Si è spento a New York il chitarrista e inventore strumentale Lester William Polfuss, meglio conosciuto come Les Paul. Aveva 94 anni.
La sua "Gibson Les Paul" è il simbolo del rock. Solo per citarne alcuni, la suonano - o l'hanno suonata - Neil Young, Bob Marley, Carlos Santana, Jimmy Page, Eric Clapton, Slash, Richie Sambora, Paul McCartney, Stef Burns, Ray Toro, Steve Jones, Billie Joe Armstrong, Zakk Wylde, Edge...

Les Paul era nato il 9 giugno del 1915 a Wakesha, in Wisconsin, da una famiglia ebrea. Si avvicinò alla musica all'età di 8 anni, cominciando a suonare l'armonica. A 13 anni iniziò la sua carriera semi-professionistica per diventare - a Chicago - un jazzista di primo piano. Nel 1936, appena 21enne, firmò il suo primo disco con lo pseudonimo di Rhubarb Red. Ma nel 1948, dopo aver collaborato con i più bei nomi del jazz dell'epoca, fu coinvolto in un gravissimo incidente stradale dal quale uscì con il braccio destro frantumato. I chirurghi gli dissero che non avrebbe mai più avuto l'uso normale del braccio: il gomito sarebbe rimasto bloccato qualunque fosse la posizione che gli volevano dare. Les Paul allora li pregò di fissarglielo piegato, in modo che potesse continuare a suonare la chitarra...
Fin da sempre sperimentatore di nuovi suoni, Les Paul fin dalla metà degli Anni Trenta aveva cominciato a progettare strumenti alternativi. Giunse così alla creazione di quella che sarebbe poi diventata una delle chitarre più famose al mondo e che ancora oggi porta il suo nome. Les Paul concepì la chitarra già nel 1939, chiamandola "The Log" il tronco): non più una cassa armonica vuota, ma una cassa armonica piena, in modo da permettere alle corde una sonorità completamente diversa.
E' da considerarsi l'antesignana della chitarra elettrica. Non a caso in quegli stessi anni un altro grande inventore musicale, Leo Fender, ne andava inventando una analoga.
Come musicista, Lester William Polfuss alias Les Paul fece coppia per anni con Mary Ford, e arrivò a lavorare per Frank Sinistra e Bing Crosby. Il suo nome è stato iscritto nella Grammy Hall of Fame e nella Rock and Roll Hall of Fame, oltre che nella National Inventors Hall of Fame. Nel luglio del 2005, in occasione dei suoi 90 anni, la Carnegie Hall di New York gli riservò un concerto memorabile, al quale presero parte tra gli altri virtuosi della chitarra come José Feliciano, Peter Frampton e Steve Miller. Al termine del concerto, la Gibson Corporation donò al grande inventore una Les Paul fatta su misura per lui.
Il futuro non è stato ancora scritto...
"The future is unwritten." (Joe Strummer)
Il suo vero nome era John Graham Mellor, veniva da una famiglia dell'alta borghesia e decise di assumere il nome in codice "Strummer" (strum = "strimpellare", e dunque strummer è lo "strimpellatore").
Era di apparente buona salute quando morì a soli 50 anni, il 22 dicembre 2002. La sua famiglia pregò gli amici e gli ammiratori di non portare corone di fiori al suo funerale, bensì di fare un'offerta per il Mandela SOS Fundraising. Joe aveva da poco scritto una canzone, "46664", che Bono degli U2 avrebbe cantato il 29 novembre 2003 a Città del Capo in un memorabile concerto in onore di Nelson Mandela. "46664" era il numero di identificazione che avevano dato in prigione al leader del movimento anti-apartheid.
Dunque Strummer era un sobrio idealista? Per molti era un esponente del surrealismo, e indicativo in questo senso è il fatto che amava Captain Beefheart a tal punto da invitarlo alle sue gig. Per altri era un filosofo, un poeta che sapeva cogliere sia gli aspetti sociali che quelli metafisici dell'esistenza.
"La vita è malata, nessuno sa perché viviamo. Il mondo non sarebbe mai dovuto esistere."

John Graham Mellor, poi noto come Joe Strummer, era nato ad Ankara il 21 agosto 1952, figlio di un diplomatico britannico. Con i genitori viaggiò in Messico, Germania, Egitto, sempre interessandosi degli stili musicali dei singoli Paesi.
Insieme al fratello maggiore David completò gli studi in un collegio londinese - una di quelle scuole assai care destinate ai rampolli dell'élite. "Lì presi un sacco di botte" ebbe a raccontare Joe più tardi. "C'eravamo noi, i residenti in loco, e c'erano gli scolari che venivano solo per le lezioni e poi se ne tornavano a casa. Ebbene, questi ultimi odiavano i residenti, e infatti ce ne combinarono di tutti i colori."
