Topolàin

Musica e umanità varia

Contatore

visitato *loading* volte
BlogItalia.it - La directory italiana dei blog

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

lunedì, 07 gennaio 2008

Le Orme - 'Felona e Sorona'

Dove il cielo si nasconde dietro monili di mille stelle,
dietro la polvere d'oro di un altro universo,
due pianeti in armonia ruotano insieme nel loro regno,
dove ogni cosa non cambia all'infuori del tempo.


Toni Pagliuca alle tastiere, Aldo Tagliapietra voce, chitarra e basso, Michi Dei Rossi alle percussioni: è il 1973 e Le Orme, un trio paragonato (spesso a torto) ai pionieri del progressive Emerson, Lake & Palmer, sfornano questo album - loro capolavoro indiscusso - rivelandosi più eleganti e omogenei degli stessi E.L.P., che, com'è risaputo, eccedono in pomposità.
(Se proprio occorre cercare similitudini, i nomi da citare sono quelli dei Genesis e del gruppo francese
Ange.)

Il titolo è curioso quanto accattivante: "Felona e Sorona". Due mondi contrapposti e complementari, sole e luna, yin e yang, Eros ed Eris, Amore e Discordia. La "storia", in breve, è la seguente: gli abitanti del pianeta Felona vivono in pace e nella luce, mentre Sorona è avvolto da un'oscurità eterna. Quando i due mondi vengono in contatto, Felona reca a Sorona la gioia, mentre Sorona reca a Felona il declino. La distruzione è programmata ("Ritorno al nulla").
Da queste premesse si dipanano nove solchi, nove vicende tra di esse collegate, su una ragnatela sonora dal formato pressappoco di sinfonia classica.
Organo Hammond, piano, mellotron, sintetizzatori: l'intero armamentario-base del prog viene sfoderato da Toni Pagliuca, che ha comunque il merito di non eclissare il lavoro degli altri due compagni; e, anche se è lui l'indiscusso maestro di cerimonie (ascoltate i geniali glissandi che mettono in rilievo l'atmosfera surreale-fantascientifica), sono altresì importanti i ruoli di Aldo Tagliapietra (che, come Greg Lake, fa spesso uso della chitarra acustica) e di Michi Dei Rossi.
Raffinatezza sinfonica e levità mediterranea si uniscono in uno sfarzoso tessuto compositorio. Un titolo su tutti: "L'Equilibrio", in cui gli intensi passaggi di tastiere si appaiano senza  difficoltà apparente al gioco incalzante della sezione ritmica; il tutto impreziosito dalla voce di Tagliapietra (piena di pathos, come richiede il carattere della composizione). 


L'anno prima di Felona e Sorona Le Orme avevano presentato il loro Uomo di Pezza (da cui fu tratto il fortunato single "Gioco di bimba"), l'anno successivo sarà la volta di Contrappunti: tre opere in tre anni che hanno scolpito indissolubilmente il nome di questo gruppo italiano nel cuore degli amanti del progressive rock di emtrambi gli emisferi.



La felicità non puoi trovarla in te
ma nell'amore che agli altri un giorno darai!



Tracks:

1. Sospesi nell'incredibile  (8:43) 
2. Felona  (1:59) 
3. La solitudine di chi protegge il mondo  (1:58) 
4. L'equilibro  (3:48) 
5. Sorona  (2:29) 
6. Attesa inerte  (3:25) 
7. Ritratto di un mattino  (3:29) 
8. All'infuori del tempo  (4:09) 
9. Ritorno al nulla  (3:39)
 
Durata totale: 33:39

***

Nel 1974 Felona e Sorona uscì anche cantato in inglese, su testi di Peter Hammill dei Van der Graaf Generator. La pubblicazione avvenne sotto l'egida della prestigiosa etichetta Charisma. Evitate comunque questa versione "tradotta": qui, la voce di Tagliapietra non è sempre in grado di sostenere testo e melodia con la precisione che caratterizza l'originale.

 

postato da: frankobrain alle ore 00:17 | link | commenti (1)
categorie: musica, rock, jazz, classica, progressive
sabato, 08 dicembre 2007

Morto Stockhausen, genio della musica contemporanea

"It's an inner revelation that has come several times to me, that I have been educated on Sirius, that I come from Sirius." (Karlheinz Stockhausen)

              Il compositore tedesco Karlheinz Stockhausen, coevo e "compagno di sperimentazioni" di Bruno Maderna, Luciano Berio, Pierre Boulez e John Cage, è morto il 5 dicembre scorso, 79enne, nella sua casa di Kürten, in Germania.

Nato a Mödrath - presso Colonia - il 22 agosto del 1928, Karlheinz Stockhausen è stato uno dei più importanti musicisti del XX secolo, spaziando dalla dodecafonia (Arnold Schönberg, Anton Webern) alla musica elettronica.

Allievo al Conservatorio di Colonia dal 1947 al 1951, dove studiò pedagogia della musica e pianoforte, si laureò all'università della stessa città renana in Scienza della Musica, Germanistica e Filosofia. I suoi inizi come compositore furono abbastanza tradizionali (Chöre für Doris). Fu l'ascolto dell'opera seriale di Olivier Messian Mode de Valeur et d’intensités (1949) a segnare la sua vita, portandolo a seguire a Parigi i corsi di composizione del maître francese (ritmica ed estetica). Dal 1950 si mise a comporre non solo proponendo lui stesso forme finora inedite (ha in comune con John Cage la tecnica del "collage"), ma anche inserendo segni assolutamente innovativi nel campo della notazione.

