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sabato, 10 maggio 2008

Le sette vite di Steve Winwood

Il musicista bianco dalla voce nera compie 60 anni

 Già 14enne Steve entrò a far parte dello Spencer Davis Group e li lanciò sull'onda del successo prestando la sua voce particolare, dal 1963 al '67, a hits come "Keep On Running", "Gimme Some Loving" e "I'm A Man".

Dopo questo periodo arrivarono altri anni gloriosi, anni ormai scritti a caratteri d'oro negli annali del rock: fu l'era dei Traffic (che Winwood fondò insieme a Chris Wood, Jim Capaldi e Dave Mason) e dei Blind Faith (formati con Eric Clapton, Ginger Baker e Ric Grech dei Family). Già a quel tempo Steve Winwood era noto come "il Mozart della musica pop", definizione coniata dal New York Times per sottolineare la bellezza e l'intelligenza delle sue canzoni.

Dopodiché Winwood decise di iniziare la carriera solista. All'album di debutto Steve Winwood (1977) seguirono Arc Of A Diver (1980), Talking Back To The Night (1982)... fino all'ultimo disco dal titolo assai significativo: Nine Lives (2008).

60 anni è una bella età anche per un artista navigato come Steve Winwood, ma possiamo essere certi che non è stato ancora scritto - ovviamente in musica - l'ultimo capitolo della vita di questo simpatico pur se taciturno inglese. 





postato da: frankobrain alle ore 16:01 | link | commenti (2)
categorie: musica, rock, blues, pop , jazz, progressive
lunedì, 24 marzo 2008

John Cale

John Cale: poliedrico e mai scontato. Anacronistico nelle sue produzioni e quasi sempre perfetto. Assistere a un suo spettacolo dal vivo l'anno scorso al Rainbow di Milano è stata un'esperienza formidabile.

In fin dei conti il successo è solo uno sheck. Ma per l'avanguardia non c'è un prezzo. E' l'idea che conta.

John Cale viene alla luce il 9 marzo 1942. La storia del rock dice che, insieme a Lou Reed (voce, chitarra), Sterling Morrison (basso e seconda chitarra) e Maureen ("Moe") Tucker (percussioni), il multistrumentista Cale forma i Velvet Underground; il loro primo disco The Velvet Underground & Nico viene pubblicato nel 1967, con la partecipazione appunto della modella tedesca Nico (poi morta tragicamente). Il mix tra la sensibilità avanguardistica di Cale e i testi "prosaici" di Reed saranno alla base dell'arte dei Velvet.



John Cale è fortemente influenzato dalla musica minimalista e i suoi lavori sperimentali (p. es. quelli con LaMonte Young) hanno spalancato la strada ad artisti del progressive come Robert Fripp. Ha anche collaborato con Brian Eno e Terry Riley, con i quali incise a partire dagli Anni Settanta vari album, e ha prodotto il primo, omonimo LP degli Stooges (nel 1969), nonché il debutto di Patti Smith, Horses. Dalla chiusura dell'esperienza con i Velvet (fu Doug Yule a rimpiazzarlo), Cale intraprese un'intensa carriera solista, alternando album rock a collaborazioni e a musiche da film (firmò tra l'altro il soundtrack di Caged Heat - Femmine in gabbia, opera prima di Jonathan Demme, e di American Psycho, tratto dal romanzo di Bret Easton Ellis). I suoi dischi Fear (1974), Slow Dazzle (1975) e (Guts and) Helen Of Troy (1977, con Phil Collins alla batteria) sono da ritenersi tra i lavori più interessanti in assoluto degli Anni Settanta, e Music for a New Society viene spesso nominato come uno degli album essenziali di tutti i tempi. 

 Con Lou Reed pubblicò nel 1990 Songs for Drella, opera  commemorativa del comune "padrino" Andy Warhol. Di Warhol la paternità della scelta del nome del gruppo, sua la famosa copertina con la banana, e probabilmente sua anche l'idea di associare alla band la voce rauca e sensuale di Nico.

Nel settembre 1996 Cale partecipò al tribute a Leonard Cohen che reca il titolo I'm Your Fan cimentandosi in "Hallelujah", composizione del bardo ebreo-canadese. Certo, se si esamina lo stile dei due, Cale e Cohen sembrano distanti parecchi anni luce, ma Cale, nella sua lunga parabola artistica, si è sempre più avvicinato alla dimensione cantautorale, e poi diverse sue collaborazioni con Lou Reed e altri lo rendono un cantautore tout court. Inoltre è inevitabile che tra geni si crei una forte empatia. E così, dopo l'assalto alle Torri Gemelle, il "decostruzionista" con background classico renderà una volta di più omaggio a Leonard Cohen dichiarando in un'intervista:

Dopo l'11 settembre [2001], c'erano due canzoni che potevano aiutarci a superare lo choc: "Sugar Baby" di Bob Dylan e "Alexandra Leaving" di Leonard Cohen. Quella di Cohen fa davvero pensare. Mi sono chiesto se nella canzone si parli veramente di una ragazza. Un mio amico che conosce Cohen ha potuto svelarmi che "Alexandra Leaving" è stata ispirata da una lirica di Constantin P. Cavafy. In quei versi si racconta di Antonio, che è costretto a lasciare la città di Alessandria d'Egitto per scampare alla morte. Il messaggio è: non rattristirti. Sii un uomo e abbandona la città che ti ha dato così tanto. Hai imparato tante cose, ma ora è tempo di andare.

