Dove il cielo si nasconde dietro monili di mille stelle,
dietro la polvere d'oro di un altro universo,
due pianeti in armonia ruotano insieme nel loro regno,
dove ogni cosa non cambia all'infuori del tempo.

"It's an inner revelation that has come several times to me, that I have been educated on Sirius, that I come from Sirius." (Karlheinz Stockhausen)
Il compositore tedesco Karlheinz Stockhausen, coevo e "compagno di sperimentazioni" di Bruno Maderna, Luciano Berio, Pierre Boulez e John Cage, è morto il 5 dicembre scorso, 79enne, nella sua casa di Kürten, in Germania.
Nato a Mödrath - presso Colonia - il 22 agosto del 1928, Karlheinz Stockhausen è stato uno dei più importanti musicisti del XX secolo, spaziando dalla dodecafonia (Arnold Schönberg, Anton Webern) alla musica elettronica.
Allievo al Conservatorio di Colonia dal 1947 al 1951, dove studiò pedagogia della musica e pianoforte, si laureò all'università della stessa città renana in Scienza della Musica, Germanistica e Filosofia. I suoi inizi come compositore furono abbastanza tradizionali (Chöre für Doris). Fu l'ascolto dell'opera seriale di Olivier Messian Mode de Valeur et d’intensités (1949) a segnare la sua vita, portandolo a seguire a Parigi i corsi di composizione del maître francese (ritmica ed estetica). Dal 1950 si mise a comporre non solo proponendo lui stesso forme finora inedite (ha in comune con John Cage la tecnica del "collage"), ma anche inserendo segni assolutamente innovativi nel campo della notazione.
Come docente universitario e autore di numerose pubblicazioni (le sue teorie su tempo e spazio nell'universo dei suoni postulano che “si possono individuare strutture assai simili in musica, letteratura, pittura, scienza e tecnologia”), attraverso le sue attività radiofoniche e grazie a ben 362 composizioni che spesso hanno varcato il confine di ciò che era considerato tecnicamente possibile, Stockhausen contribuì a dare nuovi e decisivi inputs alla musica contemporanea. In particolare lo si ricorda come uno dei fondatori della cosiddetta "musica puntuale".
Sotto di lui studiarono, tra gli altri, Irmin Schmidt e Holger Czukay, rispettivamente tastierista e bassista della band avanguardistica tedesca Can. Fu inoltre fonte di ispirazione per una gran quantità di gruppi e artisti di rock progressivo (Klaus Schulze, i francesi Magma, Frank Zappa, Herman "Sonny" Blount alias Sun Ra, il nostro Battiato...), di jazz (Miles Davis), neoclassica (il pianista e compositore inglese Cornelius Cardew) e pop-rock (David Bowie, Kraftwerk, Björk e, last but not least, i Beatles, che inserirono il ritratto di Stockhausen nella copertina dell'album Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band).
Tra il 1953 (dunque ancor prima che gli americani Robert A. Moog e Donald Buchla sviluppassero i primi synthesizers modulari, facilmente trasportabili) e il 1998 collaborò con lo "Studio für Elektronische Musik" dell'emittente Westdeutscher Rundfunk, per qualche tempo nel ruolo di direttore artistico, e si dedicò anche alla musica elettro-acustica. Fu proprio nello studio sperimentale di Colonia che nel 1955 realizzò una delle sue opere centrali: Gesang der Jünglinge ("Canto dei fanciulli"). Fu l'attrazione principale durante l'Esposizione Mondiale del 1970 a Osaka con le sue composizioni nel padiglione tedesco. Dal 1971 al 1977 fu docente di composizione al conservatorio di Colonia; e insegnò anche a Basilea, a Philadelphia e alla University of California di Davis.
Il suo Hymnen (1966-67) contiene citazioni da 40 diversi inni nazionali; e non è neppure la sua opera più singolare. Spesso i suoi mondi musicali sono un assemblaggio di voci umane, rumori e suoni elettronici: "musica spaziale" che prevede un rapporto armonico di tutte le sue componenti, dall'altezza dei suoni al volume audio. "Il carattere essenziale della mia musica ha sempre a che fare con la religiosità e la spiritualità" affermò una volta, a ricordare la propria conversione al buddhismo zen, che lo allontanò dagli ambienti della sinistra, i quali si mostrarono nauseati da tanto misticismo. "La parte tecnica è solo per spiegare..." Fino alla fine, lavorò assiduamente a sempre nuove opere: spesso per 16 ore al giorno. Per completare il ciclo Licht, considerato "il" progetto della sua vita - come l'Anello dei Nibelunghi lo fu per Wagner -, impiegò oltre un quarto di secolo.
