrico - un suono più raffinato di ciò che veniva comunemente inteso come hardcore punk. La tournée del '79 negli Stati Uniti fu perciò una sorta di palingenesi per ciascun elemento del quartetto: cambiare aria gioviò loro, e servì anche a sfuggire le rigide catalogazioni cui erano abituati i connazionali. Finalmente approdavano nella patria della musica che più amavano, e l'accoglienza degli americani fu grandiosa. Gli elogi arrivarono persino da quotidiani prestigiosi come The New York Times e The Boston Globe.

    

Strummer rimase un'icona della protesta sociale anche dopo lo scioglimento dei Clash. Nel 1988 si unì al carrozzone anarchico di Rock Against the Rich, un tour promosso dalla rivista Class War  (allora un bimensile che constava di sole otto pagine). Si trattò della più grande campagna anarco-libertaria mai condotta in Gran Bretagna. 


Joe Strummer & The Mescaleros

The Mescaleros, l'ultima sua emanazione musicale, non ebbe il consenso di pubblico che lui si augurava. La gente andava ai concerti per lui, per prendere a pugni l'aria alle note di "(White Man) In Hammersmith Palais" anziché per applaudire il reggae multiculturale di "Bhindi Bhagee" con il ritornello che celebra i pregi del cibo halal. Volevano vedere il cantante dei Clash, celebre formazione che una volta apriva i concerti dei Sex Pistols. Comunque, la tournée che nel 2001-02 portò i Mescaleros in Giappone e negli Stati Uniti fu un successo affatto trascurabile.

Nel 2002, a oltre vent'anni dall'implosione dei Clash, Jones, Strummer e Simonon si rimisero insieme per curare un album "live". Joe aveva traslocato da poco e, durante gli spostamenti, saltarono fuori alcuni nastri contenenti vecchie registrazioni di concerti del suo ex gruppo, in particolare alla Roundhouse di Londra nel 1976, uno show al Lewisham Odeon del 1978 e l'esibizione allo Shea Stadium di New York come spalla degli Who nel 1982. Le bobine erano state registrate direttamente sul banco del mixer da Glyn Johns, il produttore di Combat Rock.
La loro portavoce, Tricia Ronane, spiegò: "Abbiamo un sacco di foto del concerto di New York e alcune videocassette. E' sicuramente una testimonianza molto interessante dell'atmosfera che si respirava a quei tempi. Inoltre stiamo aspettando altri nastri dall'America e dal Giappone, dove furono registrate molte session radiofoniche. Se le condizioni del materiale sono buone, lo pubblicheremo. Ma dovranno deciderlo tutt'e tre."
Era dal 1982 che le loro strade non si incrociavano più, ovvero da quando Mick Jones, dopo la realizzazione di Combat Rock, lasciò il gruppo (o ne venne estromesso) a causa di divergenze nelle aspettative musicali (la famosa "battaglia degli ego" che ha portato allo scioglimento parecchi gruppi). Ma i Clash, sia quelli del punk dinamitardo dei primi due dischi, sia quelli barricaderi, capaci di metabolizzare le radici nere del rock'n'roll per tingerle di tonalità caraibiche in London Calling e Sandinista!, erano rimasti un ricordo vivido e importante, e perciò il progetto del live si presentava attraente. Tanto più che proprio in quel periodo stava vedendo la luce un album-tributo (uno dei tanti) che includeva la partecipazione di Tricky, Leonard Cohen ("Rock the Casbah"), Tom Waits, Primal Scream ("Know Your Rights"), Korn, Ice Cube ("Should I Stay Or Should I Go?"), Rancid e No Doubt.

Purtroppo, due giorni prima di Natale, Joe venne stroncato da un infarto.
"Mi sento un po' il padrino di chi oggi piega la propria musica alle esigenze del mondo" raccontò in un'intervista rilasciata poco prima della sua scomparsa. "Ai nostri giorni i Clash sarebbero in prima fila contro la globalizzazione, contro il G8: non resisterebbero alla tentazione neppure un istante. Ma ora non si può più tornare indietro, il meccanismo si può tutt'al più domare, controllare, non si può affrontare sulle barricate: lo dimostra il fatto che chi protesta è a sua volta un frutto della globalizzazione". E aggiunse: "Se sono diventato un uomo libero, è perché ho sempre conservato le chiavi del mio passato".

 

  

JOE STRUMMER - DISCOGRAFIA ESSENZIALE

Con The Clash:

1977 - The Clash
1978 - Give 'Em Enough Rope
1979 - London Calling
1980 - Sandinista!
1982 - Combat Rock

Solo:

1987 - Walker
1989 - Earthquake Weather

Con The Mescaleros:

1999 - Rock Art and the X-Ray Style
2001 - Global a Go-Go
2003 - (uscito postumo) Streetcore

 

DVD  

Let's Rock Again!
Viva Joe Strummer - The Clash and Beyond. His Life and Times

 

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categorie: musica, world, punk, rock, blues, reggae, violenza
giovedì, 12 marzo 2009

Censurata canzone georgiana al Grand Prix de l'Eurovision

Alla fine rimangono soltanto melodiette sciapite e testi da prima elementare. Il Grand Prix de l'Eurovision, noto anche come Eurovision Song Contest, quest'anno si svolgerà a Mosca dal 12 al 16 maggio. E il gruppo georgiano Stephane And 3G ha ancora pochi giorni per cambiare le parole del loro contributo, che reca il titolo "We Don't Wanna Put In", pena altimenti l'esclusione dalla gara.
Il loro è un discofunk che tra l'altro dice:

"We don't wanna put in, the negative move,
it's killin' the groove
I'm gonna try to shoot in".