Cale cantò "Hallelujah" anche a The Queen Elizabeth Hall di Londra, alla fine di uno spettacolo superbo (ottobre 2005) che incluse buona parte del suo proprio materiale e in più una versione pianistica di "Heartbreak Hotel", oltre che due poesie di Dylan Thomas messe in musica da lui stesso.

Ancora in piena attività dopo oltre 40 anni, recentemente John Cale ha dato alle stampe un triplo CD live + DVD (Circus Live) che conferma la sua posizione avanguardistica nel mondo della musica contemporanea.

postato da: frankobrain alle ore 02:44 | link | commenti
categorie: musica, elettronica, rock, progressive
domenica, 23 marzo 2008

Ristampe prog: 'Highly Strung' (Steve Hackett)

  Dopo aver abbandonato nel 1977 i Genesis (già vedovi di Peter Gabriel), Steve Hackett si concentrò preminentemente sulla sua carriera solistica, forte della nomea che lo voleva come uno dei migliori chitarristi del tempo. E ancora oggi lo troviamo impegnato a registrare e a tenere concerti in tutto il mondo.
Per conto della leggendaria etichetta Charisma - la stessa che ebbe sotto contratto i vecchi, e dunque "veri", Genesis -, Hackett realizzò nel 1983 questa gemma che, sebbene denoti forti influenze del rock di quei primi Anni Ottanta, non tradisce alcuni tra i più nobili canoni del progressive.
Il CD, ristampato (ovviamente "remastered") dalla EMI l'anno scorso, è arricchito da tre bonus tracks. Offre tra l'altro classici come "Camino Royale" e "Cell 151", divenuti popolari subito dopo la loro uscita.
Highly Strung è tuttora il progetto di Hackett di maggior successo insieme a Voyage Of The Acolyte e Spectral Mornings.

postato da: frankobrain alle ore 00:32 | link | commenti (1)
categorie: musica, rock, progressive
venerdì, 21 marzo 2008

Portishead - "Machine Gun" (Video)

Nuovo video a presentazione del terzo, attesissimo album
Cliccare qui per guardarlo

Per le cose buone ci vuole tempo: i Portishead si sono concessi una pausa di ben dieci anni - pausa costellata da varie complicazioni - per portare a termine il loro terzo album che reca il titolo - appunto - Third. "Machine Gun" è il primo single tratto da quest'opera.
E' un pezzo che sorprende per l'aggressività della e-drum e per un'atmosfera oltremodo "da fine del mondo". Inoltre, andando controcorrente, il filmato fa bellamente a meno di effetti spettacolari.

I dieci anni trascorsi si sentono, eccome: l'unico elemento che in questa canzone risulta familiare ai fans è la voce di Beth Gibbons, la quale una volta di più riesce a metterci tutta l'anima. A fronte di tale track d'esempio, incomincia a esserci chiaro come mai il gruppo inglese fondato da Geoff Barrow ha impiegato così tanto tempo per registrare il seguito di quei due dischi (Dummy e Portishead) che a suo tempo indicarono a tanti artisti la strada da seguire.


                                            Portishead - Third
postato da: frankobrain alle ore 18:53 | link | commenti
categorie: musica, rock, pop , hip hop, progressive
sabato, 15 marzo 2008

Deep Purple in Italia a luglio

deeppurple_2.jpgSaranno cinque le date italiane del tour mondiale 2008 dei Deep Purple. La band inglese, arrivata al quarantesimo anno di carriera, si esibirà  il 12 luglio in Piazza Duomo a Pistoia e la sera successiva al Parco Certosa Reale di Collegno; il 15 e il 16 il gruppo di Ian Gillan suonerà  al Teatro Ventaglio di Milano mentre a chiudere il minitour italiano sarà  la data del 18 al Castello Scaligero di Villafranca.

 

I prezzi dei biglietti, disponibili sul circuito TicketOne, variano dai 34 agli 80 euro.

I Deep Purple furono fondati nel 1968 a Londra da Jon Lord (keyboards, piano) e Ritchie Blackmore.