Il buddhismo gli fu da orientamento per il rapporto da tenere con le orchestre. Ylem, del 1972, è il culmine di un'evoluzione dalla musica rigorosamente segnata sul pentagramma a suoni esistenti meramente durante l'esecuzione. Il concetto stesso di "composizione" sembra ormai irrilevante. Già in Aus Den Sieben Tage (1968) lo spartito comprendeva istruzioni verbali, una delle quali chiedeva agli orchestrali di trascorrere "quattro giorni in un silenzio completo... dormite il meno possibile... chiudete gli occhi/ascoltate e basta". I singoli musicisti dovevano interpretare tali suggerimenti basandosi sulla propria personalità e sulle proprie esperienze. Con Ylem, Stockhausen sviluppa questa tecnica radicale invitando i musicisti, tutti raggruppati intorno al sintetizzatore, di suonare la nota centrale del loro strumento, per poi muoversi verso l'esterno, musicalmente e fisicamente, raggiungendo i limiti del palco finché, al segnale di una sillaba urlata, non devono tornare gradualmente al punto di partenza.
Oltre al lavoro compositivo e a quello di direttore d'orchestra, Stockhausen fu molto attivo come manager. A cominciare dal 1991 pubblicò per la casa editrice Stockhausen-Verlag la sua opera omnia in un'edizione premiata sia come spartiti sia come CD.
Nel 1996 gli fu assegnata la laurea honoris causa dell'Università di Berlino e nel 2001 ricevette in Svezia il Polar Music Prize, ritenuto il Nobel della musica.
Il giudizio dei critici su Stockhausen è sempre stato controverso: il suo narcisismo e la sua eccentricità gli procurarono numerose antipatie. "Faccio musica per chi vuole ascoltarla" disse una volta in un'intervista. "Il resto del pianeta mi è indifferente." Lo accusarono, certo non a torto, di essere un alienato, estraneo alla realtà del mondo. In particolare fece scalpore la sua dichiarazione sugli attentati dell'11 settembre 2001: "Questo è il più grande capolavoro a livello cosmico, luciferino nella meticolosità della messa in opera".
Nel maggio 2005 venne eseguita in anteprima mondiale, nel Duomo di Milano, la prima parte di Klang - die 24 Stunden des Tages. Stockhausen aveva in progetto di finire il "Klang-Zyklus" entro il 2028, quando avrebbe compiuto 100 anni.
Luciano Berio (1925-2003) fu uno dei più celebri compositori d'avanguardia della seconda metà del XX secolo. La sua capacità di mescolare dodecafonia e suoni elettronici, citazioni popolari e sofisticate rielaborazioni di materiali del passato fanno di lui un vero pioniere ed esploratore (insieme a Bruno Maderna, a Luigi Nono e a pochi altri in Italia).
Berio: Coro.





(Parigi, 22 dicembre 1883 - New York, 6 novembre 1965)
"Sogno strumenti che obbediscano al pensiero del compositore."
Di padre italiano e madre francese, Varèse fu il tipico artista cosmopolita, irrequieto e all'avanguardia, nato a cavallo dei secoli XIX e XX. Dopo aver studiato scienze matematiche, si iscrisse al Conservatorio Superiore di Parigi, prima di proseguire la sua istruzione musicale alla Schola cantorum sotto la guida di Roussel e d'Indy.
A Parigi e Berlino fondò scuole musicali e cori specializzati nell'esecuzione di musiche antiche.
Apprezzato da Ferruccio Busoni e Claude Débussy, si ritrovò a essere tra i primi uditori del Pierrot Lunaire di Arnold Schoenberg e del Sacre di Igor Stravinsky. Fu a capo dell'Orchestra Filarmonica di Praga, prima di lasciare l'Europa per gli Stati Uniti d'America.
Nel 1919 fondò la New Symphony Orchestra, e contribuì anche a fondare la Pan-American Association of Composers.
Considerato uno dei massimi rappresentanti della nuova musica, fece la spola tra gli USA e la Francia, con brevi puntate in Germania (nel 1950 fu presente ai celebri Ferienkurse di Darmstadt). Negli Anni Cinquanta tentò, invano, di affermarsi come compositore di musiche da film.
