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venerdì, 14 agosto 2009

È morto Les Paul, inventore dell'omonima chitarra

Si è spento a New York il chitarrista e inventore strumentale Lester William Polfuss, meglio conosciuto come Les Paul. Aveva 94 anni.
La sua "Gibson Les Paul" è il simbolo del rock. Solo per citarne alcuni, la suonano - o l'hanno suonata - Neil Young, Bob Marley, Carlos Santana, Jimmy Page, Eric Clapton, Slash, Richie Sambora, Paul McCartney, Stef Burns, Ray Toro, Steve Jones, Billie Joe Armstrong, Zakk Wylde, Edge...

Les Paul era nato il 9 giugno del 1915 a Wakesha, in Wisconsin, da una famiglia ebrea. Si avvicinò alla musica all'età di 8 anni, cominciando a suonare l'armonica. A 13 anni iniziò la sua carriera semi-professionistica per diventare - a Chicago - un jazzista di primo piano. Nel 1936, appena 21enne, firmò il suo primo disco con lo pseudonimo di Rhubarb Red. Ma nel 1948, dopo aver collaborato con i più bei nomi del jazz dell'epoca, fu coinvolto in un gravissimo incidente stradale dal quale uscì con il braccio destro frantumato. I chirurghi gli dissero che non avrebbe mai più avuto l'uso normale del braccio: il gomito sarebbe rimasto bloccato qualunque fosse la posizione che gli volevano dare. Les Paul allora li pregò di fissarglielo piegato, in modo che potesse continuare a suonare la chitarra... 

Fin da sempre sperimentatore di nuovi suoni, Les Paul fin dalla metà degli Anni Trenta aveva cominciato a progettare strumenti alternativi. Giunse così alla creazione di quella che sarebbe poi diventata una delle chitarre più famose al mondo e che ancora oggi porta il suo nome. Les Paul concepì la chitarra già nel 1939, chiamandola "The Log" il tronco): non più una cassa armonica vuota, ma una cassa armonica piena, in modo da permettere alle corde una sonorità completamente diversa.
E' da considerarsi l'antesignana della chitarra elettrica. Non a caso in quegli stessi anni un altro grande inventore musicale, Leo Fender, ne andava inventando una analoga.

Come musicista, Lester William Polfuss alias Les Paul fece coppia per anni con Mary Ford, e arrivò a lavorare per Frank Sinistra e Bing Crosby. Il suo nome è stato iscritto nella Grammy Hall of Fame e nella Rock and Roll Hall of Fame, oltre che nella National Inventors Hall of Fame. Nel luglio del 2005, in occasione dei suoi 90 anni, la Carnegie Hall di New York gli riservò un concerto memorabile, al quale presero parte tra gli altri virtuosi della chitarra come José Feliciano, Peter Frampton e Steve Miller. Al termine del concerto, la Gibson Corporation donò al grande inventore una Les Paul fatta su misura per lui.

 

postato da: frankobrain alle ore 13:30 | link | commenti (1)
categorie: musica, punk, rock, blues, reggae, pop , jazz, progressive
domenica, 24 maggio 2009

Gaudi, maestro del dub

A X-Factor garantisce - in qualità di vocal coach - per una ventata di freschezza e professionalità: Gaudi (che negli Anni Novanta ancora si faceva chiamare con il suo nome per intero, Lele Gaudi, e faceva musica reggae) ha finito per sfondare la barriera della convenzionalità incuneando la sua ricerca sonora nel giro delle discoteche e dei club del mondo.
La sua arte, che è anche gioco, si esprime in una convinta sintesi culturale di Oriente e Occidente, e la sua tecnica si basa sul sound system, le cui radici si intrecciano con quelle dello ska e del reggae.
  










Su Gaudi vedi anche l'articolo "Il theremin".

Accurate recensioni dei suoi dischi e svariati soundclips sono disponibili su Allmusic.com.



postato da: frankobrain alle ore 03:28 | link | commenti
categorie: musica, world, video, elettronica, reggae, hip hop, hiphop, x factor, x-factor
martedì, 21 aprile 2009

La chiave del successo di 'X-Factor'

Aldo Grasso, American Idol, Amici di Maria De Filippi, Antonio Dipollina, Bruno Vespa, Daniele Magro

Record su iTunes per i ragazzi di X-Factor: occupano infatti 8 delle prime 10 posizioni (l'anno scorso furono 7 su 10). E molti giornalisti spiegano il perché questo talent show viene preferito da persone colte, mentre - in percentuale - le meno colte seguono Amici (e comprano i dischi del vincitore dell'anno scorso Marco Carta).