Molti i componenti che hanno fatto parte di questa formazione. Non pochi di loro hanno lasciato (o sono stati gettati fuori dall'egocentrico Jon Lord, fino a quando questi annunciò di non voler più suonare hard rock), per poi magari tornare.

Jon Lord (il tastierista, nato il 9.6.1941). Dal 1968 al 2002. 
Ritchie Blackmore (chitarra, *14.4.45). 1968-75, 1984-93, 1995.
Ian Paice (percussioni, *29.6.48). 1968-76, 1984-oggi.
Ian Gillian (voce, *19.8.45). 1969-73,  1992-oggi.
Roger Glover (basso, *30.11.45). 1969-73,  1984-oggi.
Rod Evans (voce, *19.1.45). 1968-69.
Nick Simper (basso,  *3.11.46). 1968-69.
Glenn Hughes (basso, voce, *21.8.52). 1973.
David Coverdale (voce, *22.9.49).
Tommy Bolin (chitarra, *18.4.51).
Joe Lynn Turner (voce, *2.8.51).
Don Airey (tastiere, *21.6.48). Attuale componente.
Steve Morse (chitarra, *28.7.54). Attuale componente.
Joe Satriani
(voce, *15.7.56).

La formazione più recente (o una delle più recenti, per meglio dire):
Don Airey (tastiere), Ian Paice (percussioni), Roger Glover (basso), Ian Gillan (voce) e Steve Morse (chitarra).

Album consigliati:

 

 

postato da: frankobrain alle ore 12:21 | link | commenti
categorie: musica, rock, blues, pop , progressive
martedì, 12 febbraio 2008

Zappa: remembering

 

Ultimamente riascoltavo lo sballante Captain Beefheart e ho ripensato a Frank Zappa. Captain Beefheart è senz'altro un clone di Zappa, anche se Frank rimane Unico. Captain B. (al secolo: Don Van Vliet) ha testi che sembrano ispirarsi alla beat generation, anche se tanti affermano che i suoi sono solo sfoghi demenziali... Sulla scia dell'ascolto di Beefheart, dunque, ho ripassato in rassegna il materiale zappiano in mio possesso e sono giunto alla conclusione - definitiva - di essere un vero aficionado dello strabiliante Frank Vincent Zappa (Baltimora, Maryland, 1940 - Los Angeles, California, 1993). Il suo album che più mi ha colpito è "Waka Jawaka" (1973), e in particolare il primo track: Big Swifty. Ma metterei anche il blueseggiante "Chunga's Revenge" ai primi posti dei lavori zappiani da me preferiti.
Lo stile di Zappa varia considerevolmente da un disco all'altro. Si può dire che lui è (non dico "era" perché secondo me dev'essere ancora vivo e durante ogni eclissi o passaggio di cometa ci fa ciao ciao da lassù agitando il joint) l'impersonificazione di un anarchico azionismo; e, in fondo, a questa sicumera, a questa rabbia felice e libertà d'espressione, dovrebbe aspirare qualunque artista - scrittori non esclusi.
Una volta che hai fatto tue le regole generali di un'arte (musica, pittura...) non dovresti pensare ad altro che a divertirti, "punto e accapo e dilagare", e non, invece, stare a tormentarti con restrizioni e barriere stilistiche, limare, rifinire, ecc. Purtroppo però non sempre questa felice anarchia è applicabile alla scrittura -almeno credo io-, e per questo chi scrive finisce irrimediabilmente con l'invidiare musici e pittori...