Come docente universitario e autore di numerose pubblicazioni (le sue teorie su tempo e spazio nell'universo dei suoni postulano che “si possono individuare strutture assai simili in musica, letteratura, pittura, scienza e tecnologia”), attraverso le sue attività radiofoniche e grazie a ben 362 composizioni che spesso hanno varcato il confine di ciò che era considerato tecnicamente possibile, Stockhausen contribuì a dare nuovi e decisivi inputs alla musica contemporanea. In particolare lo si ricorda come uno dei fondatori della cosiddetta "musica puntuale".
Sotto di lui studiarono, tra gli altri, Irmin Schmidt e Holger Czukay, rispettivamente tastierista e bassista della band avanguardistica tedesca Can. Fu inoltre fonte di ispirazione per una gran quantità di gruppi e artisti di rock progressivo (Klaus Schulze, i francesi Magma, Frank Zappa, Herman "Sonny" Blount alias Sun Ra, il nostro Battiato...), di jazz (Miles Davis), neoclassica (il pianista e compositore inglese Cornelius Cardew) e pop-rock (David Bowie, Kraftwerk, Björk e, last but not least, i Beatles, che inserirono il ritratto di Stockhausen nella copertina dell'album Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band). 

Tra il 1953 (dunque ancor prima che gli americani Robert A. Moog e Donald Buchla sviluppassero i primi synthesizers modulari, facilmente trasportabili) e il 1998 collaborò con lo "Studio für Elektronische Musik" dell'emittente Westdeutscher Rundfunk, per qualche tempo nel ruolo di direttore artistico, e si dedicò anche alla musica elettro-acustica. Fu proprio nello studio sperimentale di Colonia che nel 1955 realizzò una delle sue opere centrali: Gesang der Jünglinge ("Canto dei fanciulli"). Fu l'attrazione principale durante l'Esposizione Mondiale del 1970 a Osaka con le sue composizioni nel padiglione tedesco. Dal 1971 al 1977 fu docente di composizione al conservatorio di Colonia; e insegnò anche a Basilea, a Philadelphia e alla University of California di Davis.

Il suo Hymnen (1966-67) contiene citazioni da 40 diversi inni nazionali; e non è neppure la sua opera più singolare. Spesso i suoi mondi musicali sono un assemblaggio di voci umane, rumori e suoni elettronici: "musica spaziale" che prevede un rapporto armonico di tutte le sue componenti, dall'altezza dei suoni al volume audio. "Il carattere essenziale della mia musica ha sempre a che fare con la religiosità e la spiritualità" affermò una volta, a ricordare la propria conversione al buddhismo zen, che lo allontanò dagli ambienti della sinistra, i quali si mostrarono nauseati da tanto misticismo. "La parte tecnica è solo per spiegare..." Fino alla fine, lavorò assiduamente a sempre nuove opere: spesso per 16 ore al giorno. Per completare il ciclo Licht, considerato "il" progetto della sua vita - come l'Anello dei Nibelunghi lo fu per Wagner -, impiegò oltre un quarto di secolo.

Il buddhismo gli fu da orientamento per il rapporto da tenere con le orchestre. Ylem, del 1972, è il culmine di un'evoluzione dalla musica rigorosamente segnata sul pentagramma a suoni esistenti meramente durante l'esecuzione. Il concetto stesso di "composizione" sembra ormai irrilevante. Già in Aus Den Sieben Tage (1968) lo spartito comprendeva istruzioni verbali, una delle quali chiedeva agli orchestrali di trascorrere "quattro giorni in un silenzio completo... dormite il meno possibile... chiudete gli occhi/ascoltate e basta". I singoli musicisti dovevano interpretare tali suggerimenti basandosi sulla propria personalità e sulle proprie esperienze. Con Ylem, Stockhausen sviluppa questa tecnica radicale invitando i musicisti, tutti raggruppati intorno al sintetizzatore, di suonare la nota centrale del loro strumento, per poi muoversi verso l'esterno, musicalmente e fisicamente, raggiungendo i limiti del palco finché, al segnale di una sillaba urlata, non devono tornare gradualmente al punto di partenza.

Oltre al lavoro compositivo e a quello di direttore d'orchestra, Stockhausen fu molto attivo come manager. A cominciare dal 1991 pubblicò per la casa editrice Stockhausen-Verlag la sua  opera omnia in un'edizione premiata sia come spartiti sia come CD.
Nel 1996 gli fu assegnata la laurea honoris causa dell'Università di Berlino e nel 2001 ricevette in Svezia il Polar Music Prize, ritenuto il Nobel della musica.

Il giudizio dei critici su Stockhausen è sempre stato controverso: il suo narcisismo e la sua eccentricità gli procurarono numerose antipatie. "Faccio musica per chi vuole ascoltarla" disse una volta in un'intervista. "Il resto del pianeta mi è indifferente." Lo accusarono, certo non a torto, di essere un alienato, estraneo alla realtà del mondo. In particolare fece scalpore la sua dichiarazione sugli attentati dell'11 settembre 2001: "Questo è il più grande capolavoro a livello cosmico, luciferino nella meticolosità della messa in opera".