Amava ascoltare i Beatles, The Who, Jimi Hendrix, ma soprattutto i Rolling Stones. Quando in TV vide la clip di "Not Fade Away" degli Stones, ne venne talmente impressionato da mettersi a trascurare gli studi in favore della musica.
My love bigger than a Cadillac
I try to show it and you're drivin' me back
Your love for me has got to be real
For you to know just how I feel...
(Rolling Stones, "Not Fade Away")
Capì che un musicista ha il potere di cambiare la visione del mondo della gente, e cambiare la visione del mondo divenne la sua massima aspirazione.
Purtroppo suo fratello David entrò in un'organizzazione razzista, ivi condotto anche dal suo forte interesse per l'occultismo. Divenne sempre più solitario e nel 1970 si suicidò nel Regent Park.
Joe soffrì molto, sebbene lui e Dave non andassero d'accordo su parecchie cose. Lo stesso Joe si trasformò in un ragazzo introverso, solitario, a tratti violento. Ad aggravare tale condizione di "alieno" era il suo inconsueto accento. Per via dell'infanzia da apolide, non parlava come tutti gli altri inglesi; aveva inoltre assunto un'inflessione pseudo-cockney che, alle orecchie di ogni vero londinese, suonava strana, posticcia (come difatti era).
L'inquietitudine lo portò a trasferirsi nel Galles, dove svolse umili lavori in fattorie isolate lasciandosi chiamare Woody Mellor, in onore di Woody Guthrie. Imparò a suonare l'ukulele ed entrò in una band locale, The Vultures.
Dopo poco tempo ritornò a Londra, precisamente a Notting Hill, dove si mischiò agli "squatters", ovvero a quei tipi che risolvono il problema dell'alloggio occupando appartamenti liberi. Fu in tale periodo che reincontrò un vecchio amico, Tymon Dogg, il quale gli insegnò i primi rudimenti della chitarra. L'impresa si rivelò ostica, poiché Strummer era mancino. I chitarristi mancini di solito aggirano l'ostacolo variando l'ordine delle corde (è quanto fece per esempio Jimi Hendrix).
Tymon suonava il violino per strada e Joe gli faceva da "scimmietta", tenendo il cappello per raccogliere gli oboli dei passanti. Poi divenne lui medesimo un busker, strimpellando nei mezzanini dell'Underground. Il suo primo concerto "open air" gli fece guadagnare 1 sterlina e 99 pence. Fondamentalmente conosceva un solo accordo, quello in Sol, con cui poteva però benissimo eseguire brani del tipo "Comes the Rain" (un inno Navajo).
Nel 1974 Joe Strummer fondò insieme a Tymon Dogg i 101ers, denominazione che si rifaceva all'indirizzo del suo ultimo "squat" (101 Walterton Road, London W9). I 101ers iniziarono a esibirsi nei pub ottenendo buone critiche. Le composizioni originali di Strummer e il suo carisma arrecarono al gruppo un contratto discografico; il single si intitolava "Keys To Your Heart".
Ma Joe voleva di più, voleva raggiungere un pubblico vasto per propagare la sua protesta contro il potere. Già allora le sue songs parlavano delle lotte di sopravvivenza cui erano costretti i comuni cittadini. Era però tutt'altro che un rivoluzionario d'hoc. Coltivava infatti la passione per la storia militare, gli piacevano gli eroi del passato nonché stravedeva per le profezie sulla fine del mondo.
Quando, insieme all'amico Tymon, assisté a un concerto di Johnny Rotten e dei suoi Sex Pistols, rimase fulminato: comprese che il punk era il genere musicale che meglio si addiceva al suo carattere e al messaggio che intendeva lanciare. Insieme a Mick Jones (chitarra e voce), Paul Simonon (basso) e Terry Chimes (batteria), si mise a cantare canzoni di "War & Hate": slogan che sostituiva il "Love & Peace" finora inneggiato da gran parte della gioventù e che, a parere di Strummer e non solo, serviva unicamente ad anestetizzare le coscienze. A un certo punto, Chimes venne sostituito da Nicky "Topper" Headon. Sorsero così The Clash ("suono metallico", "fragore"), il più grande gruppo punk rock di tutti i tempi.

The Clash
Presso i punkers, le origini sociali di Strummer furono motivo di accese discussioni; tra l'altro il cantante, a dispetto degli anni trascorsi on the road, presentava il tipico aspetto del bravo ragazzo. Si vedeva, insomma, che proveniva da "buona famiglia". Ma d'altra parte nei Clash c'era Jones, che era di estrazione proletaria (viveva insieme alla nonna in una casa popolare di Brixton), e anche Simonon vantava l'appartenenza allo stesso ceto sociale. In quanto a Headon - l'eccellente drummer -, lui aveva il vizio delle droghe pesanti.