 Fin da "Freaks Out" (del '66; opera d'esordio dei Mothers of Invention che passa per uno dei primi concept albums in assoluto e introduce nel contesto rock la musica sperimentale [influenze: Igor Strawinsky, Edgar Varèse, Stockhausen, John Cage...]), il buon, vecchio Zappa è sempre rimasto fedele alle sue istanze anarco-sonore. Logico che ci sono album in cui brani di altissima qualità si succedono ad altri che hanno il carattere di puro divertissement (vedi p. es. "Baby Snake"), ma chi ci "ha fatto l'orecchio" saprà apprezzare questi e quelli, e trarne il giusto giovamento.
Esilaranti, nell'opera prima "Freaks Out", sono il quarto brano (Go Cry On Somebody Else's Shoulder) e il settimo (Wowie Zowie). Una delle forze di Zappa consiste proprio nel suo umore pungente, nel suo sarcasmo. L'ultima sua opera in ordine di tempo finora in mio possesso è
"Broadway the Hard Way" ('88), in cui "Mister Z" & consorti elevano il genere della parodia (divertente quella di Michael Jackson e quell'altra sullo stile rap) a una forma d'arte a sé stante. "Broadway the Hard Way" parrebbe quasi un reprise del più vecchio "Roxy & Elsewhere" ('74); ma tutti gli album zappiani di genere satirico si sviluppano senza dubbio sulle fondamenta di "Freaks Out".
Parodistico definirei anche "Sleep Dirt" (79), anche se - con l'eccezione del primo pezzo - non mi sembra che musicalmente sia all'altezza degli altri. Per me Filthy Habits - track d'apertura di "Sleep Dirt" - dovrebbe far parte del repertorio di ogni bravo chitarrista. Qualche tempo fa, un amico mi ha convinto a procacciarmi alcuni lavori di Ry Cooder. Mboh. Non dubito che Ry sia uno dei Grandi della chitarra, ma personalmente preferisco il modo in cui questo strumento viene trattato da Zappa e da gente della sua medesima "razza" (Warren Zevon, ad esempio). In qualità di amante del prog, anni fa comprai anche un CD di Anthony Phillips (ex Genesis), con pezzi di sola chitarra; ebbene, è uno dei prodotti più sterili che io abbia mai ascoltato. Ma conoscere persino queste bazzeccole serve se non altro a poter fare raffronti, e a ricordarci la bravura - e il genio - di un Frank Zappa.
"Apostrophe-Overnight Sensation" ('73-'74) è chiaramente un tentativo di strizzare l'occhio al mercato (qui i testi sono un po' banali), sebbene - dobbiamo ammetterlo - il tentativo viene pur sempre effettuato in maniera zappiana. A quel tempo Zappa si era appena ripreso da un brutto "incidente" che lo aveva costretto sulla sedia a rotelle: durante un concerto al Rainbow di Londra, uno spettatore (si dice che fosse arrabbiato perché la sua ragazza si mostrava oltremodo soggiogata dalla carica sessuale del Nostro) si arrampicò sul palco e spinse giù l'artista.
In "One Size Fits All" ('75) ci muoviamo nelle più alte regioni della creatività sfrenata; tutti i pezzi sono bellissimi, e possono fungere da soundtrack a una corsa in auto attraverso il sud degli States (o anche... attraverso il sud d'Italia!).
"Bongo Fury", dello stesso anno, brilla per una chitarra oltremodo aggressiva che definirei à la Hendrix. In "Bongo Fury" fantastici anche i testi; soprattutto Muffin Man mi ha fatto ridere da matti.
A conti fatti, gli album di Zappa migliori in assoluto sono, secondo me: "Chunga's Revenge" "Waka Jawaka" "One Size Fits All" "Bongo Fury" e "Sheik Yerbouti", che è sicuramente l'output zappiano più conosciuto.
Ma ovviamente dovrò procurarmene tanti altri prima di poter dare un giudizio definitivo. Comunque Zappa è "flippante" in ogni situazione: basti ascoltare gli "intro" di "Absolutely Free" e di "Baby Snakes" per capire che i suoi epigoni hanno - e avranno - vita dura: come poter dire qualcosa di nuovo, dopo che Zappa ha esplorato tutti i paesaggi, tutte le possibili soluzioni espressive? E infatti: al confronto del suo sound, la roba che si sente oggi sembra suonata da babies immaturi, le voci che ci giungono dalla radio e dagli altoparlanti delle discoteche sembrano provenire direttamente da Disneyland. (Disneyland, Hollywood e il mainstream discografico sono i mondi che Zappa ha sempre gioiosamente messo sotto torchio.) Nel negozio in cui sono solito recarmi, ieri ho visto che hanno anche il leggendario "200 Motels" - sono anni che me lo voglio procurare -, ma il prezzo mi ha messo paura; aspetterò che lo ribassino... Oppure lo tirerò giù da Internet!
 
                            
DISCOGRAFIA (APPROSSIMATIVA!) di Frank Zappa

Freak Out (66), Absolutely Free (67), We're Only In It For The Money (67), Lumpy Gravy (67), Ruben And The Jets (68), Mothermania (68), Uncle Meat (69), Weasels Ripped My Flesh (70), Chunga's Revenge (70), Hot Rats (70), Burnt Weeny Sandwich (70), Live At Fillmore East (71), 200 Motels (71), Just Another Band From L.A. (72), The Grand Wazoo (72), Waka Jawaka (73), Overnight Sensation (73), Apostrophe (74), Roxy and Elsewhere (74), One Size Fits All (75), Bongo Fury (75), Zoot Allures (76), In New York (78), Studio Tan (78), Sheik Yerbouti (79), Sleep Dirt (79), Joes Garage (79), Tinseltown Rebellion (81), You Are What You Is (81), Shut Up n'Play Yer Guitar (81), Ship Arriving Too Late To Save A Drowning Witch (82), Baby Snakes (83), The Man From Utopia (83), Zappa Vol.1 (83), Them Or Us (84), Thing-Fish (84), True Glove (84), Francesco Zappa (84), Frank Zappa Meets Mothers Of Prevention (85), Does Humor Belong In Music? (86), Jazz From Hell (86), Zappa Vol.2 (86), Guitar (88), You Can't Do That On Stage Anymore Vol.1 (88), Orchestral Favorites (89), You Can't Do That On Stage Anymore Vol.2 (88), Broadway the Hard Way (88), You Can't Do That On Stage Anymore Vol.3 (89), The Supplement Tape (90), The Best Band You Never Heard In Your Life (91), You Can't Do That On Stage Anymore Vol.4 (91), Make A Jazz Noise Here (91), You Can't Do That On Stage Anymore Vol.5 (92), You Can't Do That On Stage Anymore Vol.6 (92), Playground Psychotics (92), The Yellow Shark (93)
postato da: frankobrain alle ore 14:17 | link | commenti (1)
categorie: musica, rock, jazz, progressive
lunedì, 07 gennaio 2008