Nel maggio 2005 venne eseguita in anteprima mondiale, nel Duomo di Milano, la prima parte di Klang - die 24 Stunden des Tages.  Stockhausen aveva in progetto di finire il "Klang-Zyklus" entro il 2028, quando avrebbe compiuto 100 anni.

postato da: frankobrain alle ore 04:28 | link | commenti
categorie: musica, rock, pop , classica, progressive
sabato, 10 novembre 2007

Luciano Berio

Luciano Berio  Luciano Berio (1925-2003) fu uno dei più celebri compositori d'avanguardia della seconda metà del XX secolo. La sua capacità di mescolare dodecafonia e suoni elettronici, citazioni popolari e sofisticate rielaborazioni di materiali del passato fanno di lui un vero pioniere ed esploratore (insieme a Bruno Maderna, a Luigi Nono e a pochi altri in Italia).

Frammento sonoro:
Sinfonia (3rd movt) . 
    Royal Concertgebouw Orchestra/Chailly, and Electric Phoenix (Decca 425 832-2)

Berio imparò a suonare il piano grazie al padre e al nonno (entrambi organisti), ma si ferì a una mano nel suo primo giorno da soldato durante la Seconda Guerra Mondiale e, dopo tre mesi trascorsi nell'ospedale militare, fuggì per unirsi ai partigiani.
Nel '45 si iscrisse al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano. Per la prima volta ascoltò la musica di Bartók, Hindemith e Stravinsky, oltre a quella dei maestri della Seconda Scuola Viennese, ovvero Schoenberg, Berg e Webern. Giulio Paribeni fu il suo insegnante di contrappunto. Poiché la ferita gli precludeva ogni possibilità di intraprendere una carriera pianistica, nel 1948 Berio passò a studiare composizione nella classe di Ghedini.

Una suite per piano, scritta nel '47, fu il primo suo lavoro a essere eseguito in pubblico. Fecero seguito un Concertino per clarinetto, violino, celesta e archi e un Magnificat. In quel periodo Berio si guadagnava da vivere facendo l'accompagnatore di giovani cantanti e dirigendo orchestre in piccoli teatri dell'opera. Una delle cantanti venuta a Milano per studiare era Cathy Berberian, americana di origine armena. Era il 1950. Dopo pochi mesi, i due si sposarono. (Avrebbero divorziato nel 1964.) 
Fu durante la luna di miele che Berio si recò per la prima volta negli Stati Uniti. Vi ritornò due anni dopo, grazie a una borsa di studio della Koussevitzky Foundation, e studiò a Tanglewood con Luigi Dallapiccola. Proprio Dallapiccola gli trasmise un vivo interesse per il serialismo. A New York Berio ascoltò la musica elettronica di Luening e Ussachevsky e nel 1953 registrò il suo primo output di questo genere, Mimusique No 1, destinato a un telefilm della RAI. Successivamente frequentò i corsi della scuola estiva presso Darmstadt, incontrando Pierre Boulez, György Ligeti e Mauricio Kagel.

La RAI invitò Berio a porre le basi per uno studio di musica elettronica. A una conferenza a Basilea, il musicista incontrò Karlheinz Stockhausen. Ma ancora più importante fu l'incontro con Maderna. Nel 1954 i due amici collaborarono in Ritratto di città, un lavoro radiofonico dedicato al capoluogo lombardo. Maderna divenne co-direttore di Berio allo Studio di Fonologia Musicale presso la Rai di Milano e ben presto si aggregò a loro anche Luigi Nono. Nel maggio del 1956, Berio e Maderna diedero il loro primo concerto di musica elettronica.
Tra i compositori che frequentarono lo Studio sono da ricordare Henri Pousseur e John Cage.
Nel 1956 Berio fondò l'importante periodico di musica elettronica "Incontri Musicali" (che avrebbe smesso le sue pubblicazioni nel 1959).

Frammento sonoro:
Sequenza III. 
    Cathy Berberian (Philips 426 662-2)

Nelle sue prime composizioni elettro-acustiche (Thema. Omaggio a Joyce [1958; basato sulla "lettura" di  Cathy Berberian dell'Ulysses] e Visage [1961]) sperimentò le potenzialità del rapporto suono-parola.
A cominciare dal 1960 insegnò a Darmstadt, alla Summer School di Dartington, al Mills College di Oakland in California (su invito di Darius Milhaud), alla Juilliard School di New York, dove fondò il Juilliard Ensemble, e alla Harvard University (1994-2000). Nel 1965 si sposò per la seconda volta (per divorziare nel 1971).
Laborintus II gli valse il Prix Italia nel 1966; la prima delle sue Sinfonie (1968) cementò la sua reputazione di precursore e iniziatore di nuove vie.
 
Accanto all'attività didattica condusse studi sulla musica etnica e folkloristica; sono di quel periodo composizioni come Passaggio, Folk Songs (1964, prima versione) e la lunga e fortunatissima serie di Sequenze (composizioni per singolo strumento, più tardi rielaborate). O King fu un suo omaggio a Martin Luther King (composto subito dopo la morte del grande leader nero).
Berio non smise mai di studiare le possibilità espressive della voce umana: con Cathy Berberian ci fu, anche dopo il divorzio, una proficua collaborazione che sarebbe durata decenni.
Opera, del 1970, nata dalla sua passione per il teatro lirico, è considerata da molti il suo capolavoro. Seguirono Linea and Points (1974), Cries of London, una nuova serie delle Sequenze e Il ritorno degli Snovidenia.
Pur operando soprattutto negli USA, Berio non rinnegò mai le proprie origini culturali e tornò in Italia nel '72.
 