"Put in" è inteso come "Putin" e la band georgiana ha ammesso che la loro è proprio una protesta contro il leader russo. Ora però, invece di ritirarsi, si adegueranno, cambiando veramente il testo e quindi calandosi nell'atmosfera qualunquista - o asettica che dir si voglia - che contraddistingue la manifestazione.

Ma anche altre polemiche stano caratterizzando questa edizione del festival europeo. Per la stessa Russia, che ospita l'evento in quanto "campione in carica", canterà... un'ucraina, ovvero Anastasija Prichodko, e la cosa più strana è che la sua canzone, "Mama", ha le parole in ucraino anziché in russo. Molte le critiche, e soltanto pochi hanno voluto vedere in questa storpiatura delle regole un segno di riappacificazione tra i due Paesi.
Al 54simo Eurovision Song Contest partecipano ben 43 nazioni: letteralmente tutti gli Stati europei - compreso San Marino -, con l'esclusione soltanto di Italia e Città del Vaticano.

 Il trio Bonaparti.lv (Lettonia) ha partecipato nel 2007 con un titolo "bocelliano" nella nostra lingua: "Questa notte"

La bulgara Ivelina parteciperà all'Eurovision 2009 con "Ready For Love". Per rappresentare la Gran Bretagna è stata scelta Jade Ewen con "It's My Time". Queste sono due tra le canzoni preferite dal pubblico di Internet. A parte poche eccezioni, canteranno tutti in inglese...

postato da: frankobrain alle ore 13:50 | link | commenti
categorie: musica, world, video, pop
martedì, 13 gennaio 2009

X-Factor: Gaudi un analfabeta della musica?

E' tornato alla grande X-Factor, speziato dalle polemiche dell'eclettico Morgan e dalle solite parolacce (più un gesto dell'ombrello) di Mara Maionchi.

Morgan ha praticamente mandato a quel paese Pippo Baudo (in collegamento telefonico) e si è accapigliato con il suo ex vocal coach, Gaudi. Lo ha accusato di essere bugiardo, di avergli detto che non sarebbe mai tornato a X-Factor e invece rieccolo accanto a Mara, di non essersi davvero diplomato in pianoforte a Bologna, come sostiene, visto che è "un analfabeta della musica". Alle critiche contro Gaudi, si aggiunge anche il vocal coach di Morgan, il serioso Andrea Rodini, il quale accusa: "Se l'Aram Quartet non ha avuto il successo di Giusy è colpa sua. Non è abbastanza preparato". Gaudi tace, poi ribatte, poi boccheggia. E' paonazzo. E sulla questione del conservatorio cala il silenzio.


  I tre giudici ai provini

Sul palco, appena citati, tornano gli Aram, vincitori della prima edizione. Autoironici, intonano la canzone di Giusy Ferreri. Questa spunta a sorpresa alle loro spalle e canta il brano di Morgan "Chi Who" che ha portato il gruppo pugliese alla vittoria. Giusy incassa gli applausi e gli 8 dischi di platino che Simona Ventura, sua madrina, le consegna. Gli Aram, dal canto loro, sono felici: "Da sette mesi a questa parte facciamo la vera vita dei musicisti e stiamo lavorando a un disco che uscirà presto".

Le esibizioni mostrano il buon livello di tutti i concorrenti. Nella categoria 16-24 anni (Simona Ventura) piace abbastanza Daniele Magro, siculo-bergamasco dalla voce "black" (un nuovo Mario Biondi). Brava anche Serena ("Georgia On My Mind"), ma dovrà confermarsi nel corso del programma. Bravissima la rockettara Ambra Marie, nostra favorita ("Wish You Were Here"). Non convince fino in fondo il diciottenne Giacomo.

Anche Morgan (categoria over 24) ha un pezzo da 90 (chili), come il Daniele Magro di Simona: Enrico Nordio. Un vero talento, dalla voce serafica. Il riccioluto Matteo, simpatico, umano e di una freschezza sorprendente nonostante i suoi 38 anni, ha interpretato magistralmente "La Notte" del grande, rimpianto Adamo. Bella anche  l'interpretazione di Mina fatta - in ginocchio - dalla "hippy" Noemi.  Invece Elisa, al terzo mese di gravidanza, non è stata troppo convincente con la sua versione di "Sì viaggiare" di Battisti.