Le Orme - 'Felona e Sorona'

Dove il cielo si nasconde dietro monili di mille stelle,
dietro la polvere d'oro di un altro universo,
due pianeti in armonia ruotano insieme nel loro regno,
dove ogni cosa non cambia all'infuori del tempo.


Toni Pagliuca alle tastiere, Aldo Tagliapietra voce, chitarra e basso, Michi Dei Rossi alle percussioni: è il 1973 e Le Orme, un trio paragonato (spesso a torto) ai pionieri del progressive Emerson, Lake & Palmer, sfornano questo album - loro capolavoro indiscusso - rivelandosi più eleganti e omogenei degli stessi E.L.P., che, com'è risaputo, eccedono in pomposità.
(Se proprio occorre cercare similitudini, i nomi da citare sono quelli dei Genesis e del gruppo francese
Ange.)

Il titolo è curioso quanto accattivante: "Felona e Sorona". Due mondi contrapposti e complementari, sole e luna, yin e yang, Eros ed Eris, Amore e Discordia. La "storia", in breve, è la seguente: gli abitanti del pianeta Felona vivono in pace e nella luce, mentre Sorona è avvolto da un'oscurità eterna. Quando i due mondi vengono in contatto, Felona reca a Sorona la gioia, mentre Sorona reca a Felona il declino. La distruzione è programmata ("Ritorno al nulla").
Da queste premesse si dipanano nove solchi, nove vicende tra di esse collegate, su una ragnatela sonora dal formato pressappoco di sinfonia classica.
Organo Hammond, piano, mellotron, sintetizzatori: l'intero armamentario-base del prog viene sfoderato da Toni Pagliuca, che ha comunque il merito di non eclissare il lavoro degli altri due compagni; e, anche se è lui l'indiscusso maestro di cerimonie (ascoltate i geniali glissandi che mettono in rilievo l'atmosfera surreale-fantascientifica), sono altresì importanti i ruoli di Aldo Tagliapietra (che, come Greg Lake, fa spesso uso della chitarra acustica) e di Michi Dei Rossi.
Raffinatezza sinfonica e levità mediterranea si uniscono in uno sfarzoso tessuto compositorio. Un titolo su tutti: "L'Equilibrio", in cui gli intensi passaggi di tastiere si appaiano senza  difficoltà apparente al gioco incalzante della sezione ritmica; il tutto impreziosito dalla voce di Tagliapietra (piena di pathos, come richiede il carattere della composizione). 


L'anno prima di Felona e Sorona Le Orme avevano presentato il loro Uomo di Pezza (da cui fu tratto il fortunato single "Gioco di bimba"), l'anno successivo sarà la volta di Contrappunti: tre opere in tre anni che hanno scolpito indissolubilmente il nome di questo gruppo italiano nel cuore degli amanti del progressive rock di emtrambi gli emisferi.



La felicità non puoi trovarla in te
ma nell'amore che agli altri un giorno darai!



Tracks:

1. Sospesi nell'incredibile  (8:43) 
2. Felona  (1:59) 
3. La solitudine di chi protegge il mondo  (1:58) 
4. L'equilibro  (3:48) 
5. Sorona  (2:29) 
6. Attesa inerte  (3:25) 
7. Ritratto di un mattino  (3:29) 
8. All'infuori del tempo  (4:09) 
9. Ritorno al nulla  (3:39)
 
Durata totale: 33:39

***

Nel 1974 Felona e Sorona uscì anche cantato in inglese, su testi di Peter Hammill dei Van der Graaf Generator. La pubblicazione avvenne sotto l'egida della prestigiosa etichetta Charisma. Evitate comunque questa versione "tradotta": qui, la voce di Tagliapietra non è sempre in grado di sostenere testo e melodia con la precisione che caratterizza l'originale.