Elio e le storie tese, Festival di Sanremo, Francesco Facchinetti, Giusy Ferreri, Jury Magliolo, L'isola dei famosi, La Corrida, La fattoria, Le Iene, Magnolia, Mara Maionchi, Marco Carta, Marco Mangiarotti

Walter Siti (La Stampa): "Okèy allora, proviamo ad analizzare le ragioni di questo successo tra gli spettatori più acculturati. La prima ragione è certamente il livello dei cantanti e dei brani musicali; ci si trova di fronte a dei quasi-professionisti, anche perché qui non cantano solo ragazzini (uno dei finalisti è più anziano di uno dei giudici). I brani sono cover di pezzi «storici» del pop e rock e punk degli Anni 70-80 (dai Led Zeppelin ai Ramones) o anche brani rari dei cantautori italiani più difficili - roba che allora non passava in televisione; gli intellettuali quarantenni hanno la soddisfazione di ascoltare sulla Rai la musica che consideravano trasgressiva quand'erano giovani e i giovani vedono nel trentasettenne Morgan uno «che ci capisce» e può guidarli alle bellezze della musica. La seconda ragione è l'estrema sobrietà degli autori nel dosare gli elementi di reality: anche nella striscia quotidiana i concorrenti vengono spiati nelle prove e nei dubbi professionali, ma non si va a frugare nel loro privato (qui si dovrebbero formare le star e le star hanno bisogno di un po' di mistero); siccome il reality è ormai percepito come la quintessenza del trash, la sua assenza funziona come patente di nobiltà. Una terza ragione è la confezione accurata del programma: studio enorme e costosissimo, clip impeccabili sia tecnicamente che narrativamente; le coreografie internazionali e glamour di Luca Tomassini, fari come lame che tagliano il buio; un ritmo serrato e un presentatore che sembra un telepredicatore americano; abbastanza per soddisfare i bisogni cosmopoliti dello spettatore medio-colto, per dargli l'impressione di non essere alla Rai. Forse il segreto del successo di X Factor è proprio la sua disponibilità a esser letto con o senza virgolette; dal laureato standard o dall'impiegato del terziario, il programma viene ingenuamente goduto come approccio importante alla musica; le discussioni tra Morgan e la Maionchi vengono prese sul serio e fanno riflettere; tre giovanotti trentini con sonorità da coro di montagna possono essere considerati il massimo del rock duro e pericoloso."

Aldo Grasso (Corriere della Sera): "Con il genere dei talent show e con il trionfo di American Idol si sancisce qualcosa di nuovo. La tv riscrive le regole del gioco, come in passato ha fatto con lo sport, con la politica, con la serialità, con la divulgazione, con l'informazione, ecc. X Factor è un programma televisivo che appartiene alla grande famiglia dei reality (le nomination, la striscia quotidiana, la telecamera che spia le prove, le selezioni...) e si occupa di musica. Poi, certo, bisogna riconoscere che Simona Ventura è stata brava a "domare" Morgan (a far sì che il suo protagonismo non oscurasse i concorrenti), a trasformare Mara Maionchi in personaggio e a infonderci la certezza che X Factor fosse meglio di Amici."

Marco Mangiarotti (Qn): "Comunque vada sarà un successo. Non solo perché è il programma preferito dai laureati, come le famose cucine amate dagli italiani. E' cresciuto il format, sono arrivati gli ospiti star come nei serali di Raiuno. Migliorato lo spettacolo e l'equilibrio fra conduttore e giudici. X Factor è il nuovo gioco di società per chi ama la musica per adulti (e pensa che Amici sia roba da ragazzini, mamme e nonne). Se poi questa fetta di torta vale il 15 abbondante per cento, si può parlare di ascolti buoni per la rete ma sprattutto di un format che sfata un luogo comune: la musica non funziona in tv. E un altro ancora: che in un talent non si debba parlare troppo di musica sennò non è popolare. Bravi comunque tutti, Francesco, Simona, Mara, Morgan (quello che fa la differenza con chi ha laurea e dottorato), quelli di Magnolia."

Norma Rangeri (Il Manifesto): "Si è parlato di musica con un linguaggio divulgativo non banale, analizzando le esibizioni con competenza tecnica, sceneggiando divertenti battibecchi tra esperti, portando in gara giovani con qualche talento da vendere, dando un ruolo agli ospiti musicali. Il fattore X, alla fine individuato nell'impiegato quarantenne, Matteo Becucci, va esteso anche alla coppia Maionchi-Morgan, giudici-sponsor dei concorrenti, diventati a loro volta personaggi della ribalta televisiva, insieme al giovane conduttore Facchinetti."