Nei lavori di Varèse si possono riscontrare similitudini con quelli degli americani Charles Ives e John Cage. La sua musica abita la contemporaneità, respira delle strade, delle sirene, dei vapori che salgono dai tombini, delle nuove mitologie, delle luci accecanti, dei metalli, dell'elettricità. La sua prima produzione andò perduta durante la Prima Guerra Mondiale in un incendio (un'opera e otto composizioni orchestrali, tra cui Un grand sommeil, del 1906). Ma la perdita non aveva rammaricato più di tanto Varèse, che voleva essere ricordato per i lavori successivi a Amériques. Il sotterraneo della sua casa di New York era pieno di strumenti percussivi ed esotici. Per decenni aspirò a una musica "della macchina", a sonorità sconosciute, eppure non approfittò mai a fondo del mezzo elettronico. Nella Big Apple andava nelle officine e per le strade a registrare i suoni e i rumori che gli sarebbero serviti - manipolati - per le parti su nastro di Déserts (1950-54); ma forse intuì nell'elettronica lo spettro di quella cultura della disumanità contro cui aveva lottato tutta la vita e se ne ritrovò spaurito. In fondo il musicista italo-francese-ameri cano era legato a una concezione ottocentesca della "macchina".
Ai cultori del rock il nome di Edgar Varèse si lega a quello di Frank Zappa, che si interessò fortemente dell'avanguardia musicale europea e americana, dalla serialità, della musica concreta e che, nell'aprile 1981, organizzò, produsse e partecipò a New York City a un concerto di musiche composte da Varèse.
Opere pricipali
[Due CD bastano a contenere tutta la musica di Edgar Varèse: quindici composizioni che quasi laconicamente mappano una carriera lunghissima e sempre irrequieta.]
- Amériques per grande orchestra (1921)
- Offrandes per soprano e orchestra da camera (1921)
- Hyperprism per percussioni e piccola orchestra (1923)
- Octandre per sette strumenti a fiato e contrabbasso (1923)
- Integrales per percussioni e piccola orchestra (1925)
- Arcana per grande orchestra (1927)
- Ionisation per tredici percussionisti (1931)
- Ecuatorial per coro, trombe, tromboni, pianoforte, organo, due Ondes Martenot e percussioni (1934)
- Density 21.5 per flauto solo (1936)
- Tuning up (1947)
- Dance for Burgess (1949)
- Déserts (1950-54)
Qualche parola su Ionisation (1929-31)
Fin dalla controversa prima esecuzione alla Carnegie Hall di New York nel 1931, molti colleghi-rivali di Varèse pretesero il diritto di aver composto loro il primo pezzo per sole percussioni della storia. Comunque sia, a oltre settant'anni di distanza, Ionisation rimane un capolavoro indiscusso del suo genere e, a dispetto delle numerose imitazioni, forse l'unico. Da quel momento, la sezione delle percussioni, finora sempre in ombra nell'orchestra, cominciò a vivere di vita propria. Già nella sua prima, grande opera Amériques, Varèse aveva sviluppato la partitura delle percussioni in modo che procedesse quasi indipendentemente da quella del resto dell'orchestra.
Ionisation è un movimento di sei minuti basato sulla pura ritmica e ispirata dal traffico nelle strade di New York. La coppia di sirene che va "su e giù" per tutto il pezzo dovrebbe essere un richiamo ai due corni nei Divertimenti di Mozart.
Non tutti gli album (e i CD) riescono col buco, e In the Region of the Summer Stars ne è un esempio clamoroso. Basti pensare che durante l'ascolto ci siamo ripetutamente sorpresi a rimpiangere i buoni, vecchi - e tanto bistrattati - Ekseption...
The Enid è un progetto creato da Robert John Godfrey, ex pianista classico che decise di tentare la fortuna nel rock. Dopo una parentesi relativamente lunga (fin dal 1969) con i Barclay James Harvest e un album firmato col proprio nome (Fall Of Hyperion, ispirato a poesie di Keats), si mise insieme ai chitarristi Stephen Stewart e Francis Lickerish, fondando appunto The Enid. Il gruppo - a volte fu un quintetto, a volte un quartetto - sembrò avere fin dall'inizio un futuro roseo: numerosi i suoi estimatori; primo tra tutti Tony Stratton-Smith, proprietario della leggendaria label Charisma.