 

postato da: frankobrain alle ore 00:17 | link | commenti (1)
categorie: musica, rock, jazz, classica, progressive
sabato, 08 dicembre 2007

Morto Stockhausen, genio della musica contemporanea

"It's an inner revelation that has come several times to me, that I have been educated on Sirius, that I come from Sirius." (Karlheinz Stockhausen)

              Il compositore tedesco Karlheinz Stockhausen, coevo e "compagno di sperimentazioni" di Bruno Maderna, Luciano Berio, Pierre Boulez e John Cage, è morto il 5 dicembre scorso, 79enne, nella sua casa di Kürten, in Germania.

Nato a Mödrath - presso Colonia - il 22 agosto del 1928, Karlheinz Stockhausen è stato uno dei più importanti musicisti del XX secolo, spaziando dalla dodecafonia (Arnold Schönberg, Anton Webern) alla musica elettronica.

Allievo al Conservatorio di Colonia dal 1947 al 1951, dove studiò pedagogia della musica e pianoforte, si laureò all'università della stessa città renana in Scienza della Musica, Germanistica e Filosofia. I suoi inizi come compositore furono abbastanza tradizionali (Chöre für Doris). Fu l'ascolto dell'opera seriale di Olivier Messian Mode de Valeur et d’intensités (1949) a segnare la sua vita, portandolo a seguire a Parigi i corsi di composizione del maître francese (ritmica ed estetica). Dal 1950 si mise a comporre non solo proponendo lui stesso forme finora inedite (ha in comune con John Cage la tecnica del "collage"), ma anche inserendo segni assolutamente innovativi nel campo della notazione.

Come docente universitario e autore di numerose pubblicazioni (le sue teorie su tempo e spazio nell'universo dei suoni postulano che “si possono individuare strutture assai simili in musica, letteratura, pittura, scienza e tecnologia”), attraverso le sue attività radiofoniche e grazie a ben 362 composizioni che spesso hanno varcato il confine di ciò che era considerato tecnicamente possibile, Stockhausen contribuì a dare nuovi e decisivi inputs alla musica contemporanea. In particolare lo si ricorda come uno dei fondatori della cosiddetta "musica puntuale".
Sotto di lui studiarono, tra gli altri, Irmin Schmidt e Holger Czukay, rispettivamente tastierista e bassista della band avanguardistica tedesca Can. Fu inoltre fonte di ispirazione per una gran quantità di gruppi e artisti di rock progressivo (Klaus Schulze, i francesi Magma, Frank Zappa, Herman "Sonny" Blount alias Sun Ra, il nostro Battiato...), di jazz (Miles Davis), neoclassica (il pianista e compositore inglese Cornelius Cardew) e pop-rock (David Bowie, Kraftwerk, Björk e, last but not least, i Beatles, che inserirono il ritratto di Stockhausen nella copertina dell'album Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band). 

Tra il 1953 (dunque ancor prima che gli americani Robert A. Moog e Donald Buchla sviluppassero i primi synthesizers modulari, facilmente trasportabili) e il 1998 collaborò con lo "Studio für Elektronische Musik" dell'emittente Westdeutscher Rundfunk, per qualche tempo nel ruolo di direttore artistico, e si dedicò anche alla musica elettro-acustica. Fu proprio nello studio sperimentale di Colonia che nel 1955 realizzò una delle sue opere centrali: Gesang der Jünglinge ("Canto dei fanciulli"). Fu l'attrazione principale durante l'Esposizione Mondiale del 1970 a Osaka con le sue composizioni nel padiglione tedesco. Dal 1971 al 1977 fu docente di composizione al conservatorio di Colonia; e insegnò anche a Basilea, a Philadelphia e alla University of California di Davis.

Il suo Hymnen (1966-67) contiene citazioni da 40 diversi inni nazionali; e non è neppure la sua opera più singolare. Spesso i suoi mondi musicali sono un assemblaggio di voci umane, rumori e suoni elettronici: "musica spaziale" che prevede un rapporto armonico di tutte le sue componenti, dall'altezza dei suoni al volume audio. "Il carattere essenziale della mia musica ha sempre a che fare con la religiosità e la spiritualità" affermò una volta, a ricordare la propria conversione al buddhismo zen, che lo allontanò dagli ambienti della sinistra, i quali si mostrarono nauseati da tanto misticismo. "La parte tecnica è solo per spiegare..." Fino alla fine, lavorò assiduamente a sempre nuove opere: spesso per 16 ore al giorno. Per completare il ciclo Licht, considerato "il" progetto della sua vita - come l'Anello dei Nibelunghi lo fu per Wagner -, impiegò oltre un quarto di secolo.