Il poeta Giuseppe Conte per Il Giornale: "X Factor non l'avevo mai visto prima dell'ultima puntata. Non sapevo bene in che cosa consistesse, e non mi veniva voglia di saperlo. Ma se dicessi di essermi annoiato seguendo sul piccolo schermo la finale di domenica, allora mentirei. Non mi sono neppure entusiasmato, d'accordo, ma l'entusiasmo lo riservo ad altre esperienze. Mi ha preso il clima iniziale, sin dalla sigla. Mi è sembrato di entrare in un luogo sospeso che fosse a metà discoteca e a metà astronave da film di fantascienza. Di essere risucchiato in un videogioco, con danze scatenate e supereroi di plastica. Devo dire che ero rimasto a Francesco Facchinetti come Dj Francesco, seminudo, saltellante e tatuato sino all'esasperazione:e me lo ritrovo in smoking portato bene, persino con le bretelle rosse, che presenta lo spettacolo con freschezza, semplicità, naturalezza, in una lingua che non si vieta niente: citazioni scolastiche («ai posteri l'ardua sentenza»), inglese maccheronico (push the botton, o bottom? Insomma qualcosa del genere), dialetto lombardo (ocio!). In fondo, la metamorfosi di questo ragazzo dimostra che per fare i conduttori televisivi, cioè assumere il ruolo più ambito nella società italiana di oggi, bastano fortuna e umiltà. Capisco che molto del successo della trasmissione dipende dalla giuria che seleziona e giudica gli aspiranti cantanti, e mi soffermo con attenzione sulle figure dei componenti della giuria stessa. Che dire di Simona Ventura? Sottratta al ruolo di conduttrice, mi sembra sottotono, quest'ultima sera. Stanca, il trucco in disfacimento, persino un po' gonfia in viso. La sua preoccupazione maggiore è quella di ravvivarsi con una mano la pettinatura a onde, senza quella esibizione di energia allo stato puro, incurante di apparire signorile e femminile, che le ha tanto giovato nella sua ricchissima carriera. Mara Maionchi, di cui non ho fatto in tempo a capire le competenze, ha ripetuto spesso di essersi molto divertita nel corso del programma, e ha sottolineato il concetto con clamorose risate, sottolineate a loro volta da una clamorosa dentatura. Infine Morgan, Sir Morgan, il pirata Morgan. È lui il responsabile della colorazione culturale che la trasmissione prende. Morgan è un intellettuale, ma un intellettuale che non teme di crearsi un personaggio, quasi una maschera, riconoscibile dai vestiti stravaganti e vagamente byroniani, dai capelli abilissimamente spettinati, dalle pose ora romantiche ora pop, dall'eloquio che tende sempre verso la concettosità critica, che conosce pause, esitazioni, messe a fuoco. Ricordo anni fa di aver ricevuto un suo volume di poesie. Già allora il suo aspetto tendeva alla maschera e all'ambiguità. La foto in copertina era quella di un essere androgino con i capelli lunghi, il nome per me poteva benissimo essere femminile. Mi incuriosì. Fui quasi deluso quando seppi che era il cantante dei Bluvertigo, gruppo che naturalmente non conoscevo. Nei discorsi del giurato Morgan si sente che sa di letteratura e di musica. Si sente il timbro di chi è capace di rivalutare la tradizione con iniezioni di modernità. Di chi non esita a parlare di «profondità dell'anima». Riferendosi a una canzone celebre di Riccardo Cocciante, se ne esce con una espressione geniale: «Sembra antica tanto è bella». Mi delude solo quando giudica da crooner, cioè da cantante confidenziale, da nigth club, una canzone deliziosamente urlata come A chi di Fausto Leali, che ai suoi tempi lontani ricordo intonata da garzoni di fornaio in bicicletta di primo mattino per Milano, vero segno di una popolarità che nessun crooner ha mai raggiunto. I concorrenti aspiranti cantanti sono i protagonisti della parte musicale del programma. Non sta a me parlare delle canzoni. I personaggi però sono interessanti. Un ragazzo bresciano teneramente bruttino ma con l'aria vispa e sveglia, un tempo si sarebbe detto da benzinaro, oggi magari da laureato al Dams. Tre punkettoni trentini, un po' simpatici e un po' truculenti, dalle facce che sembrano uscite dal Signore degli anelli, inenarrabili quando appaiono vestiti da sera. E un giovane livornese, alla fine risultato il vincitore, sobrio padre di famiglia trentottenne dalla voce appassionata e potente."