La musica dei Clash, inizialmente composta nell'alloggio sociale che allora i quattro occupavano, era influenzata dal reggae, la protesta in suoni delle genti di colore. Uno dei loro primi successi, "White Riots", racconta dei disordini scoppiati durante un Notting Hill Carnival a cui furono presenti (questo particolare bastò per far loro guadagnare la nomea di "ribelli" e per accrescerne la credibilità).
Mentre i Sex Pistols furono il primo gruppo punk in grado di shockare veramente, The Clash si caratterizzarono fin dal principio per i testi coerenti, intelligenti e comprensibili. Rinunciarono spesso alla rumorosità gratuita appunto per far risaltare le parole, come avviene in "Bankrobber":
Mio padre era un rapinatore
Ma non ha mai fatto male a nessuno
Gli piaceva vivere a quel modo
Gli piaceva rubare i tuoi soldi...
(Di questa ballata esiste una valida versione a cappella dei Chumbawumba, che hanno così voluto evocare la memoria di Joe Strummer.)
La consacrazione definitiva dei Clash arrivò nel 1978, quando si esibirono al Rock Against Racism in Victoria Park davanti a 90.000 persone. "I Clash sono il miglior gruppo rock del mondo" arrivò a scrivere la rivista Rolling Stone.
Il loro album più significativo è il terzo: London Calling (U.S.A. 1980, ma registrato l'anno prima a Londra).
19 canzoni che raccontano di droghe e disoccupazione. Un'apocalisse a sfondo sociale in cui si rivendica la validità del rock'n'roll quale arma per combattere le forze del male. Si va dalla sempre attualissima "London Calling" all'amore operaio di "Train in Vain", attraverso la disperata rassegnazione "discotecara" di "Lost in the Supermarket", lo ska richiamante L'opera da tre soldi di "Wrong 'Em Boyo" e la realmente apocalittica - e leggendaria - "Four Horsemen".
Fino a quel momento, Strummer e Jones (i Lennon & McCartney del punk) avevano scritto la maggior parte del loro materiale nell'abitazione della nonna di Jones, che era una delle loro più convinte sostenitrici, e la band si ritrovava piena di debiti. Ma London Calling fece registrare un enorme successo discografico: "Train in Vain" scalò la classifica U.S. dei singles e l'album vendette milioni di copie in tutto il mondo.
Intanto in Inghilterra i Clash non erano più considerati "veri punk": firmare un contratto con un'etichetta americana era considerato dalla base un vendersi al mercato, "proprio come le vecchie, noiose band". Per il secondo album Give 'Em Enough Rope la label aveva sborsato un anticipo di 30.000 sterline, eppure Joe doveva girare ancora - da Camden Town a Notting Hill e ritorno - senza soldi in tasca. Per di più, la loro musica si era sviluppata; un'evoluzione che non piacque ai punkers. Ora facevano in effetti del rock duro, un rockabilly elettrico - un suono più raffinato di ciò che veniva comunemente inteso come hardcore punk. La tournée del '79 negli Stati Uniti fu perciò una sorta di palingenesi per ciascun elemento del quartetto: cambiare aria gioviò loro, e servì anche a sfuggire le rigide catalogazioni cui erano abituati i connazionali. Finalmente approdavano nella patria della musica che più amavano, e l'accoglienza degli americani fu grandiosa. Gli elogi arrivarono persino da quotidiani prestigiosi come The New York Times e The Boston Globe.
Strummer rimase un'icona della protesta sociale anche dopo lo scioglimento dei Clash. Nel 1988 si unì al carrozzone anarchico di Rock Against the Rich, un tour promosso dalla rivista Class War (allora un bimensile che constava di sole otto pagine). Si trattò della più grande campagna anarco-libertaria mai condotta in Gran Bretagna.

Joe Strummer & The Mescaleros
The Mescaleros, l'ultima sua emanazione musicale, non ebbe il consenso di pubblico che lui si augurava. La gente andava ai concerti per lui, per prendere a pugni l'aria alle note di "(White Man) In Hammersmith Palais" anziché per applaudire il reggae multiculturale di "Bhindi Bhagee" con il ritornello che celebra i pregi del cibo halal. Volevano vedere il cantante dei Clash, celebre formazione che una volta apriva i concerti dei Sex Pistols. Comunque, la tournée che nel 2001-02 portò i Mescaleros in Giappone e negli Stati Uniti fu un successo affatto trascurabile.
Nel 2002, a oltre vent'anni dall'implosione dei Clash, Jones, Strummer e Simonon si rimisero insieme per curare un album "live". Joe aveva traslocato da poco e, durante gli spostamenti, saltarono fuori alcuni nastri contenenti vecchie registrazioni di concerti del suo ex gruppo, in particolare alla Roundhouse di Londra nel 1976, uno show al Lewisham Odeon del 1978 e l'esibizione allo Shea Stadium di New York come spalla degli Who nel 1982. Le bobine erano state registrate direttamente sul banco del mixer da Glyn Johns, il produttore di Combat Rock.
