Il futuro non è stato ancora scritto...
"The future is unwritten." (Joe Strummer)
Il suo vero nome era John Graham Mellor, veniva da una famiglia dell'alta borghesia e decise di assumere il nome in codice "Strummer" (strum = "strimpellare", e dunque strummer è lo "strimpellatore").
Era di apparente buona salute quando morì a soli 50 anni, il 22 dicembre 2002. La sua famiglia pregò gli amici e gli ammiratori di non portare corone di fiori al suo funerale, bensì di fare un'offerta per il Mandela SOS Fundraising. Joe aveva da poco scritto una canzone, "46664", che Bono degli U2 avrebbe cantato il 29 novembre 2003 a Città del Capo in un memorabile concerto in onore di Nelson Mandela. "46664" era il numero di identificazione che avevano dato in prigione al leader del movimento anti-apartheid.
Dunque Strummer era un sobrio idealista? Per molti era un esponente del surrealismo, e indicativo in questo senso è il fatto che amava Captain Beefheart a tal punto da invitarlo alle sue gig. Per altri era un filosofo, un poeta che sapeva cogliere sia gli aspetti sociali che quelli metafisici dell'esistenza.
"La vita è malata, nessuno sa perché viviamo. Il mondo non sarebbe mai dovuto esistere."

John Graham Mellor, poi noto come Joe Strummer, era nato ad Ankara il 21 agosto 1952, figlio di un diplomatico britannico. Con i genitori viaggiò in Messico, Germania, Egitto, sempre interessandosi degli stili musicali dei singoli Paesi.
Insieme al fratello maggiore David completò gli studi in un collegio londinese - una di quelle scuole assai care destinate ai rampolli dell'élite. "Lì presi un sacco di botte" ebbe a raccontare Joe più tardi. "C'eravamo noi, i residenti in loco, e c'erano gli scolari che venivano solo per le lezioni e poi se ne tornavano a casa. Ebbene, questi ultimi odiavano i residenti, e infatti ce ne combinarono di tutti i colori."
Amava ascoltare i Beatles, The Who, Jimi Hendrix, ma soprattutto i Rolling Stones. Quando in TV vide la clip di "Not Fade Away" degli Stones, ne venne talmente impressionato da mettersi a trascurare gli studi in favore della musica.
My love bigger than a Cadillac
I try to show it and you're drivin' me back
Your love for me has got to be real
For you to know just how I feel...
(Rolling Stones, "Not Fade Away")
Capì che un musicista ha il potere di cambiare la visione del mondo della gente, e cambiare la visione del mondo divenne la sua massima aspirazione.
Purtroppo suo fratello David entrò in un'organizzazione razzista, ivi condotto anche dal suo forte interesse per l'occultismo. Divenne sempre più solitario e nel 1970 si suicidò nel Regent Park.
Joe soffrì molto, sebbene lui e Dave non andassero d'accordo su parecchie cose. Lo stesso Joe si trasformò in un ragazzo introverso, solitario, a tratti violento. Ad aggravare tale condizione di "alieno" era il suo inconsueto accento. Per via dell'infanzia da apolide, non parlava come tutti gli altri inglesi; aveva inoltre assunto un'inflessione pseudo-cockney che, alle orecchie di ogni vero londinese, suonava strana, posticcia (come difatti era).
L'inquietitudine lo portò a trasferirsi nel Galles, dove svolse umili lavori in fattorie isolate lasciandosi chiamare Woody Mellor, in onore di Woody Guthrie. Imparò a suonare l'ukulele ed entrò in una band locale, The Vultures.
Dopo poco tempo ritornò a Londra, precisamente a Notting Hill, dove si mischiò agli "squatters", ovvero a quei tipi che risolvono il problema dell'alloggio occupando appartamenti liberi. Fu in tale periodo che reincontrò un vecchio amico, Tymon Dogg, il quale gli insegnò i primi rudimenti della chitarra. L'impresa si rivelò ostica, poiché Strummer era mancino. I chitarristi mancini di solito aggirano l'ostacolo variando l'ordine delle corde (è quanto fece per esempio Jimi Hendrix).
Tymon suonava il violino per strada e Joe gli faceva da "scimmietta", tenendo il cappello per raccogliere gli oboli dei passanti. Poi divenne lui medesimo un busker, strimpellando nei mezzanini dell'Underground. Il suo primo concerto "open air" gli fece guadagnare 1 sterlina e 99 pence. Fondamentalmente conosceva un solo accordo, quello in Sol, con cui poteva però benissimo eseguire brani del tipo "Comes the Rain" (un inno Navajo).