Gianluigi Paragone (Libero): "Anche X Factor invecchierà, nel frattempo però teniamocelo stretto perché è un giocattolo divertente. Teniamoci stretti questi ragazzi. Scarichiamo, compriamo e duplichiamo i loro pezzi. Facciamoli girare in radio e se ci capita buttiamo la testa quando sappiamo di loro concerti. Li abbiamo adottati in tv, facciamoli ora crescere nelle nostre giornate, nei nostri momenti. Perché a questo serve la musica, a sottolineare dei momenti. Quando la musica sta appesa lì e nessuno se la prende vuol dire che è muta. E poi confrontiamo le nostre emozioni, anche quelle più banali. Io mi sono divertito a televotare, ho giocato con mia moglie, qualche collega e qualche amico. Non mi è piaciuto Matteo (bravo sì, ma mi sembra un Massimo Di Cataldo qualsiasi). Mi sono piaciuti i Bastards (se ve ne frega siete in una delle mie playlist), ascolterei ancora Noemi e Daniele. Infine ho tifato Jury. Peccato che sia finito? Certo che no, lunedì è finito il programma. Ora ricomincia a battere la musica. Altrove, cioè dappertutto."

Marco Molendini, Matteo Becucci, Milly Carlucci, Mirella Poggialini, Morgan, Noemi, Norma Rangeri, Quelli che il calcio e...

Beh, non bisogna necessariamente essere supercolti per preferire X-Factor: qui non si tratta di lauree, ma di cervello. Basta possederne una minima parte per rendersi conto delle enormi differenze tra il programma presentato da DJ Francesco e il semi-reality della DeFilippi. Se poi la concorrenza di X-Factor è rappresentata da La Fattoria anziché da Amici, la scelta riesce ancora più facile. Ma è praticamente sempre stato così: Mediaset per chi ha i pensieri "pigri"; la RAI per i meno deficienti.

Simona Ventura, The Bastard Sons of Dioniso, X Factor

postato da: frankobrain alle ore 16:19 | link | commenti (4)
categorie: musica, world, rock, funk, blues, reggae, pop , x factor, x-factor
martedì, 31 marzo 2009

Joe Strummer

Il futuro non è stato ancora scritto...
"The future is unwritten." (Joe Strummer)

Il suo vero nome era John Graham Mellor, veniva da una famiglia dell'alta borghesia e decise di assumere il nome in codice "Strummer" (strum = "strimpellare", e dunque strummer è lo "strimpellatore").

Era di apparente buona salute quando morì a soli 50 anni, il 22 dicembre 2002. La sua famiglia pregò gli amici e gli ammiratori di non portare corone di fiori al suo funerale, bensì di fare un'offerta per il Mandela SOS Fundraising. Joe aveva da poco scritto una canzone, "46664", che Bono degli U2 avrebbe cantato il 29 novembre 2003 a Città del Capo in un memorabile concerto in onore di Nelson Mandela. "46664" era il numero di identificazione che avevano dato in prigione al leader del movimento anti-apartheid.

Dunque Strummer era un sobrio idealista? Per molti era un esponente del surrealismo, e indicativo in questo senso è il fatto che amava Captain Beefheart a tal punto da invitarlo alle sue gig. Per altri era un filosofo, un poeta che sapeva cogliere sia gli aspetti sociali che quelli metafisici dell'esistenza.

"La vita è malata, nessuno sa perché viviamo. Il mondo non sarebbe mai dovuto esistere."


John Graham Mellor, poi noto come Joe Strummer, era nato ad Ankara il 21 agosto 1952, figlio di un diplomatico britannico. Con i genitori viaggiò in Messico, Germania, Egitto, sempre interessandosi degli stili musicali dei singoli Paesi.
Insieme al fratello maggiore David completò gli studi in un collegio londinese - una di quelle scuole assai care destinate ai rampolli dell'élite. "Lì presi un sacco di botte" ebbe a raccontare Joe più tardi. "C'eravamo noi, i residenti in loco, e c'erano gli scolari che venivano solo per le lezioni e poi se ne tornavano a casa. Ebbene, questi ultimi odiavano i residenti, e infatti ce ne combinarono di tutti i colori."
Amava ascoltare i Beatles, The Who, Jimi Hendrix, ma soprattutto i Rolling Stones. Quando in TV vide la clip di "Not Fade Away" degli Stones, ne venne talmente impressionato da mettersi a trascurare gli studi in favore della musica.