La loro portavoce, Tricia Ronane, spiegò: "Abbiamo un sacco di foto del concerto di New York e alcune videocassette. E' sicuramente una testimonianza molto interessante dell'atmosfera che si respirava a quei tempi. Inoltre stiamo aspettando altri nastri dall'America e dal Giappone, dove furono registrate molte session radiofoniche. Se le condizioni del materiale sono buone, lo pubblicheremo. Ma dovranno deciderlo tutt'e tre."
Era dal 1982 che le loro strade non si incrociavano più, ovvero da quando Mick Jones, dopo la realizzazione di Combat Rock, lasciò il gruppo (o ne venne estromesso) a causa di divergenze nelle aspettative musicali (la famosa "battaglia degli ego" che ha portato allo scioglimento parecchi gruppi). Ma i Clash, sia quelli del punk dinamitardo dei primi due dischi, sia quelli barricaderi, capaci di metabolizzare le radici nere del rock'n'roll per tingerle di tonalità caraibiche in London Calling e Sandinista!, erano rimasti un ricordo vivido e importante, e perciò il progetto del live si presentava attraente. Tanto più che proprio in quel periodo stava vedendo la luce un album-tributo (uno dei tanti) che includeva la partecipazione di Tricky, Leonard Cohen ("Rock the Casbah"), Tom Waits, Primal Scream ("Know Your Rights"), Korn, Ice Cube ("Should I Stay Or Should I Go?"), Rancid e No Doubt.
Purtroppo, due giorni prima di Natale, Joe venne stroncato da un infarto.
"Mi sento un po' il padrino di chi oggi piega la propria musica alle esigenze del mondo" raccontò in un'intervista rilasciata poco prima della sua scomparsa. "Ai nostri giorni i Clash sarebbero in prima fila contro la globalizzazione, contro il G8: non resisterebbero alla tentazione neppure un istante. Ma ora non si può più tornare indietro, il meccanismo si può tutt'al più domare, controllare, non si può affrontare sulle barricate: lo dimostra il fatto che chi protesta è a sua volta un frutto della globalizzazione". E aggiunse: "Se sono diventato un uomo libero, è perché ho sempre conservato le chiavi del mio passato".
JOE STRUMMER - DISCOGRAFIA ESSENZIALE
Con The Clash:
1977 - The Clash
1978 - Give 'Em Enough Rope
1979 - London Calling
1980 - Sandinista!
1982 - Combat Rock
Solo:
1987 - Walker
1989 - Earthquake Weather
Con The Mescaleros:
1999 - Rock Art and the X-Ray Style
2001 - Global a Go-Go
2003 - (uscito postumo) Streetcore
Let's Rock Again!
Viva Joe Strummer - The Clash and Beyond. His Life and Times
Coppia allucinante, quella formata da Mojo Nixon e Skid Roper! Cantano di un "Natale transilvanico", di "Gesù al McDonald's", della "dieta di Bigfoot" (lo yeti americano), di "mettere la faccia su una bomba nucleare" e di come si sta ad abitare "insieme a un Anticristo di 90 cm.".
Attivi nella seconda metà degli Anni Ottanta, i due sono stati esponenti dello psychobilly, un genere di musica che divenne popolare dapprima in Europa e solo in un secondo tempo negli U.S.A.
Lo psychobilly non è altro che il punk rock in chiave rockabilly, ed è caratterizzato dai testi "sporchi" e trasgressivi e dagli atteggiamenti istrionici dei suoi acteurs. Volerlo infilare nello scaffale delle "parodie in musica" sarebbe però un grave torto. Nixon & Roper sono stati due degli eroi della controcultura (o, meglio ancora, della cultura "weird"); il primo scriveva i testi, cantava e suonava la chitarra; il secondo provvedeva i suoni di sottofondo - primariamente mandolino e washboard, ovvero l'asse per lavare.
Le velleità intellettuali di Mojo Nixon non risaltano soltanto nelle sue critiche verso il capitalismo ("Io odio le banche", "Bruciate i supermercati"...): Mojo (il cui vero nome, per intero, è Neill Kirby McMillan), laureato in Storia e Scienze Politiche, ha fatto anche da colonnista per il Peterbelly Magazine: due soli articoli, per la verità, in quanto la rivista presto fallì.
Celebri i suoi assalti verbali alle icone della pop cultura tanto cara ai teenager: Martha Quinn, Rick Ashtley, Deborah Gibson... Si è anche dichiarato a favore della libera circolazione degli .mp3, "poiché io non sono uno stronzo come i Metallica" (!). Un personaggio davvero "fuori". E pensare che aveva iniziato la carriera girando alcuni videoclip per la MTV, uno dei quali insieme a Wynona Ryder! Poi iniziò a imprecare proprio contro quei personaggi lanciati dall'emittente e venne gentilmente allontanato dai responsabili.
