"Father And Son" di Cat Stevens ci presenta due ruoli in realtà capovolti di quello che in Italia (e in tutto l'Occidente) è solitamente il vero stato di cose, il vero rapporto padre-figlio.
Nella canzone di Cat abbiamo un padre che dice al figlio di non aver fretta ad abbandonare la casa per inseguire chissà quali sogni, di cercarsi dapprima una ragazza, magari mettere su famiglia... "Guarda me: io sono vecchio ma felice".
E c'è il figlio che risponde, ma più dentro di sé che al padre: no, grazie tante; una strada mi aspetta e devo andare, devo proprio andare...
E' un esempio di impossibilità a capirsi e addirittura a comunicare. Due generazioni a confronto. Abramo e Isacco dell'èra moderna.
Ora, nel caso dell'Italia (e di quello che conosciamo del resto dell'Ovest del mondo), le cose stanno ben diversamente. L'impossibilità a capirsi e addirittura a comunicare esiste; eccome! Quello che non esiste (o è raro) è un padre che dice al figlio: "Ma su, dài, rimani! Tanto, che fretta c'è di andarsene?". L'immagine più frequente ci mostra un "ragazzo" sui trent'anni o addirittura sui quaranta che se ne sta sdraiato sul suo lettino a fumare e magari anche a bere e che piange disperatamente, di nascosto però, perché il suo diploma e/o la sua laurea non servono a un k*zz* e lui marcisce completamente privo di mezzi e senza un futuro opinabile, e questo ragazzo, quest'uomo, farebbe qualsiasi cosa pur di lasciare quella casa e quella città e incominciare una nuova vita altrove, magari come zappatore o trasportatore di mattoni, solo che nessuno gliene dà mai la possibilità, e intanto anche la sua ragazza lo ha abbandonato dopo una brutta scenata chiamandolo "pazzo nevrotico" e così via, e, mentre lui piange silenziosamente, alla radio suonano una certa canzone di un certo cantautore degli Anni Sessanta-Settanta, tale Cat Stevens, uno dei tanti poeti canori che esprimevano il cambiamento culturale in corso allora in America e dappertutto sul pianeta Terra, un cambiamento che avrebbe dovuto significare la realizzazione di un'utopia; e abbiamo, al di là del sottile muro di gesso, l'immagine di un vecchio barbogio (il padre) che prende a pugni e a calci la porta della cameretta gridando, tra mille bestemmie: "Ma che fai sempre rinchiuso lì? Perché non te ne vai, una buona volta? Mi stai mangiando vivo! Se sto male è solo colpa tua. Figlio degenere!" ecc.
Era e rimane una splendida canzone. Una poesia dal testo semplice ma dal significato assai profondo e accompagnata da una melodia irripetibile. E' contenuta nell'album Tea For The Tillerman (1970). Insieme a "Morning Has Broken" (Teaser And The Firecat, 1971) e "Lady D'Arbanville" (Mona Bone Jakon, 1970), è tra i capolavori assoluti di colui che, in seguito, avrebbe mutato il proprio nome in Yusuf Islam.