L'eccentrico Godfrey ci tenne a sottolineare fin da subito che The Enid non era un gruppo progressive, ma non si fece scrupoli di usare le riviste e le fanzine dedicate a quel genere per fare pubblicità al suo progetto. L'eco fu abbastanza grande; e immeritato, secondo noi. Non abbiamo niente contro la musica strumentale (abbiamo già citato gli Ekseption), ma siamo del parere che The Enid non aggiungano niente né al prog rock, né tantomeno all'universo dei suoni in generale.
Di difficile classificazione il loro output. Avevamo letto che si tratta di "fusione tra rock e classica", ma secondo noi è solo neoclassica. In the Region of the Summer Stars, album-debutto della band cosi tanto acclamato ("una grande riscoperta!"... "cresce dopo ogni ascolto!"...), è stato ristampato con l'aggiunta di ben sei tracks; ed è questa l'edizione in nostro possesso. Il nostro responso: non cresce neppure di un iota! Ci abbiamo messo tutta la buona volontà (incoraggiati da un amico che evidentemente stravede per questa band), ma inutilmente. L'ascolto rimane un'esperienza sciatta anche dopo la seconda e terza volta.
Ma immergiamoci nell'analisi dell'album - che, lo ricordiamo, viene ritenuto tra i migliori in assoluti di The Enid -: "The Fool", "The Tower of Babel" e "The Reaper" ci immergono già in un'atmosfera inconsistente, con sorprendenti sbirciatine al Concerto Grosso dei New Trolls (quelli sì maestri di fusion!) e addirittura a C'era una volta il West di morriconiana memoria. Sentire per credere. "The Loved Ones", quarto solco, è un melodramma per pianoforte e orchestra che fallisce assolutamente di suscitare la benché minima emozione.
E al più tardi da questo momento abbiamo il sospetto di stare ascoltando musiche da film.
Un primo squarcio tra le nubi è "The Demon King", brano vivace, rapsodico, con interessanti discordanze volute. Tuttavia, con il pezzo successivo - il sesto: "Pre-Dawn" -, si ricade in una New Age per sempliciotti. Fa paura, nonché rabbia, la presuntuosa grandesse di "Sunrise". E merita un discorso a parte "The Last Day", track n. 8. "The Last Day" inizia come una parodia del Bolero di Ravel che si trasforma poi in una parodia di Pierino e il lupo di Stravinsky e sfocia in una simil-sinfonia in pompa magna (God Save The Queen!) per poi gentilmente assottigliarsi in una sorta di Aprés-midi d'un faune. E' certamente tra le composizioni più varieggianti dell'album, ma non convince appunto per la sua natura meramente imitativa.
Al breve intermezzo "The Flood" segue "Under the Summer Stars", pastiche dove c'è proprio di tutto: dal flauto dolce alla chitarra acida, ma ancora con lo snervante effetto orchestrale in gran spolvero.
Senza un briciolo di fantasia compositoria la track 12: "Judgement". Che lascia però spazio al brano migliore in assoluto (insieme a "The Demon King", ovvero a quel "In The Region Of The Summer Stars" che dà il titolo all'opus). Il secondo e ultimo raggio di sole che filtra da una cortina assai plumbea.
Facit: regalate questo album a chi si fa beffe dei mitici Ekseption e afferma che non fanno parte della grande famiglia del prog rock! Vedrete che si ricrederà.
Aveva 71 anni. Da tempo era malato di tumore al pancreas.
Nessun dorma. 
Luciano Pavarotti era diventato popolare dopo che nel 1961 aveva vinto un concorso come miglior interprete di Rodolfo ne La Bohéme di Puccini. Ogni volta che si esibiva nei grandi teatri di tutto il mondo (dal Covent Garden di Londra al Metropolitan di New York), raccoglieva plausi e applausi. A cominciare dagli anni Novanta formò con Placido Domingo e José Carrera il trio de "I tre tenori". Al culmine del successo divorziò dalla moglie per sposare la sua giovane segretaria Nicoletta Mantovani.
Gli Anni Sessanta e soprattutto Settanta furono caratterizzati da ottimi film - altamente visionari - che, come soundtrack, usarono brani psichedelici di grandi gruppi dell'epoca.
"Zabriski Point", capolavoro americano di Antonioni, si serve tra l'altro dei suoni dei Pink Floyd, la quale musica del resto sembra fatta apposta per entrare in simbiosi con prodotti filmici tutti particolari (i Floyd scrissero anche la colonna sonora di "More" e "La Vallée", del regista visionario Barbet Schroeder).