Dal '73 all''80 diresse il dipartimento elettroacustico dell'IRCAM di Parigi e lui stesso fondò una sede staccata dell'IRCAM a Milano. Nel 1977 si sposò per la terza volta.
Nel 1987 fondò a Firenze l'istituto di ricerca Tempo Reale. 
I suoi principali lavori di teatro musicale sono: La Vera Storia (1981, da Italo Calvino), Un re in ascolto (1984; nato anche questo da una collaborazione con Calvino), Outis (1996), Cronaca del Luogo (1999).
La City University di Londra (1980), l'Università di Siena (1995) e l'Università di Torino (1999) gli conferirono la Laurea Honoris Causa. Fu inoltre insignito del Premio Siemens e del Premio della Fondazione Wolf nel 1991. Nel 1995 la Biennale di Venezia gli assegnò il Leone d'Oro alla carriera e nel 1996 la Japan Art Association l'altrettanto prestigioso  Praemium Imperiale.
Durante l'Anno Accademico 1993-94 occupò la cattedra di poetica Charles Elliot Norton presso la Harvard University e nel 2000 fu eletto Presidente-Sovrintendente dell'Accademia di Santa Cecilia.


                                  ***********************


Approcciarsi al mondo di Luciano Berio è un'esperienza imprescindibile.
Ma... da dove cominciare?
Volendo o dovendo limitarci a pochi lavori essenziali, scegliamo quelli che maggiormente  caratterizzano la sua produzione.

La sua tecnica "di collage" risalta in Sinfonia (1968-69), per otto voci amplificate e orchestra, dove testi di vari autori (da James Joyce a Samuel Beckett) si intersecano con brani dei periodi classico e romantico, che fanno a loro volta da cornice allo Scherzo della Seconda Sinfonia di Mahler.
Molte delle sue opere "canore" furono scritte - come detto - per Cathy Berberian, la prima delle sue tre mogli. Tra di esse: Circles (su versi di e.e. cummings), Sequenza III e Voci (1960-1). In quest'ultima, il compositore trasse tutta la potenza e la virtuosità dello strumento vocale della Berberien, facendole improvvisare un... non-testo (l'unica parola è: "parole"); la RAI, per la quale l'opera era stata composta, si rifiutò di mandarla in onda...

Coro, scritto nel 1975-76, espone e combina diversi modi popolari di canto, dal Lied ai canti degli indiani d'America, dalle etorofonie africane a quelle della Polinesia. La composizione è  tornata alla ribalta nella recente riedizione dell'esecuzione diretta dallo stesso Berio nel 1979 alla Radio di Colonia.
E' un insieme di canti d'amore e di fatica su cui si innesta ogni tanto un verso di Pablo Neruda, "venid a ver la sangre por las calles", vero filo rosso che attraversa e drammatizza tutta la composizione. Un "coro", sì, ma formato da invocazioni rituali, lamenti del cuore, tutto un brulichio di suoni sparsi, agglomerati di decibel, ritmi africaneggianti che contagiano l'ascoltatore, abbozzi di canti gregoriani, girandole incantatorie e frammenti di parlato. Ogni tanto appaiono pure ricordi delle Liriche greche di Luigi Dallapiccola o delle Noces di Stravinsky. E' come attraversare una foresta di suoni in cui spazio e tempo, contiguo e remoto si aggregano in un unico, straordinario slancio vitale.

Berio - Coro  Berio: Coro.
Orchestra e Coro di Radio Colonia
Direttore: Luciano Berio
Echo 21 (Deutsche Grammophon)    
 

Di Coro esiste un
altro CD uscito da poco, con l'orchestra della Radio di Francoforte e il coro della Radio Bavarese diretti Lucas Vis. (Nel CD c'è anche Ekphrasis, del 1996). 

Coro (2) 


E inoltre:

Berio: Epifanie; Coro.
Berio - Epifanie 
Direttore: Leif Segerstam
Soprano: Cathy Berberian
Ensemble: Orf Chor und Symphonieorchester
Label: Orfeo
Audio CD (March 29, 2005)
   

postato da: frankobrain alle ore 07:04 | link | commenti
categorie: musica, classica
venerdì, 02 novembre 2007

Leningrad Cowboys: 'la band che viene dalla Tundra'

                    

I Leningrad Cowboys sono una formazione di sballati rockers (sono spesso in dieci) dagli atteggiamenti punk e apparentemente russo-sovietici che danno il meglio di sé in covers di celebri pezzi riarrangiati con tanto di strumenti a fiato, cori russi e (nei tempi migliori) addirittura con l'apporto dell'Orchestra dell'Armata Rossa (ben 160 elementi).
Sono in realtà finlandesi, di Helsinki. Devono la loro popolarità a un fortunato film docu-surrealista di Aki Kaurismäki: Leningrad Cowboys Go America (1989; con la partecipazione di Jim Jarmusch).
Caratteristica: vestiti tipo Elvis èra Las Vegas, ciuffi extralong che si espandono inverosimilmente in orizzontale e altrettanto incredibili scarpe a punta da glamour di balera dell'Est.