Il buddhismo gli fu da orientamento per il rapporto da tenere con le orchestre. Ylem, del 1972, è il culmine di un'evoluzione dalla musica rigorosamente segnata sul pentagramma a suoni esistenti meramente durante l'esecuzione. Il concetto stesso di "composizione" sembra ormai irrilevante. Già in Aus Den Sieben Tage (1968) lo spartito comprendeva istruzioni verbali, una delle quali chiedeva agli orchestrali di trascorrere "quattro giorni in un silenzio completo... dormite il meno possibile... chiudete gli occhi/ascoltate e basta". I singoli musicisti dovevano interpretare tali suggerimenti basandosi sulla propria personalità e sulle proprie esperienze. Con Ylem, Stockhausen sviluppa questa tecnica radicale invitando i musicisti, tutti raggruppati intorno al sintetizzatore, di suonare la nota centrale del loro strumento, per poi muoversi verso l'esterno, musicalmente e fisicamente, raggiungendo i limiti del palco finché, al segnale di una sillaba urlata, non devono tornare gradualmente al punto di partenza.

Oltre al lavoro compositivo e a quello di direttore d'orchestra, Stockhausen fu molto attivo come manager. A cominciare dal 1991 pubblicò per la casa editrice Stockhausen-Verlag la sua  opera omnia in un'edizione premiata sia come spartiti sia come CD.
Nel 1996 gli fu assegnata la laurea honoris causa dell'Università di Berlino e nel 2001 ricevette in Svezia il Polar Music Prize, ritenuto il Nobel della musica.

Il giudizio dei critici su Stockhausen è sempre stato controverso: il suo narcisismo e la sua eccentricità gli procurarono numerose antipatie. "Faccio musica per chi vuole ascoltarla" disse una volta in un'intervista. "Il resto del pianeta mi è indifferente." Lo accusarono, certo non a torto, di essere un alienato, estraneo alla realtà del mondo. In particolare fece scalpore la sua dichiarazione sugli attentati dell'11 settembre 2001: "Questo è il più grande capolavoro a livello cosmico, luciferino nella meticolosità della messa in opera".

Nel maggio 2005 venne eseguita in anteprima mondiale, nel Duomo di Milano, la prima parte di Klang - die 24 Stunden des Tages.  Stockhausen aveva in progetto di finire il "Klang-Zyklus" entro il 2028, quando avrebbe compiuto 100 anni.

postato da: frankobrain alle ore 04:28 | link | commenti
categorie: musica, rock, pop , classica, progressive
giovedì, 11 ottobre 2007

Remembering 'Diamante Pazzo'

Immensa la tristezza che l'anno scorso assalì i genuini fans floydiani nell'apprendere che "Diamante Pazzo" (così lo ribattezzò Roger Waters nello splendido brano "Shine On You Crazy Diamond", contenuto nell'album-omaggio Wish You Were Here) aveva abbandonato la dimensione terrestre. 

Syd Barrett, co-fondatore e anima dei Pink Floyd "prima maniera", spirò venerdì 7 luglio 2006, sessantenne, nella casa di Cambridge in cui da molti decenni viveva insieme alla madre. 

 
          

A 14 anni Barrett era già talento precoce: sulla prima chitarra compone allucinate canzoni jazz e blues. Proprio dai due bluesman preferiti, Pink Anderson e Floyd Council, Syd conia il nome del gruppo che ha messo insieme, con Waters, Mason e Wright, nella natìa Cambridge: sono i Pink Floyd e l'anno è il '66. I primi singoli dei Floyd - "See Emily Play" e "Arnold Layne" - sono uno shock per la musica inglese. Frasi musicali tortuose e oscillanti si incastonano in un ritmo sempre incerto, per esplodere in melodie di cristallina bellezza. In un locale londinese, l'"Ufo", i Pink Floyd si producono in esibizioni incredibili, ed è lì che Syd inventa il "Light Show": il primo passo verso la psichedelia.
Per la band il successo arriva con l'album d'esordio The Piper at the Gates of Down (1967). In piena epoca Beatles, con alle porte la rivoluzione del Sessantotto, il disco, composto quasi totalmente da Barrett, presenta testi intrisi di fiaba e di sogno, mescolantisi ad eteree melodie. Nove brevi gioielli: da "Matilda Mother" a "Interstellar Overdrive", da "Lucifer Sam" a "The Gnome". Un disco persino troppo avanti con i tempi, che ottiene comunque un immenso riscontro e proietta i Floyd sulle prime pagine delle riviste specializzate.
Ma per Syd il successo vuol dire stress, panico da concerto, nevrosi. La massiccia assunzione di LSD si fa sentire: il leader dei Pink Floyd fa fatica a suonare in pubblico, scrive liriche sempre più assurde, cade spesso in un delirio a occhi aperti. Il gruppo, preoccupato, lo sostituisce con un giovanissimo chitarrista di nome David Gilmour.
Il trionfo di Dark Side of the Moon e The Wall (centinaia di milioni di copie vendute!) arriva in un'epoca post-Barrett: Syd si era già ritirato a vita privata vivendo a Cambridge come un recluso. Rimase comunque, fino alla sua definitiva dipartita, una figura di spicco del progressive rock e della musica in generale, un punto di riferimento anche per le nuove generazioni di artisti.