Nel 1974 Joe Strummer fondò insieme a Tymon Dogg i 101ers, denominazione che si rifaceva all'indirizzo del suo ultimo "squat" (101 Walterton Road, London W9). I 101ers iniziarono a esibirsi nei pub ottenendo buone critiche. Le composizioni originali di Strummer e il suo carisma arrecarono al gruppo un contratto discografico; il single si intitolava "Keys To Your Heart".
Ma Joe voleva di più, voleva raggiungere un pubblico vasto per propagare la sua protesta contro il potere. Già allora le sue songs parlavano delle lotte di sopravvivenza cui erano costretti i comuni cittadini. Era però tutt'altro che un rivoluzionario d'hoc. Coltivava infatti la passione per la storia militare, gli piacevano gli eroi del passato nonché stravedeva per le profezie sulla fine del mondo.
Quando, insieme all'amico Tymon, assisté a un concerto di Johnny Rotten e dei suoi Sex Pistols, rimase fulminato: comprese che il punk era il genere musicale che meglio si addiceva al suo carattere e al messaggio che intendeva lanciare. Insieme a Mick Jones (chitarra e voce), Paul Simonon (basso) e Terry Chimes (batteria), si mise a cantare canzoni di "War & Hate": slogan che sostituiva il "Love & Peace" finora inneggiato da gran parte della gioventù e che, a parere di Strummer e non solo, serviva unicamente ad anestetizzare le coscienze. A un certo punto, Chimes venne sostituito da Nicky "Topper" Headon. Sorsero così The Clash ("suono metallico", "fragore"), il più grande gruppo punk rock di tutti i tempi.

The Clash
Presso i punkers, le origini sociali di Strummer furono motivo di accese discussioni; tra l'altro il cantante, a dispetto degli anni trascorsi on the road, presentava il tipico aspetto del bravo ragazzo. Si vedeva, insomma, che proveniva da "buona famiglia". Ma d'altra parte nei Clash c'era Jones, che era di estrazione proletaria (viveva insieme alla nonna in una casa popolare di Brixton), e anche Simonon vantava l'appartenenza allo stesso ceto sociale. In quanto a Headon - l'eccellente drummer -, lui aveva il vizio delle droghe pesanti.
La musica dei Clash, inizialmente composta nell'alloggio sociale che allora i quattro occupavano, era influenzata dal reggae, la protesta in suoni delle genti di colore. Uno dei loro primi successi, "White Riots", racconta dei disordini scoppiati durante un Notting Hill Carnival a cui furono presenti (questo particolare bastò per far loro guadagnare la nomea di "ribelli" e per accrescerne la credibilità).
Mentre i Sex Pistols furono il primo gruppo punk in grado di shockare veramente, The Clash si caratterizzarono fin dal principio per i testi coerenti, intelligenti e comprensibili. Rinunciarono spesso alla rumorosità gratuita appunto per far risaltare le parole, come avviene in "Bankrobber":
Mio padre era un rapinatore
Ma non ha mai fatto male a nessuno
Gli piaceva vivere a quel modo
Gli piaceva rubare i tuoi soldi...
(Di questa ballata esiste una valida versione a cappella dei Chumbawumba, che hanno così voluto evocare la memoria di Joe Strummer.)
La consacrazione definitiva dei Clash arrivò nel 1978, quando si esibirono al Rock Against Racism in Victoria Park davanti a 90.000 persone. "I Clash sono il miglior gruppo rock del mondo" arrivò a scrivere la rivista Rolling Stone.
Il loro album più significativo è il terzo: London Calling (U.S.A. 1980, ma registrato l'anno prima a Londra).
19 canzoni che raccontano di droghe e disoccupazione. Un'apocalisse a sfondo sociale in cui si rivendica la validità del rock'n'roll quale arma per combattere le forze del male. Si va dalla sempre attualissima "London Calling" all'amore operaio di "Train in Vain", attraverso la disperata rassegnazione "discotecara" di "Lost in the Supermarket", lo ska richiamante L'opera da tre soldi di "Wrong 'Em Boyo" e la realmente apocalittica - e leggendaria - "Four Horsemen".