Ovviamente sono eccellenti musicisti, e il trash è voluto. Chi non possiede almeno un loro maxi-CD non sa che cosa si perde.



Brani consigliati:
"Thru the Wire"  (dolcissima ballata; altro che gli Scorpions!)
"Sobre Dance" - Instrumental (con gli amp delle chitarre al massimo)
"Life Is A Bitch" - "Elämässä pitää olla runkkua"
"These Boots"
"Happy Together" (usato per la pubblicità Vodafone in Italia)
"Let's Work Together"
"Gimme All Your Lovin'" 



Tra i loro album migliori: Total Balalaika Show (1993), Leningrad Cowboys Go Space (1996), Terzo Mondo (2000) e il loro ultimo Zombies Paradise, appena uscito.


Altre infos: Homepage della band

                      
postato da: frankobrain alle ore 03:49 | link | commenti (1)
categorie: musica, folk, rock, pop , classica
venerdì, 12 ottobre 2007

Edgar Varèse

(Parigi, 22 dicembre 1883 - New York, 6 novembre 1965)

"Sogno strumenti che obbediscano al pensiero del compositore."

Di padre italiano e madre francese, Varèse fu il tipico artista cosmopolita, irrequieto e all'avanguardia, nato a cavallo dei secoli XIX e XX. Dopo aver studiato scienze matematiche, si iscrisse al Conservatorio Superiore di Parigi, prima di proseguire la sua istruzione musicale alla Schola cantorum sotto la guida di Roussel e d'Indy.
A Parigi e Berlino fondò scuole musicali e cori specializzati nell'esecuzione di musiche antiche.
Apprezzato da Ferruccio Busoni e Claude Débussy, si ritrovò a essere tra i primi uditori del Pierrot Lunaire di Arnold Schoenberg e del Sacre di Igor Stravinsky. Fu a capo dell'Orchestra Filarmonica di Praga, prima di lasciare l'Europa per gli Stati Uniti d'America.
Nel 1919 fondò la New Symphony Orchestra, e contribuì anche a fondare la Pan-American Association of Composers.

Considerato uno dei massimi rappresentanti della nuova musica, fece la spola tra gli USA e la Francia, con brevi puntate in Germania (nel 1950 fu presente ai celebri Ferienkurse di Darmstadt). Negli Anni Cinquanta tentò, invano, di affermarsi come compositore di musiche da film.


 Nei lavori di Varèse si possono riscontrare similitudini con quelli degli americani Charles Ives e John Cage. La sua musica abita la contemporaneità, respira delle strade, delle sirene, dei vapori che salgono dai tombini, delle nuove mitologie, delle luci accecanti, dei metalli, dell'elettricità. La sua prima produzione andò perduta durante la Prima Guerra Mondiale in un incendio (un'opera e otto composizioni orchestrali, tra cui Un grand sommeil, del 1906). Ma la perdita non aveva rammaricato più di tanto Varèse, che voleva essere ricordato per i lavori successivi a Amériques. Il sotterraneo della sua casa di New York era pieno di strumenti percussivi ed esotici. Per decenni aspirò a una musica "della macchina", a sonorità sconosciute, eppure non approfittò mai a fondo del mezzo elettronico. Nella Big Apple andava nelle officine e per le strade a registrare i suoni e i rumori che gli sarebbero serviti - manipolati - per le parti su nastro di Déserts (1950-54); ma forse intuì nell'elettronica lo spettro di quella cultura della disumanità contro cui aveva lottato tutta la vita e se ne ritrovò spaurito. In fondo il musicista italo-francese-ameri cano era legato a una concezione ottocentesca della "macchina".

Ai cultori del rock il nome di Edgar Varèse si lega a quello di Frank Zappa, che si interessò fortemente dell'avanguardia musicale europea e americana, dalla serialità, della musica concreta e che, nell'aprile 1981, organizzò, produsse e partecipò a New York City a un concerto di musiche composte da Varèse. 



Opere pricipali

[Due CD bastano a contenere tutta la musica di Edgar Varèse: quindici composizioni che quasi laconicamente mappano una carriera lunghissima e sempre irrequieta.]

- Amériques per grande orchestra (1921)
- Offrandes per soprano e orchestra da camera (1921)
- Hyperprism per percussioni e piccola orchestra (1923)
- Octandre per sette strumenti a fiato e contrabbasso (1923)
- Integrales per percussioni e piccola orchestra (1925)
- Arcana per grande orchestra (1927)
- Ionisation per tredici percussionisti (1931)
- Ecuatorial per coro, trombe, tromboni, pianoforte, organo, due Ondes Martenot e percussioni (1934)
- Density 21.5 per flauto solo (1936)
- Tuning up (1947)
- Dance for Burgess (1949) 
- Déserts (1950-54)


Qualche parola su Ionisation (1929-31)

Fin dalla controversa prima esecuzione alla Carnegie Hall di New York nel 1931, molti colleghi-rivali di Varèse pretesero il diritto di aver composto loro il primo pezzo per sole percussioni della storia. Comunque sia, a oltre settant'anni di distanza, Ionisation rimane un capolavoro indiscusso del suo genere e, a dispetto delle numerose imitazioni, forse l'unico. Da quel momento, la sezione delle percussioni, finora sempre in ombra nell'orchestra, cominciò a vivere di vita propria. Già nella sua prima, grande opera Amériques, Varèse aveva sviluppato la partitura delle percussioni in modo che procedesse quasi indipendentemente da quella del resto dell'orchestra.
Ionisation è un movimento di sei minuti basato sulla pura ritmica e ispirata dal traffico nelle strade di New York.  La coppia di sirene che va "su e giù" per tutto il pezzo dovrebbe essere un richiamo ai due corni nei Divertimenti di Mozart.