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Per altri approfondimenti, foto, links e curiosità su Syd Barrett, vedi il sito "Atom Heart Mother - Pink Floyd Web Wall".

postato da: frankobrain alle ore 13:41 | link | commenti
categorie: musica, rock, progressive
sabato, 06 ottobre 2007

Soft Machine - 'Fourth/Fifth'

E' la riproposta in doppio pack - e ovviamente digitalizzata - dei due loro album del 1971 e 1972. In totale 14 track. Sono quelli della svolta stilistica che avrebbe portato la "Morbida Macchina" ad avvicinarsi sempre più a una transavanguardia tipo Nucleus (molti dei membri dei Nucleus sarebbero via via entrati a far parte di questa band). Il percorso dei Nucleus e dei Soft Machine è indubbiamente simile: anche i primi approdarono infine a un suono elettronico dalle tinte funky...  

Gli Anni Sessanta si stanno congedando. Con Kevin Ayers e Daevid Allen che ormai scorrazzano per conto proprio (l'australiano Allen a quanto pare non può rientrare in Inghilterra per un problema di passaporto e darà vita ai Gong in quel di Parigi) e Robert Wyatt che pensa di abbandonare il gruppo per fondare i Matching Mole (ha già inciso un album in proprio e Fourth sarà l'ultima sua collaborazione con la Machine), è il tastierista Michael Ratledge a prendere in mano le redini. Il resto della band è formata dal suddetto Wyatt - tuttora - ai drums, dal sassofonista Elton Dean e da Hugh Hopper al basso. Questi ultimi due, insieme a Ratledge, costituiranno il nocciolo del gruppo anche in Fifth

  Fourth è il loro primo disco completamente strumentale e si avvale dell'apporto di Marc Charig (tromba), Roy Babbington (contrabasso), Nick Evans (trombone), Jimmy Hastings (flauto, clarinetto) e Alan Skidmore (sax tenore). La virata decisa verso la fusion di rock e jazz - già intravista in Third - si compie qui. Il jazz rock è ovviamente presente nei primi lavori dei Soft Machine (chi non ricorda lo splendido "Out-Bloody-Rageous"?), così come in quelli di tutti gli altri gruppi della scuola di Canterbury, ma lì era contraddistinto da un sound più caldo e impreziosito dalle melodie di Wyatt

  Il maggior punto in comune tra Fourth e i lavori precedenti è la razionalità elettronica di Ratledge. La psichedelia primigenea va ricercata tra le righe, e il disco non soddisfa certo i consumatori del progressive ma molto, invece, chi ama Miles Davis, Chick Corea e la musica totale. Il primo pezzo "Teeth" è una brillante composizione arricchita dagli accenti swing del contrabasso di Babbington, che lascia poi il posto al basso elettrico di Hopper; le cascate pianistiche si alternano con le armonie dei fiati (belle le sfumature del clarinetto di Hastings) e, dopo un furioso "solo" dell'organo di Ratledge, il tutto culmina in un'improvvisazione collettiva. "Fletcher's Blemish" è anch'esso un brano di alta qualità jazzistica in cui l'elegiaco soffio del sax di Elton Dean viene sostituito da un graffiante coro di tutti gli strumenti. "Virtually", suite in quattro parti di Hopper, tradisce la lungaggine e qualche ripetizione di troppo... Insomma, siamo lontani lontanissimi dalle atmosfere di "Moon In June" e "Dedicated To You But You Weren't Listening",  anche se non si può non ammirare la virtuosità di tutti.

  Un senso di sospensione, di incompiutezza risolutiva, persino nell'ottica di una dimensione cool-jazzistica, si avverte in Fifth. Qui, John Marshall (ex Nucleus ed ex Jack Bruce Band) sostituisce Wyatt alle percussioni, anche se le sessions iniziali videro la partecipazione del batterista di free jazz Phil Howard. Marshall è altrettanto bravo di Wyatt e senza ombra di dubbio molto più "tecnico", ma per molti l'abbandono - quanto indotto? - del folletto e membro fondatore significò l'inizio del declino dei Soft Machine. Anche in Fifth non c'è traccia dei canoni di quel rock psichedelico (per molti versi giocoso e zappiano) della prima ora. Rabbia & Energia sono sì presenti, ma, a conti fatti, Fifth ricalca senza molta fantasia il quarto album (soprattutto in "As If", "All White", "Drop"), di cui può considerarsi un pendant. Nessun timbro esistenziale bensì freddo estetismo, e  l'impressione conclusiva è che i musicisti siano alla ricerca di un finale liberatorio che però non arriva.    

postato da: frankobrain alle ore 08:59 | link | commenti
categorie: musica, jazz, progressive