My love bigger than a Cadillac
I try to show it and you're drivin' me back
Your love for me has got to be real
For you to know just how I feel...
                  (Rolling Stones, "Not Fade Away")

Capì che un musicista ha il potere di cambiare la visione del mondo della gente, e cambiare la visione del mondo divenne la sua massima aspirazione.
Purtroppo suo fratello David entrò in un'organizzazione razzista, ivi condotto anche dal suo forte interesse per l'occultismo. Divenne sempre più solitario e nel 1970 si suicidò nel Regent Park.
Joe soffrì molto, sebbene lui e Dave non andassero d'accordo su parecchie cose. Lo stesso Joe si trasformò in un ragazzo introverso, solitario, a tratti violento. Ad aggravare tale condizione di "alieno" era il suo inconsueto accento. Per via dell'infanzia da apolide, non parlava come tutti gli altri inglesi; aveva inoltre assunto un'inflessione pseudo-cockney che, alle orecchie di ogni vero londinese, suonava strana, posticcia (come difatti era).
L'inquietitudine lo portò a trasferirsi nel Galles, dove svolse umili lavori in fattorie isolate lasciandosi chiamare Woody Mellor, in onore di Woody Guthrie. Imparò a suonare l'ukulele ed entrò in una band locale, The Vultures.
Dopo poco tempo ritornò a Londra, precisamente a Notting Hill, dove si mischiò agli "squatters", ovvero a quei tipi che risolvono il problema dell'alloggio occupando appartamenti liberi. Fu in tale periodo che reincontrò un vecchio amico, Tymon Dogg, il quale gli insegnò i primi rudimenti della chitarra. L'impresa si rivelò ostica, poiché Strummer era mancino. I chitarristi mancini di solito aggirano l'ostacolo variando l'ordine delle corde (è quanto fece per esempio Jimi Hendrix).
Tymon suonava il violino per strada e Joe gli faceva da "scimmietta", tenendo il cappello per raccogliere gli oboli dei passanti. Poi divenne lui medesimo un busker, strimpellando nei mezzanini dell'Underground. Il suo primo concerto "open air" gli fece guadagnare 1 sterlina e 99 pence. Fondamentalmente conosceva un solo accordo, quello in Sol, con cui poteva però benissimo eseguire brani del tipo "Comes the Rain" (un inno Navajo).
Nel 1974 Joe Strummer fondò insieme a Tymon Dogg i 101ers, denominazione che si rifaceva all'indirizzo del suo ultimo "squat" (101 Walterton Road, London W9). I 101ers iniziarono a esibirsi nei pub ottenendo buone critiche. Le composizioni originali di Strummer e il suo carisma arrecarono al gruppo un contratto discografico; il single si intitolava "Keys To Your Heart".
Ma Joe voleva di più, voleva raggiungere un pubblico vasto per propagare la sua protesta contro il potere. Già allora le sue songs parlavano delle lotte di sopravvivenza cui erano costretti i comuni cittadini. Era però tutt'altro che un rivoluzionario d'hoc. Coltivava infatti la passione per la storia militare, gli piacevano gli eroi del passato nonché stravedeva per le profezie sulla fine del mondo.
Quando, insieme all'amico Tymon, assisté a un concerto di Johnny Rotten e dei suoi Sex Pistols, rimase fulminato: comprese che il punk era il genere musicale che meglio si addiceva al suo carattere e al messaggio che intendeva lanciare. Insieme a Mick Jones (chitarra e voce), Paul Simonon (basso) e Terry Chimes (batteria), si mise a cantare canzoni di "War & Hate": slogan che sostituiva il "Love & Peace" finora inneggiato da gran parte della gioventù e che, a parere di Strummer e non solo, serviva unicamente ad anestetizzare le coscienze. A un certo punto, Chimes venne sostituito da Nicky "Topper" Headon. Sorsero così The Clash ("suono metallico", "fragore"), il più grande gruppo punk rock di tutti i tempi.


The Clash
 
Presso i punkers, le origini sociali di Strummer furono motivo di accese discussioni; tra l'altro il cantante, a dispetto degli anni trascorsi on the road, presentava il tipico aspetto del bravo ragazzo. Si vedeva, insomma, che proveniva da "buona famiglia". Ma d'altra parte nei Clash c'era Jones, che era di estrazione proletaria (viveva insieme alla nonna in una casa popolare di Brixton), e anche Simonon vantava l'appartenenza allo stesso ceto sociale. In quanto a Headon - l'eccellente drummer -, lui aveva il vizio delle droghe pesanti.
La musica dei Clash, inizialmente composta nell'alloggio sociale che allora i quattro occupavano, era influenzata dal reggae, la protesta in suoni delle genti di colore. Uno dei loro primi successi, "White Riots", racconta dei disordini scoppiati durante un Notting Hill Carnival a cui furono presenti (questo particolare bastò per far loro guadagnare la nomea di "ribelli" e per accrescerne la credibilità).
Mentre i Sex Pistols furono il primo gruppo punk in grado di shockare veramente, The Clash si caratterizzarono fin dal principio per i testi coerenti, intelligenti e comprensibili. Rinunciarono spesso alla rumorosità gratuita appunto per far risaltare le parole, come avviene in "Bankrobber":

Mio padre era un rapinatore
Ma non ha mai fatto male a nessuno
Gli piaceva vivere a quel modo
Gli piaceva rubare i tuoi soldi...