postato da: frankobrain alle ore 16:42 | link | commenti
categorie: musica, classica
mercoledì, 03 ottobre 2007

The Enid - 'In The Region Of The Summer Stars'

Non tutti gli album (e i CD) riescono col buco, e In the Region of the Summer Stars ne è un esempio clamoroso. Basti pensare che durante l'ascolto ci siamo ripetutamente sorpresi a rimpiangere i buoni, vecchi - e tanto bistrattati - Ekseption...

The Enid è un progetto creato da Robert John Godfrey, ex pianista classico che decise di tentare la fortuna nel rock. Dopo una parentesi relativamente lunga (fin dal 1969) con i Barclay James Harvest e un album firmato col proprio nome (Fall Of Hyperion, ispirato a poesie di Keats), si mise insieme ai chitarristi Stephen Stewart e Francis Lickerish, fondando appunto The Enid. Il gruppo - a volte fu un quintetto, a volte un quartetto - sembrò avere fin dall'inizio un futuro roseo: numerosi i suoi estimatori; primo tra tutti Tony Stratton-Smith, proprietario della leggendaria label Charisma.

L'eccentrico Godfrey ci tenne a sottolineare fin da subito che The Enid non era un gruppo progressive, ma non si fece scrupoli di usare le riviste e le fanzine dedicate a quel genere per fare pubblicità al suo progetto. L'eco fu abbastanza grande; e immeritato, secondo noi. Non abbiamo niente contro la musica strumentale (abbiamo già citato gli Ekseption), ma siamo del parere che The Enid non aggiungano niente né al prog rock, né tantomeno all'universo dei suoni in generale.

Di difficile classificazione il loro output. Avevamo letto che si tratta di "fusione tra rock e classica", ma secondo noi è solo neoclassica. In the Region of the Summer Stars, album-debutto della band cosi tanto acclamato ("una grande riscoperta!"... "cresce dopo ogni ascolto!"...), è stato ristampato con l'aggiunta di ben sei tracks; ed è questa l'edizione in nostro possesso. Il nostro responso: non cresce neppure di un iota! Ci abbiamo messo tutta la buona volontà (incoraggiati da un amico che evidentemente stravede per questa band), ma inutilmente. L'ascolto rimane un'esperienza sciatta anche dopo la seconda e terza volta.

 Ma immergiamoci nell'analisi dell'album - che, lo ricordiamo, viene ritenuto tra i migliori in assoluti di The Enid -: "The Fool", "The Tower of Babel" e "The Reaper" ci immergono già in un'atmosfera inconsistente, con sorprendenti sbirciatine al Concerto Grosso dei New Trolls (quelli sì maestri di fusion!) e addirittura a C'era una volta il West di morriconiana memoria. Sentire per credere. "The Loved Ones", quarto solco, è un melodramma per pianoforte e orchestra che fallisce assolutamente di suscitare la benché minima emozione.

E al più tardi da questo momento abbiamo il sospetto di stare ascoltando musiche da film.

Un primo squarcio tra le nubi è "The Demon King", brano vivace, rapsodico, con interessanti discordanze volute. Tuttavia, con il pezzo successivo - il sesto: "Pre-Dawn" -, si ricade in una New Age per sempliciotti. Fa paura, nonché rabbia, la presuntuosa grandesse di "Sunrise". E merita un discorso a parte "The Last Day", track n. 8. "The Last Day" inizia come una parodia del Bolero di Ravel che si trasforma poi in una parodia di Pierino e il lupo di Stravinsky e sfocia in una simil-sinfonia in pompa magna (God Save The Queen!) per poi gentilmente assottigliarsi in una sorta di Aprés-midi d'un faune. E' certamente tra le composizioni più varieggianti dell'album, ma non convince appunto per la sua natura meramente imitativa.
Al breve intermezzo "The Flood" segue "Under the Summer Stars", pastiche dove c'è proprio di tutto: dal flauto dolce alla chitarra acida, ma ancora con lo snervante effetto orchestrale in gran spolvero.
Senza un briciolo di fantasia compositoria la track 12: "Judgement". Che lascia però spazio al brano migliore in assoluto (insieme a "The Demon King", ovvero a quel "In The Region Of The Summer Stars" che dà il titolo all'opus). Il secondo e ultimo raggio di sole che filtra da una cortina assai plumbea.

Facit: regalate questo album a chi si fa beffe dei mitici Ekseption e afferma che non fanno parte della grande famiglia del prog rock! Vedrete che si ricrederà.

postato da: frankobrain alle ore 14:35 | link | commenti
categorie: musica, rock, pop , classica, progressive
giovedì, 06 settembre 2007

Ciao, Big Luciano!

 

  Aveva 71 anni. Da tempo era malato di tumore al pancreas.

Nessun dorma.