Don Henley e David Geffen sono due degli idoli che Mojo Nixon ha pesantemente vituperato ("Don Henley Must Die", "Bring Me the Head of David Geffen"). Il primo non si offese: anzi! Durante un concerto di Nixon ad Austin, Texas, salì sul palco e intonò a pieni polmoni "Don Henley Must Die". Quando l'ex membro degli Eagles se ne andò, Nixon chiese scherzosamente al pubblico: "C'è forse qui anche Debbie Gibson?" E più tardi ammise: "Don ha due coglioni grandi quanto le campane di una chiesa".
Sulla sua homepage www.mojonixon.com si possono monitorare gli spostamenti, da solo o insieme alla band Toadliquors, di questo simpatico psicopatico.
Musicalmente, a me piace associarlo a Captain Beefheart, ma anche all'inglese Edward Tudor-Pole. E non è forse un caso che sia Mojo sia Eddie hanno avuto esperienze cinematografiche: il primo in Great Balls of Fire, la storia di Jerry Lee Lewis mirabilmente interpretata da Dennis Quaid; il secondo - in ruoli più corposi - in Absolute Beginners, The Great Rock'n'Roll Swindle e altre pellicole fino a The Life and Death of Peter Sellers.
Skid Roper era invece il polo tranquillo del duo. Dico "era" in quanto nel 1989 la società "Nixon & Roper" si sciolse. Di Skid, che era influenzato dal country, uscirono soltanto due album solisti. Ha fatto comunque diversi concerti con il suo gruppo: Skid Roper and The Shadowcasters. E, se non mi sbaglio, è ancora là fuori a suonare.
Quelle del vocal coach e del direttore artistico sono due figure importanti nell'ambito di uno spettacolo come X-Factor, ma, com'è tipico per l'Italia, da noi hanno finito per recitare un ruolo rilevante anche "al di qua" delle quinte. L'airing di cui godono i pur bravi Stefano Magnanensi, Andrea Rodini e Gaudi, e il coreografo Luca Tommasini, all'estero non esiste per i loro corrispettivi colleghi. E, sarà forse per mania di protagonismo, questi signori spesso strafanno. Non si capisce per esempio l'assegnazione di certi brani. Soprattutto il chioggiotto Enrico Nordio e l'agrigentino Daniele Magro vengono penalizzati da titoli che non rispecchiano le loro qualità vocali il genere da loro preferito e le loro naturali tendenze. Ieri abbiamo così assistito (di nuovo!) a un'esibizione a dir poco loffia di Enrico ("Once Upon A Long Ago" di Paul McCarthy) e Daniele è finito per la seconda volta al ballottaggio.
Quest'ultimo è stato costretto a cantare "Another One Bites the Dust" dei Queen o, come ha detto Simona Ventura in un eccesso di confusione mentale, "del più grande artista di tutti i tempi, Freddy Mercueeuery" (??). Ottima la prestazione dell'occhialuto soulman malgrado la canzone in questione è un ibrido, e dei meno belli: più dance che rock. E stavolta Daniele ha ricevuto persino l'apprezzamento del suo detrattore Morgan. Ma che fatica!
Nelle edizioni straniere di X-Factor (American Idol, Deutschland sucht den Superstar, ecc.) sono gli stessi candidati a scegliere le songs da proporre al pubblico e ai giudici. Da osservare inoltre che, quando vengono fatte delle cover, bisogna citare l'artista cui il pezzo appartiene de facto e non un altro che l'ha riprodotto. E, nel caso, puntualizzare se si tratta della cover di una cover.
Negli Stati Uniti c'è stata una mezza rivolta dei fans di Chris Cornell quando uno dei concorrenti, David Cook, ha cantato “Billie Jean”. Tutt'e tre i giudici hanno lodato il giovane interprete per l'"originalità" mostrata nel brano di Michael Jackson, ignorando o volendo ignorare che si trattava in effetti di una ripresa fedele (arrangiamenti e tutto) della "Billie Jean" già proposta dal rocker Cornell (ex leader di Soundgarden e Audioslave).
In parecchio di quello che noi vediamo e soprattutto sentiamo non c'è alcuna originalità, in quanto, appunto, spesso si tratta di cover di cover.
Ma torniamo allo specifico dell'italica serata, che stavolta si è svolta con la "benedizione" di Patty Pravo. I Bastard Sons Of Dioniso hanno reso un po' punkeggiante "Ma che colpa abbiamo noi" dei Rokes. Mai la frase "sarà una bella società / fondata sulla libertà" assunse significato tanto ironico, tanto più che, mentre noi la trallalliamo, là fuori si aggirano le ronde neofasciste... Applausi in fondo meritati per i Bastard e tanti saluti al mitico Shel Shapiro.