(Di questa ballata esiste una valida versione a cappella dei Chumbawumba, che hanno così voluto evocare la memoria di Joe Strummer.)

  

La consacrazione definitiva dei Clash arrivò nel 1978, quando si esibirono al Rock Against Racism in Victoria Park davanti a 90.000 persone. "I Clash sono il miglior gruppo rock del mondo" arrivò a scrivere la rivista Rolling Stone.
Il loro album più significativo è il terzo: London Calling (U.S.A. 1980, ma registrato l'anno prima a Londra).

                                        

19 canzoni che raccontano di droghe e disoccupazione. Un'apocalisse a sfondo sociale in cui si rivendica la validità del rock'n'roll quale arma per combattere le forze del male. Si va dalla sempre attualissima "London Calling" all'amore operaio di "Train in Vain", attraverso la disperata rassegnazione "discotecara" di "Lost in the Supermarket", lo ska richiamante L'opera da tre soldi di "Wrong 'Em Boyo" e la realmente apocalittica - e leggendaria - "Four Horsemen".
Fino a quel momento, Strummer e Jones (i Lennon & McCartney del punk) avevano scritto la maggior parte del loro materiale nell'abitazione della nonna di Jones, che era una delle loro più convinte sostenitrici, e la band si ritrovava piena di debiti. Ma London Calling fece registrare un enorme successo discografico: "Train in Vain" scalò la classifica U.S. dei singles e l'album vendette milioni di copie in tutto il mondo.

Intanto in Inghilterra i Clash non erano più considerati "veri punk": firmare un contratto con un'etichetta americana era considerato dalla base un vendersi al mercato, "proprio come le vecchie, noiose band". Per il secondo album Give 'Em Enough Rope la label aveva sborsato un anticipo di 30.000 sterline, eppure Joe doveva girare ancora - da Camden Town a Notting Hill e ritorno - senza soldi in tasca. Per di più, la loro musica si era sviluppata; un'evoluzione che non piacque ai punkers. Ora facevano in effetti del rock duro, un rockabilly elettrico - un suono più raffinato di ciò che veniva comunemente inteso come hardcore punk. La tournée del '79 negli Stati Uniti fu perciò una sorta di palingenesi per ciascun elemento del quartetto: cambiare aria gioviò loro, e servì anche a sfuggire le rigide catalogazioni cui erano abituati i connazionali. Finalmente approdavano nella patria della musica che più amavano, e l'accoglienza degli americani fu grandiosa. Gli elogi arrivarono persino da quotidiani prestigiosi come The New York Times e The Boston Globe.

    

Strummer rimase un'icona della protesta sociale anche dopo lo scioglimento dei Clash. Nel 1988 si unì al carrozzone anarchico di Rock Against the Rich, un tour promosso dalla rivista Class War  (allora un bimensile che constava di sole otto pagine). Si trattò della più grande campagna anarco-libertaria mai condotta in Gran Bretagna. 


Joe Strummer & The Mescaleros

The Mescaleros, l'ultima sua emanazione musicale, non ebbe il consenso di pubblico che lui si augurava. La gente andava ai concerti per lui, per prendere a pugni l'aria alle note di "(White Man) In Hammersmith Palais" anziché per applaudire il reggae multiculturale di "Bhindi Bhagee" con il ritornello che celebra i pregi del cibo halal. Volevano vedere il cantante dei Clash, celebre formazione che una volta apriva i concerti dei Sex Pistols. Comunque, la tournée che nel 2001-02 portò i Mescaleros in Giappone e negli Stati Uniti fu un successo affatto trascurabile.