I gruppi capitanati dalla Maionchi hanno pagato le difficoltà proprie di questa categoria. Sono infatti finiti allo spareggio le tre Sisters of Soul e i bravissimi, probabilmente addirittura i migliori in assoluto di questa competizione, Sinacria. A farne le spese purtroppo sono stati questi ultimi. Spesso l'universo dell'entertainment è ingiusto... Salvi invece i Farias (secondo noi completamente fuori posto in una manifestazione del genere: non diventeranno mai "pop"; dovrebbero piuttosto conservare la loro dimensione etnica) e il trio trentino - già abbastanza famoso su Internet - Bastard Sons of Dioniso.
 


  Bastard Sons of Dioniso

Splendida la conduzione dell'ormai collaudato Francesco Facchinetti, dalla Maionchi appellato "Bastardo dei Pooh".

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categorie: musica, world, soul, rock, funk, blues, pop
sabato, 10 gennaio 2009

Due bei pezzi di pop etnico grazie a Matt

Matt Harding è un americano a cui non piace lavorare, non possiede nessun talento e non ha neppure frequentato il college (troppo povero per farlo). In compenso ha avuto una bella idea: quella di mettersi a ballare (anzi: ballicchiare) in diverse località, anche le più esotiche.

 Sulla sua homepage "Where the hell is... Matt?" spiega il perché e il percome. Dopo che i suoi primi videoclips incominciarono a spopolare su Internet, la ditta di gomme da masticare Stridegum decise di finanziargli un "ballo intorno al mondo".

La canzone del primo video si intitola "Sweet Lullaby" (by Deep Forest). Quella del secondo, "Praan", è stata composta da Garry Schyman su versi del grande poeta indiano Rabindranath Tagore. Canta la giovane bangladese di Minneapolis Palbasha Siddique.

 

postato da: frankobrain alle ore 01:18 | link | commenti
categorie: musica, world, folk
martedì, 11 novembre 2008

E' morta la Makeba, "Mama Africa"

Se n'è andata una grande cantante ed una grande donna con un cuore immenso; una vera regina di dolcezze e note magiche

Subito dopo il luttuoso evento arrivano numerosi attestati: dallo scrittore Saviano fino ai vertici delle istituzioni. Miriam è morta  mentre ancora una volta lottava con dolci e dolorose canzoni contro il razzismo - ma ha voluto mettere la sua firma anche contro la camorra che ogni giorno dissangua così tante persone. E´ morta cantando per Saviano e per quei sei ragazzi africani che il 18 settembre scorso furono uccisi dalla mafia calabrese. Miriam Makeba, "Mama Africa", la voce dell´anti-apartheid, 76 anni compiuti lo scorso 4 marzo, a Castel Volturno ha eseguito con la sua band cinque canzoni in tutto; e in chiusura la famosa "Pata Pata". Subito dopo, il malore. Si è accasciata sul palco, sorretta dai suoi orchestrali. Sono accorsi due medici che hanno tentato di rianimarla, ma inutilmente. Dopo pochi minuti è arrivata un´ambulanza dalla vicina clinica di Pineta Grande. La dichiarazione di morte è stata fatta alle 23,55.

Ha conquistato il mondo con jazz, Free Africa e world music. Miriam Zenzi Makeba (in realtà il suo vero nome è molto più lungo) appartiene alla categoria dei grandi anticipatori. E' stata lei, dapprima insieme al suo marito numero uno Hugh Masekela e poi sotto l'ala protettrice di Harry Belafonte, a miscelare i suoni del Sud Africa con il jazz, e questo una trentina d'anni prima che il mondo scoprisse la world music. Non è un caso che il suo soprannome fosse “Mama Africa”.
Era nata a Johannesburg nel 1932, quando nel suo Paese impazzava la segregazione razziale. Miriam Makeba si è rivoltata contro l'apartheid negli anni '50, quando, nonostante fosse già un'artista di successo, riceveva pochi dollari di compenso. L'occasione di andare all'estero l'ha avuta nel 1959: venne in Italia, al Festival di Venezia, per presentare Come back, Africa, un documentario contro l'apartheid. Da lì si è trasferita a Londra dove ha incontrato Harry Belafonte, che l'ha aiutata a trasferirsi negli Stati Uniti e a inserirsi nell'ambiente musicale che lei sognava da sempre. I suoi più grandi successi sono "Pata Pata", "The Click Song" e "Malaika". Nel 1966 ha vinto il Grammy Award per l'album An evening with Belafonte/Makeba, quando già il governo segregazionista del Sud Africa le aveva ritirato il passaporto e revocato la cittadinanza per punirla di averne denunciato la politica razzista all'O.N.U.
Quando nel 1968 ha sposato Stokely Carmichael, leader dei Black Panther, la sua carriera negli U.S.A. è stata compromessa e allora lei si è trasferita in Guinea. Nel 1974 era nel cast dello show che ha preceduto il leggendario match tra Muhammad Ali e George Foreman, nel 1987 ha partecipato alla tournèe di Graceland con Paul Simon, nel 1992 ha fatto parte del cast di Sarafina. In patria è tornata nel 1990, su invito di Nelson Mandela. In quell'anno ha partecipato al Festival di Sanremo in coppia con Caterina Caselli. Il suo ultimo album importante è Homeland, candidato al Grammy.

postato da: frankobrain alle ore 14:51 | link | commenti (2)
categorie: musica, world, folk, soul, blues, jazz