L'altra esibizione che ci ha convinto è quella dei Farias (in "I'm not in love" dei 10 CC). Il resto dei concorrenti così così. Non tanto per colpa loro ma di chi ha scelto i brani.

Peccato per l'uscita di Chiarastella. La Kate Bush nostrana è finita in ballottaggio contro l'invincibile Daniele ed è stato giusto salvare quest'ultimo, che è una forza della natura e sicuramente interessante anche a livello discografico. Ma la voce e il look della ragazza sono molto accattivanti e lei si sarebbe meritata di mettersi in mostra più a lungo. Comunque la seguiremo, perché di sicuro la sua carriera non è finita qui. Tra l'altro ha già alle spalle un percorso assai costruttivo, com'è testimoniato su MySpace:
Little Odd Relationship (con Cristian Chierici).
E qui c'è la recensione di uno dei suoi dischi: (link, Ondalternativa).
Nostalgic Wave!
Sull'homepage di Topolàin oltre 50 "midi voice" di indimenticabili brani pop e rock, grandi classici come "Black Magic Woman" di Carlos Santana e "Sugar Mountain" di Neil Young, "Children Of The Grave" dei Black Sabbath e "Everybody Hurts" dei R.E.M.
Inoltre: Muddy Waters, Frank Zappa, Genesis, Beatles, ecc.
Questo l'URL:
Nostalgic Wave, http://xoomer.alice.it/topolain1/mp3-collection.htm
Ronald "Ron" Asheton, 60 anni, è stato trovato morto questa mattina (6 gennaio) nella sua casa di Ann Arbor nel Michigan. Il chitarrista, nonché bassista, membro degli Stooges, storica band americana fautrice del cosiddetto movimento proto-punk, è deceduto a causa di un attacco cardiaco. Il suo corpo, rinvenuto sul sofà del soggiorno, era senza vita già da parecchi giorni.

Asheton ha fondato gli Stooges nel 1967 a Detroit con suo fratello Scott (batterista della band), il bassista Dave Alexander (morto nel 1975) e il frontman Iggy Pop (alias James Osterberg).
Jimmy Page (chitarra) e John Paul Jones (basso), membri storici dei Led Zeppelin, si sono evidentemente spazientiti con il cantante Robert Plant, che si mostra riluttante a unirsi a loro nella tournée di riunione, che potrebbe rappresentare uno degli eventi musicali più importanti del 2009. La rivista Billboard ci informa che Page e Jones si stanno esercitando per il come-back insieme a Jason Bonham, figlio di John Bonham (il deceduto batterista dei Led).
I Led Zeppelin nel 1975: Jimmy Page, Robert Plant
Finora i due hanno aspettato che Robert Plant si convincesse, ma quest'ultimo è sempre oberato di impegni; attualmente si trova in tour con la cantante e violinista Alison Krauss, la quale sta lanciando il suo ultimo album di bluegrass dal titolo Raising Sand. Perciò Page e Jones si sono messi a cercare un sostituto per il loro vecchio compagno.
Ecco una lista di altre bands che hanno dovuto rimpiazzare loro elementi-chiave, e i risultati dei cambiamenti:
Van Halen - David Lee Roth, esuberante frontman dei Van Halen, lasciò il gruppo nel 1985. Venne rimpiazzato da Sammy Hagar. Da allora i fans dei Van Halen sono divisi in due schieramenti: quelli che preferiscono il cantante originale e quelli che stanno dalla parte del "blue-collar" Hagar. Con entrambi, la band ha venduto milioni di album. La fortunata reunion del 2007 segnò il ritorno di David Lee Roth, che tornò a esibirsi con gli altri co-fondatori Eddie e Alex Van Halen.
Queen - Nel 1991, quando Freddie Mercury morì, ci fu una cessione delle attività per i Queen, almeno come band (i membri superstiti si dedicarono a progetti solisti; un album finale con la "partecipazione" di Mercury uscì quattro anni dopo la scomparsa del cantante). Nel 2005, Brian May e Roger Taylor decisero di far risuscitare i Queen ingaggiando Paul Rodgers (ex Bad Company). Riempirono le arene, ma molti vecchi fans rimasero scontenti: impossibile, infatti, trovare un altro showman con il carisma di un Freddy Mercury.
Bad Company - Accennavamo appunto a Paul Rodgers. Quando questi lasciò i Bad Company, venne rimpiazzato non da uno ma da due cantanti. Con il primo, Brian Howe (1986-'94), la band ebbe un più che discreto successo di vendite. Invece con il secondo, Robert Hart (1995-'97), i Bad Company rischiarono il declino. Rodgers tornò nel 1998 e rimase per quattro anni, ma adesso, come abbiamo visto, è con i Queen (i quali tra l'altro hanno inciso un nuovo album, dal titolo The Cosmos Rocks).