Nel 2002, a oltre vent'anni dall'implosione dei Clash, Jones, Strummer e Simonon si rimisero insieme per curare un album "live". Joe aveva traslocato da poco e, durante gli spostamenti, saltarono fuori alcuni nastri contenenti vecchie registrazioni di concerti del suo ex gruppo, in particolare alla Roundhouse di Londra nel 1976, uno show al Lewisham Odeon del 1978 e l'esibizione allo Shea Stadium di New York come spalla degli Who nel 1982. Le bobine erano state registrate direttamente sul banco del mixer da Glyn Johns, il produttore di Combat Rock.
La loro portavoce, Tricia Ronane, spiegò: "Abbiamo un sacco di foto del concerto di New York e alcune videocassette. E' sicuramente una testimonianza molto interessante dell'atmosfera che si respirava a quei tempi. Inoltre stiamo aspettando altri nastri dall'America e dal Giappone, dove furono registrate molte session radiofoniche. Se le condizioni del materiale sono buone, lo pubblicheremo. Ma dovranno deciderlo tutt'e tre."
Era dal 1982 che le loro strade non si incrociavano più, ovvero da quando Mick Jones, dopo la realizzazione di Combat Rock, lasciò il gruppo (o ne venne estromesso) a causa di divergenze nelle aspettative musicali (la famosa "battaglia degli ego" che ha portato allo scioglimento parecchi gruppi). Ma i Clash, sia quelli del punk dinamitardo dei primi due dischi, sia quelli barricaderi, capaci di metabolizzare le radici nere del rock'n'roll per tingerle di tonalità caraibiche in London Calling e Sandinista!, erano rimasti un ricordo vivido e importante, e perciò il progetto del live si presentava attraente. Tanto più che proprio in quel periodo stava vedendo la luce un album-tributo (uno dei tanti) che includeva la partecipazione di Tricky, Leonard Cohen ("Rock the Casbah"), Tom Waits, Primal Scream ("Know Your Rights"), Korn, Ice Cube ("Should I Stay Or Should I Go?"), Rancid e No Doubt.

Purtroppo, due giorni prima di Natale, Joe venne stroncato da un infarto.
"Mi sento un po' il padrino di chi oggi piega la propria musica alle esigenze del mondo" raccontò in un'intervista rilasciata poco prima della sua scomparsa. "Ai nostri giorni i Clash sarebbero in prima fila contro la globalizzazione, contro il G8: non resisterebbero alla tentazione neppure un istante. Ma ora non si può più tornare indietro, il meccanismo si può tutt'al più domare, controllare, non si può affrontare sulle barricate: lo dimostra il fatto che chi protesta è a sua volta un frutto della globalizzazione". E aggiunse: "Se sono diventato un uomo libero, è perché ho sempre conservato le chiavi del mio passato".

 

  

JOE STRUMMER - DISCOGRAFIA ESSENZIALE

Con The Clash:

1977 - The Clash
1978 - Give 'Em Enough Rope
1979 - London Calling
1980 - Sandinista!
1982 - Combat Rock

Solo:

1987 - Walker
1989 - Earthquake Weather

Con The Mescaleros:

1999 - Rock Art and the X-Ray Style
2001 - Global a Go-Go
2003 - (uscito postumo) Streetcore

 

DVD  

Let's Rock Again!
Viva Joe Strummer - The Clash and Beyond. His Life and Times

 

postato da: frankobrain alle ore 19:57 | link | commenti
categorie: musica, world, punk, rock, blues, reggae, violenza
venerdì, 20 febbraio 2009

59simo Festival di Sanremo - terza serata

La rock band attorno a Zucchero Fornaciari (con Battaglia, Vandelli e Zanotti, tutti vestiti con giacche à la Sgt. Pepper) e l'esibizione al piano dell'86enne Maestro Luttazzi sono stati i due momenti più brillanti in una serata che, magnanimamente, definiremo "di transizione". Di transizione in tutti i sensi. Nemmeno l'intervista a Kevin Spacey è riuscita... Carino il reggae di The Easy Stars (dall'album Dub Side of the Moon).

 Arisa Rosalba Pippa, 26 anni: la sua canzone è tra le più orecchiabili

Alla fine, ma proprio alla fine, ripescati dal televoto Albano e Sal Davinci, i due vocioni meridionali. Fuori Iva Zanicchi, Tricarico, Nicky Nicolai e Afterhours.

postato da: frankobrain alle ore 08:02 | link | commenti (1)
categorie: musica, soul, rock, reggae, pop , sanremo
domenica, 25 gennaio 2009

.mp3 gratis

Nostalgic Wave!

Sull'homepage di Topolàin oltre 50 "midi voice" di indimenticabili brani pop e rock, grandi classici come "Black Magic Woman" di Carlos Santana e "Sugar Mountain" di Neil Young, "Children Of The Grave" dei Black Sabbath e "Everybody Hurts" dei R.E.M.

Inoltre: Muddy Waters, Frank Zappa, Genesis, Beatles, ecc.