Epico anche il sountrack di "Easy Rider": dai The Byrds a Bob Dylan, abbiamo a che fare con songs simboleggianti i gloriosi 60's; un decennio di cambiamenti scivolava via e la gioventù imboccava le proprie strade in maniera indipendente seguendo gli allora profeti Jim Morrison, Jimi Hendrix, Janis Joplin...
"Easy Rider" fu un esempio seguitissimo.
I musicals "Hair", "Jesus Christ Superstar" e "The Rocky Horror Picture Show", rappresentati dapprima in teatro, sono famosi soprattutto per brani che, singolarmente o nel loro insieme e al di là della loro struttura di songs "classiche", sono anch'essi, in qualche modo, psichedelici. Lo stesso dicasi di "Phantom Of The Paradise" (folle rifacimento di Brian De Palma del mito del "Fantasma dell'Opera"), con una musica a mezzo tra hard rock e parodia di quegli sdolcinati hits degli Anni Sessanta cantati in falsetto.
"Tommy", per la regia di Ken Russell, ci presenta The Who in una versione quasi da progressive rock. Film senz'altro visonario; ma Russell si supererà due anni dopo con l'ancora più folle "Lisztomania" (è ancora Roger Daltrey, cantante degli Who, l'attore principale; il soundtrack è affidato al tastierista degli Yes Rick Wakeman, qui in una serie di arrangiamenti "moogheggianti" delle musiche di Liszt e di Wagner.
"Arancia meccanica" di Stanley Kubrick (dal romanzo di Anthony Burgess) si serve in parte dell'arte alle tastiere di Walter - più tardi Wendy - Carlos, che, non dissimilmente da Wakeman, conferisce una dimensione psycho-elettrica a brani di Beethoven, Elgar e di altri compositori classici.
Mentre in Italia non solo l'eclettico e onnipresente Ennio Morricone, ma anche i Goblin prestavano una "voce psichedelica" alle immagini orrifiche di Dario Argento, il regista inglese Nicholas Roeg faceva agire il suo "extraterrestre" David Bowie (ne "L'uomo che cadde sulla Terra") unendo magistralmente spezzoni di dolci canzoni (tipo "Try To Remember" del Kingston Trio) e "rumori elettronici" per un soundtrack oggi purtroppo praticamente irreperibile su CD.
Il tedesco Werner Herzog invece puntava sui Popol Vuh di Florian Fricke per arricchire sonoramente i suoi "Cuore di Vetro", "Cobra Verde", "Fitzcarraldo", "Nosferatu" ecc., ovvero quelle sue opere interpretate quasi tutte dal matto-da-legare Klaus Kinski. (La musica dei Popol Vuh, sia pure dai forti risvolti etnico-religiosi, viene fatta rientrare - a ragione - nell'ambito psichedelico.)
Dei film psichedelici più recenti (ma ambientati negli Anni Settanta) consiglio caldamente "Paura e delirio a Las Vegas", demenzialmente bello e con i due protagonisti (Johnny Depp e Benicio Del Toro) nella forma della loro vita. La scena di Benicio completamente "fatto" immerso nell'acqua della vasca da bagno mentre ascolta "White Rabbit" dei Jefferson Airplane è un momento-clou da Enciclopedia dello Sballo.

[19/10/2005]
Il primo dicembre, presso la Sotheby's di Londra, viene messa all'asta una preziosa partitura di Beeethoven. Si tratta della Grande Fuga, op. 134 nella versione per pianoforte a quattro mani, una composizione di cui non si aveva più traccia da quasi un secolo. Beethoven la scrisse nel 1896, un anno prima della morte, come parte finale del suo Quartetto in si bemolle maggiore. L'ultima volta il manoscritto, che consta di 80 pagine, era stato visto a Berlino nel 1890.

Lo spettacolare ritrovamento è avvenuto lo scorso giugno negli archivi del Palmer Theological Seminary di Philadelphia. Risulta adesso che nel 1890 la partitura fu acquistata dall'industriale americano William Howard. Nel 1952, l'erede di Howard la regalò insieme a diverso materiale prezioso al seminario evangelico di Filadelfia.
Già nel 1990 era stato ritrovato nello stesso Theological Seminary un manoscritto di Mozart.
Sotheby's metterà all'asta la partitura beethoveniana a partire da un milione di sterline.