Genesis - Parecchi aficionados di quest'altro grande gruppo inglese prospettarono "l'inevitabile fine" dopo che Peter Gabriel scelse di andarsene. Correva l'anno 1975. Occorsero parecchi mesi ai rimanenti membri per riprendersi dal brutto colpo; mesi in cui vennero fatti provini per scegliere il sostituto del grande Peter, finché il loro batterista, tale Phil Collins, non dichiarò: "Sentite, so cantare anch'io!". Phil, unico componente dei Genesis di origini proletarie, divenne non solo la voce solista ma anche il capo incontrastato della band (che finora si era attenuta a metodi democratici). A un paio di album "di assestamento" seguì una caterva impressionante di successi, ma anche un mutamento di stile che, in fondo, dava ragione ai vecchi fans: i Genesis senza Peter Gabriel, in effetti, erano tutt'altra cosa. [Per la storia dei Genesis in lingua italiana vedi qui.]
Pink Floyd - Roger Waters, autore di numerosi testi dei Pink Floyd, sbatté la porta nel 1984. Il chitarrista David Gilmour e il batterista Nick Mason tennero in vita il gruppo dopo aver vinto una sequela di fastidiosi procedimenti penali intentati dallo stesso Waters, il quale voleva vietare loro di continuare a usare il nome della band. Senza il vecchio membro e con l'appoggio del tastierista Richard Wright, che poteva finalmente tornare a unirsi ai compagni (fu proprio Wright, con la sua presunta "passività", uno dei motivi del litigio tra Waters e gli altri), i Pink Floyd sfornarono un paio di altri buoni album e ripresero a esibirsi in tutto il mondo, mostrando di essere ancora un'autentica "money machine". [Vedi Atom Heart Mother - una homepage sui Pink Floyd, in lingua inglese.] Nel 2005, nel corso di Live 8 (spettacolo contro la povertà nel mondo), Roger Waters salì sul palcoscenico per suonare insieme agli amici di un tempo. E quella fu l'ultimissima volta che si rividero i Floyd uniti e, in qualche modo, contenti.
The Who - Ormai sono chiamati "The Two", con ovvio riferimento al cantante Roger Daltrey e al chitarrista Pete Townshend, i quali continuano a esibirsi come "The Who" nonostante la tragica dipartita degli altri due membri fondatori. Nel 1978 fu Keith Moon a "lasciarci le penne", come si suol dire, per via dei suoi eccessi di alcool, droghe e quant'altro. Per il batterista-folletto ci furono molti sostituti, ma quello che riuscì a convincere maggiormente fu, alla metà degli Anni Novanta, Zak Starkey, figlio del leggendario Ringo Starr. Quando nel 2002 morì anche il bassista John Entwistle (esattamente il giorno prima dell'avvio del tour estivo degli Who che avrebbe interessato Stati Uniti e Canada), fu il bassista Pino Palladino - scozzese, ma con antenati partenopei - il prescelto di turno. Altri collaboratori dei "superstiti" Daltrey & Townshend sono stati il drummer Steve White e il bassista Dave Minchella. The Who - o, meglio, "The Two plus Friends" - proseguono a sfornare dischi e a dare concerti mantenendo alta la qualità e raccogliendo ovunque enormi consensi.
Kiss - Venticinque anni segnati da abbandoni e disgrazie assortite, eppure questa formazione newyorchese continua a esistere. Nel 1980 getta la spugna il drummer Peter Criss. Viene sostituito da Eric Carr, che muore nel 1991. Le bacchette passano allora nelle mani di Eric Singer, che militerà contemporaneamente nei Kiss e nella Alice Cooper's Band. Anche l'abbandono del chitarrista Ace Frehley è stato assorbito abbastanza bene dagli altri membri: numerosi i sostituti per Frehley; ultimo, in ordine di tempo, il bravo e simpatico Tommy Thayer (nelle foto sotto).
Courtney Love smentisce di aver gettato al vento un intero album che aveva registrato con la pop star Linda Perry (ex 4 Non Blondies) e con Billy Corgan (Smashing Pumpkins). Il disco, intitolato Nobody’s Daughter, ha richiesto tre anni di lavorazione e avrebbe dovuto essere pubblicato nel corso del 2008.
E verrà pubblicato. La stessa Love infatti dichiara che non è vero che avrebbe interrotto bruscamente la sua collaborazione con Linda Perry. Anzi: è fiduciosa che l’album possa uscire già a luglio. Dice lei.

“Nessun rifiuto di pubblicare l’album, semplicemente alcune sovraincisioni, soprattutto da quando queste sono finite su Internet” ha scritto Courtney sul suo MySpace, dove ha anche rivelato alcuni dettagli del nuovo risultato.