Questo l'URL:

Nostalgic Wave, http://xoomer.alice.it/topolain1/mp3-collection.htm

 

postato da: frankobrain alle ore 10:35 | link | commenti (1)
categorie: musica, punk, soul, rock, reggae, pop , progressive
lunedì, 19 gennaio 2009

X-Factor: ottima proposta del leader dei Negramaro

Giuliano Sangiorgi, leader dei Negramaro, si auspica un'apertura alle band emergenti.

Dice Dangiorgi: "Il 'talent show' di Raidue X-Factor rappresenta il Festival di Sanremo delle generazioni più giovani, e per questo dovrebbe dare spazio alle band emergenti: per rinnovare il suono della musica italiana."

L'idea è ottima e potrebbe essere applicata già il prossimo anno, in sostituzione della categoria dei gruppi vocali che, come viene spesso ripetuto, sono "di difficile collocazione discografica".

X-Factor, oltre a raccogliere consensi tra il pubblico più giovane (dal 20 al 22% di share), è molto apprezzato dagli addetti ai lavori, nonché da artisti di primo livello.
I vocal coach (quest'anno Stefano Magnanensi, Andrea Rodini e Gaudi) sono persone di grande esperienza in campo musicale, e il direttore artistico Luca Tommasini ha già convinto tutti del suo immenso know how (nel 2007 e nel 2008 ha curato la direzione artistica dell’edizione spagnola del programma).
I finalisti sono stati selezionati attraverso 40 mila richieste di partecipazione risoltesi in 21.056 provini. I casting hanno preso tre mesi di tempo per un totale di 13.000 canzoni ascoltate dalle varie commissioni.

 Noemi

postato da: frankobrain alle ore 11:27 | link | commenti (4)
categorie: musica, rock, blues, reggae, pop , x factor, x-factor
mercoledì, 14 gennaio 2009

Il theremin

 Compiendo alcune ricerche su Gaudi di X-Factor, scopriamo cose davvero straordinarie sul suo conto; la biografia di questo musicista sembra sbugiardare il collega Morgan (vedi post precedente) e, anzi, dei due è quest'ultimo che ha, obiettivamente, il curriculum meno prestigioso.

Gaudi può vantare una lunga serie di riconoscimenti, sia in Italia sia all'estero. Nel mondo anglosassone (vive a Londra) è molto apprezzato - leggi questo articolo sul sito della BBC. Gaudi riesce a sposare la sua grande passione per il reggae con quella per le sperimentazioni sonore. Tra l'altro, a lui si deve la rivalutazione di uno strumento bislacco e semidimenticato quale il theremin, antenato del mellotron e del moog. 

Storia del theremin

L'inventore è il russo Leon Theremin. L'anno il 1920, all'indomani della Rivoluzione bolscevica. Allora tutto ciò che era elettrico funzionava con le valvole. Theremin, un fisico appassionato di musica e di filosofia, costruì questo strumento che presenta una curiosa particolarità: si suona senza toccarlo, ma semplicemente ondeggiando le mani davanti ad esso.

Fu il primo sintetizzatore della storia. 

Al suo apparecchio Theremin non applicò una tastiera di comando (come fece nel 1928 Maurice Martenot con il suo "ondes Martinot"), ma due antenne in grado di interpretare i movimenti del musicista e di tradurli in dinamica e altezza. L'antenna verticale interpreta l'altezza della nota, l'altra antenna la dinamica. Più ci si allontana dall'antenna e più il suono si fa profondo.

 

Il primo prototipo funzionava con le cuffie, poi nel 1925  fu applicato allo strumento un altoparlante, ed ecco le prime apparizioni nelle orchestre. Nel 1927 tutta l'Unione Sovietica conosceva il theremin: concerti in onore di Lenin, tour europei e negli Stati Uniti... L'inventore vendette i diritti di fabbricazione alla RCA, che modificò lo strumento applicandovi tastiere o antenne particolari in modo da poter produrre suoni con i movimenti non solo delle mani ma di tutto il corpo. Clara Rockmore fu la più straordinaria virtuosa di theremin.

Nei film horror e di fantascienza degli Anni '40-'50, il theremin si sente spesso (appena si avvicina il disco volante, un sibilo, fischio o canto). Fu usato anche dai Beach Boys nel celebre brano "Good Vibrations".



Come costruire un theremin


Clara Rockmore suona Il cigno di Camille Saint-Saëns

 

Links

Gaudi su MySpace

Il theremin della RCA

Theremin World

postato da: frankobrain alle ore 17:03 | link | commenti (1)
categorie: musica, elettronica, reggae