Luciano Pavarotti era diventato popolare dopo che nel 1961 aveva vinto un concorso come miglior interprete di Rodolfo ne La Bohéme di Puccini. Ogni volta che si esibiva nei grandi teatri di tutto il mondo (dal Covent Garden di Londra al Metropolitan di New York), raccoglieva plausi e applausi. A cominciare dagli anni Novanta formò con Placido Domingo e José Carrera il trio de "I tre tenori". Al culmine del successo divorziò dalla moglie per sposare la sua giovane segretaria Nicoletta Mantovani.  

postato da: frankobrain alle ore 13:45 | link | commenti (1)
categorie: musica, classica
sabato, 04 agosto 2007

Film psichedelici et loro soundtrack

Gli Anni Sessanta e soprattutto Settanta furono caratterizzati da ottimi film - altamente visionari - che, come soundtrack, usarono brani psichedelici di grandi gruppi dell'epoca.
 "Zabriski Point", capolavoro americano di Antonioni, si serve tra l'altro dei suoni dei Pink Floyd, la quale musica del resto sembra fatta apposta per entrare in simbiosi con  prodotti filmici tutti particolari (i Floyd scrissero anche la colonna sonora di "More" e "La Vallée", del regista visionario Barbet Schroeder).
Epico anche il sountrack di "Easy Rider": dai The Byrds a Bob Dylan, abbiamo a che fare con songs simboleggianti i gloriosi 60's; un decennio di cambiamenti scivolava via e la gioventù imboccava le proprie strade in maniera indipendente seguendo gli allora profeti Jim Morrison, Jimi Hendrix, Janis Joplin...
"Easy Rider" fu un esempio seguitissimo. 
 I musicals "Hair", "Jesus Christ Superstar" e "The Rocky Horror Picture Show", rappresentati dapprima in teatro, sono famosi soprattutto per brani che, singolarmente o nel loro insieme e al di là della loro struttura di songs "classiche", sono anch'essi, in qualche modo, psichedelici. Lo stesso dicasi di "Phantom Of The Paradise" (folle rifacimento di Brian De Palma del mito del "Fantasma dell'Opera"), con una musica a mezzo tra hard rock e parodia di quegli sdolcinati hits degli Anni Sessanta cantati in falsetto.
"Tommy", per la regia di Ken Russell, ci presenta The Who in una versione quasi da progressive rock. Film senz'altro visonario; ma Russell si supererà due anni dopo con l'ancora più folle "Lisztomania" (è ancora Roger Daltrey, cantante degli Who, l'attore principale; il soundtrack è affidato al tastierista degli Yes Rick Wakeman, qui in una serie di arrangiamenti "moogheggianti" delle musiche di Liszt e di Wagner.
"Arancia meccanica" di Stanley Kubrick (dal romanzo di Anthony Burgess) si serve in parte dell'arte alle tastiere di Walter - più tardi Wendy - Carlos, che, non dissimilmente da Wakeman, conferisce una dimensione psycho-elettrica a brani di Beethoven, Elgar e di altri compositori classici. 
 Mentre in Italia non solo l'eclettico e onnipresente Ennio Morricone, ma anche i Goblin prestavano una "voce psichedelica" alle immagini orrifiche di Dario Argento, il regista inglese Nicholas Roeg faceva agire il suo "extraterrestre" David Bowie (ne "L'uomo che cadde sulla Terra") unendo magistralmente spezzoni di dolci canzoni (tipo "Try To Remember" del Kingston Trio) e "rumori elettronici" per un soundtrack oggi purtroppo praticamente irreperibile su CD.
Il tedesco Werner Herzog invece puntava sui Popol Vuh di Florian Fricke per arricchire sonoramente i suoi "Cuore di Vetro", "Cobra Verde", "Fitzcarraldo", "Nosferatu" ecc., ovvero quelle sue opere interpretate quasi tutte dal matto-da-legare Klaus Kinski. (La musica dei Popol Vuh, sia pure dai forti risvolti etnico-religiosi, viene fatta rientrare - a ragione - nell'ambito psichedelico.)
 Dei film psichedelici più recenti (ma ambientati negli Anni Settanta) consiglio caldamente "Paura e delirio a Las Vegas", demenzialmente bello e con i due protagonisti (Johnny Depp e Benicio Del Toro) nella forma della loro vita. La scena di Benicio completamente "fatto" immerso nell'acqua della vasca da bagno mentre ascolta "White Rabbit" dei Jefferson Airplane è un momento-clou da Enciclopedia dello Sballo.

postato da: frankobrain alle ore 09:36 | link | commenti
categorie: musica, rock, pop , classica, progressive
lunedì, 18 giugno 2007

Classica: Amadé

Esattamente 252 anni, 5 mesi e 9 giorni fa veniva al mondo un genio: Wolfgang "Amadé" Mozart. Impossibile dichiararsi un buon intenditore di musica senza far tesoro di almeno una parte delle circa 600 composizioni (!) attribuite al grande Amadeus. Sulla figura di questo compositore austriaco sono state intessute alcune leggende che occorre finalmente sfatare. Noi proviamo a farlo dopo aver consultato una decina di sue biografie aggiornate.