“Alcune songs possono sembrare familiari o avere lo stesso titolo e arrangiamento di quelle che molti hanno scaricato dalla Rete. Acune sono gemme preziose che non vorrei toccare, ma ci sono centinaia e centinaia di nuove canzoni di cui nessuno è a conoscenza”.
La cantante sarebbe addirittura al lavoro su ancora un nuovo disco, stavolta con Micko Larkin, chitarrista dei Larrikin Love (ora scioltisi), che ha seguito la vedova Cobain nel tour dello scorso anno. Chissà se il frutto della collaborazione tra la Love, Corgan e Linda Perry avrà davvero mai modo di essere ascoltato! Di sicuro per la donna del compianto Kurt Cobain c'e' solo il ricovero ospedaliero per un'infezione alla gola, oltre al fatto che finora, musicalmente parlando, non ha mai fatto niente di originale (vedi l'ultimo suo disco American Sweetheart).
C'è anche The Palermo Shooting, il film di Wim Wenders girato nei vicoli del capoluogo siciliano, tra le diciannove opere in gara per la Palma d'Oro del 61esimo Festival di Cannes.
Dopo Il cielo sopra Berlino, Lisbon Story e la Cuba di Buena Vista Social Club, ecco dunque Palermo. "E' questa città, con i suoi misteri e il rapporto misterioso di vita e morte radicato nel suo substrato, che dà alla storia motivo di esistere" dice il 62enne (ma ancora capellone!) Wenders.
Nello scorso ottobre a Palermo si era visto Campino; non in qualità di frontman della band punk-rock Die Toten Hosen bensì come - appunto - attore! Andreas Frege (questo il suo vero nome) è infatti il protagonista della pellicola di Wenders.
"Ho scelto il capoluogo siculo perché è legato al ricordo di quando ero giovane: sono venuto qui nel 1968. Voglio che Palermo mi parli della sua storia per poi raccontarla." Questo è quanto il regista tedesco aveva dichiarato mesi fa, quando la sua improvvisa quanto inaspettata visita aveva piacevolmente sorpreso i palermitani.
Con il passare del tempo, sul progetto emersero via via nuovi particolari. E ora il film è approdato a Cannes. E' la storia del fotografo Finn (Campino), la cui vita va a pezzi e per questo decide di mollare ogni cosa e di scendere appunto fino in Sicilia, dove inizierà una nuova vita e avrà una storia d'amore elettrizzante con una restauratrice d'arte (Giovanna Mezzogiorno).
"Giovanna Mezzogiorno è stata un'illuminazione per me!" esclama il famoso regista a proposito della sua scelta della co-protagonista. "Durante il lavoro alla sceneggiatura, avevo appeso sul muro della mia camera d'albergo una riproduzione dell'Annunciazione, che avevo visto già a Palazzo Abatellis, e quell'immagine così spirituale circondata dal velo azzurro intenso mi ha subito convinto che l'interprete femminile avrebbe dovuto trasmettere la stessa anima. Giovanna è perfetta: ha la medesima spiritualità che emana dal celebre dipinto."
Tra i protagonisti ci sono inoltre Dennis Hopper e, nei panni di se stesso, Lou Reed.
"Non volevo l'ennesimo racconto di mafia, in quanto odio gli stereotipi. Il film è piuttosto centrato sul rapporto di vita e morte in una città che ha l'onestà di esporre le proprie ferite; un'onestà che purtroppo non riscontro in Berlino".
Il film è girato anche a Düsseldorf. "Sono dovuti passare quarant'anni prima che io abbia potuto dedicare qualche immagine filmica anche alla mia città natale!" osserva Wenders.
E' ormai la nona volta che il regista tedesco concorre a Cannes. Wenders è tra i preferiti in assoluto della Croisette, dove ha già vinto la Palma d’Oro nel 1984 con Paris, Texas (vincitore anche del Premio FIPRESCI e del Premio della giuria ecumenica), un altro FIPRESCI e la Palma per il miglior regista nel 1987 con Il cielo sopra Berlino e il Gran Premio della giuria nel 1993 con Faraway, So Close!. L’ultimo film che vi aveva presentato prima di Palermo Shooting era stato Non bussare alla mia porta (2005).
Campino invece non si è visto sulla Croisette. Il motivo: il 45enne cantante rock si è rotto un piede quando il Liverpool (suo club preferito) è stato eliminato dalla Champions League e lui, pieno di rabbia, ha dato un calcione a un cassonetto delle immondizie.
Particolare risalto, come in tutti i film di Wenders, sarà dato alla musica. Elementi imprescindibili della sceneggiatura saranno infatti le presenze di musicisti come il già sunnominato Lou Reed e poi Patti Smith, Giovanni Sollima e la struggente voce di Enza Lauricella, ritenuta l’unica testimone della tradizione del canto arcaico dell’isola (la Lauricella era già nel "gruppo storico" insieme a Rosa Balistreri e Ciccio Busacca).