1. Mozart era squattrinato e morì povero; difatti, le sue spoglie vennero gettate in una fossa comune.

Non è vero. Certo, in qualità di artista Mozart non godeva di entrate costanti e verso la fine della sua vita terrena chiese diversi prestiti ad amici e conoscenti. (Il tono di alcune di quelle lettere è lacrimoso, se non addirittura penoso...) Ma in realtà il musicista di Salisburgo navigò quasi sempre nell'oro. Si calcola che le sue entrate annuali, paragonate in valuta odierna, assommassero a circa 300.000 euro. Wolfgang si poteva permettere una propria carrozza, una manciata di servitori e un baule pieno di vestiti eleganti. Aveva purtroppo un brutto vizio: il gioco. Nel corso della sua esistenza perse delle cifre non indifferenti e il suo tenore di vita fu messo seriamente a repentaglio. Poi, nel 1791 (proprio l'anno della sua morte), le sue casse tornarono a rimpinzarsi grazie al successo strepitoso del Flauto magico.
La sepoltura in un'anonima fossa era una prassi tipica della Vienna di quell'epoca. E il fatto che quasi nessuno fu presente al suo funerale si spiega con il grande dolore di sua moglie Costanze, che non ebbe la forza di annunciare al mondo la scomparsa dell'amato coniuge.



2. Mozart morì avvelenato, probabilmente per mano di Salieri.

Molto improbabile, se non addirittura impossibile. Salieri era un compositore alla corte viennese, e dunque diretto concorrente di Wolfgang, ma il rapporto tra i due fu sempre definito ottimo. Milos Forman, con il suo film Amadeus, si servì dell'ipotesi dell'invidia e dell'inimicizia soltanto per cospargere  più pepe sulla sua storia, cercando di renderla ancora più avvincente. Vero è che Mozart più volte espresse la sua preoccupazione di poter essere avvelenato, ma il suo decesso avvenne probabilmente (secondo la teoria espressa nel 1828 dal medico Eduard Guldener) a causa di una febbre reumatica. Dunque: i suoi timori possono benissimo inquadrarsi nella paranoia tipica di tutte le "star" dello spettacolo.


3. Mozart era un incorreggibile "sciupafemmine".

No. Non fu mai un dongiovanni, altrimenti lo si saprebbe. Sono stati accertati sono solo i suoi amori con
a) la cugina Anna Thekla Mozart ("Bäsle"), poi con
b) Aloysia Weber e infine con
c) la sorella di Aloysia, Constanze, che sposò e alla quale rimase fondamentalmente fedele.
In una lettera al padre datata 1781, il musicista accennò alla sua paura di contrarre malattie veneree... "Non potrei vivere come fa la maggior parte dei giovani di oggi. Prima cosa, sono troppo religioso; seconda cosa, amo troppo il prossimo e ho un carattere troppo sincero perché io possa prendere in giro una fanciulla; terza cosa, le malattie suscitano in me ribrezzo e paura".



4. Il Requiem gli fu commissionato da un misterioso personaggio mascherato.

E' un'altra trovata romanzesca. In realtà fu il Conte Franz von Walsegg-Stuppach (1763-1827), un amante  della musica che sporadicamente si dilettava lui stesso a comporre, a incaricare Mozart, tramite un intermediario, di scrivergli un Requiem per la sua defunta moglie.  Nessun messaggero di morte, nessun Angelo Nero bussò mai dunque alla porta di "Amadé". 

Wolfgang

Il 2006 fu battezzato "l'anno di Mozart" e, nel corso di tutt'e dodici i mesi, si sono tenute numerose manifestazioni per celebrare il 250simo anniversario della nascita del compositore di Salisburgo. In Austria e altrove hanno sfruttato la sua popolarità davvero al massimo, commercializzando la sua effige (le famose "Mozartkugel" di cioccolato, prodotte soprattutto a Salisburgo), la sua musica e finanche la sua biografia (è stato stabilito il record assoluto di pubblicazioni cartacee sulla sua vita).
(Qui il video di presentazione del 'Mozart-Jahr".)  
***
"Se Mozart vivesse oggi, sarebbe un musicista di rock'n'roll. Ai suoi tempi era già un grande entertainer..."
(Falco, popstar austriaca)

"La musica di Mozart è talmente pura e meravigliosa che io la considero l'essenza stessa dell'Universo."
(Albert Einstein, fisico tedesco)
postato da: frankobrain alle ore 13:02 | link | commenti
categorie: classica
venerdì, 18 maggio 2007

Ritrovata partitura di Beethoven

[19/10/2005]

Il primo dicembre, presso la Sotheby's di Londra, viene messa all'asta una preziosa partitura di Beeethoven. Si tratta della Grande Fuga, op. 134 nella versione per pianoforte a quattro mani, una composizione di cui non si aveva più traccia da quasi un secolo. Beethoven la scrisse nel 1896, un anno prima della morte, come parte finale del suo Quartetto in si bemolle maggiore. L'ultima volta il manoscritto, che consta di 80 pagine, era stato visto a Berlino nel 1890. 
Grande Fuga - Beethoven
Lo spettacolare ritrovamento è avvenuto lo scorso giugno negli archivi del Palmer Theological Seminary di Philadelphia. Risulta adesso che nel 1890 la partitura fu acquistata dall'industriale americano William Howard. Nel 1952, l'erede di Howard la regalò insieme a diverso materiale prezioso al seminario evangelico di Filadelfia.

Già nel 1990 era stato ritrovato nello stesso Theological Seminary un manoscritto di Mozart.

Sotheby's metterà all'asta la partitura beethoveniana a partire da un milione di sterline.

postato da: frankobrain alle ore 07:36 | link | commenti
categorie: musica, classica