Fino a quel momento, Strummer e Jones (i Lennon & McCartney del punk) avevano scritto la maggior parte del loro materiale nell'abitazione della nonna di Jones, che era una delle loro più convinte sostenitrici, e la band si ritrovava piena di debiti. Ma London Calling fece registrare un enorme successo discografico: "Train in Vain" scalò la classifica U.S. dei singles e l'album vendette milioni di copie in tutto il mondo.
Intanto in Inghilterra i Clash non erano più considerati "veri punk": firmare un contratto con un'etichetta americana era considerato dalla base un vendersi al mercato, "proprio come le vecchie, noiose band". Per il secondo album Give 'Em Enough Rope la label aveva sborsato un anticipo di 30.000 sterline, eppure Joe doveva girare ancora - da Camden Town a Notting Hill e ritorno - senza soldi in tasca. Per di più, la loro musica si era sviluppata; un'evoluzione che non piacque ai punkers. Ora facevano in effetti del rock duro, un rockabilly elettrico - un suono più raffinato di ciò che veniva comunemente inteso come hardcore punk. La tournée del '79 negli Stati Uniti fu perciò una sorta di palingenesi per ciascun elemento del quartetto: cambiare aria gioviò loro, e servì anche a sfuggire le rigide catalogazioni cui erano abituati i connazionali. Finalmente approdavano nella patria della musica che più amavano, e l'accoglienza degli americani fu grandiosa. Gli elogi arrivarono persino da quotidiani prestigiosi come The New York Times e The Boston Globe.
Strummer rimase un'icona della protesta sociale anche dopo lo scioglimento dei Clash. Nel 1988 si unì al carrozzone anarchico di Rock Against the Rich, un tour promosso dalla rivista Class War (allora un bimensile che constava di sole otto pagine). Si trattò della più grande campagna anarco-libertaria mai condotta in Gran Bretagna.

Joe Strummer & The Mescaleros
The Mescaleros, l'ultima sua emanazione musicale, non ebbe il consenso di pubblico che lui si augurava. La gente andava ai concerti per lui, per prendere a pugni l'aria alle note di "(White Man) In Hammersmith Palais" anziché per applaudire il reggae multiculturale di "Bhindi Bhagee" con il ritornello che celebra i pregi del cibo halal. Volevano vedere il cantante dei Clash, celebre formazione che una volta apriva i concerti dei Sex Pistols. Comunque, la tournée che nel 2001-02 portò i Mescaleros in Giappone e negli Stati Uniti fu un successo affatto trascurabile.
Nel 2002, a oltre vent'anni dall'implosione dei Clash, Jones, Strummer e Simonon si rimisero insieme per curare un album "live". Joe aveva traslocato da poco e, durante gli spostamenti, saltarono fuori alcuni nastri contenenti vecchie registrazioni di concerti del suo ex gruppo, in particolare alla Roundhouse di Londra nel 1976, uno show al Lewisham Odeon del 1978 e l'esibizione allo Shea Stadium di New York come spalla degli Who nel 1982. Le bobine erano state registrate direttamente sul banco del mixer da Glyn Johns, il produttore di Combat Rock.
La loro portavoce, Tricia Ronane, spiegò: "Abbiamo un sacco di foto del concerto di New York e alcune videocassette. E' sicuramente una testimonianza molto interessante dell'atmosfera che si respirava a quei tempi. Inoltre stiamo aspettando altri nastri dall'America e dal Giappone, dove furono registrate molte session radiofoniche. Se le condizioni del materiale sono buone, lo pubblicheremo. Ma dovranno deciderlo tutt'e tre."
Era dal 1982 che le loro strade non si incrociavano più, ovvero da quando Mick Jones, dopo la realizzazione di Combat Rock, lasciò il gruppo (o ne venne estromesso) a causa di divergenze nelle aspettative musicali (la famosa "battaglia degli ego" che ha portato allo scioglimento parecchi gruppi). Ma i Clash, sia quelli del punk dinamitardo dei primi due dischi, sia quelli barricaderi, capaci di metabolizzare le radici nere del rock'n'roll per tingerle di tonalità caraibiche in London Calling e Sandinista!, erano rimasti un ricordo vivido e importante, e perciò il progetto del live si presentava attraente. Tanto più che proprio in quel periodo stava vedendo la luce un album-tributo (uno dei tanti) che includeva la partecipazione di Tricky, Leonard Cohen ("Rock the Casbah"), Tom Waits, Primal Scream ("Know Your Rights"), Korn, Ice Cube ("Should I Stay Or Should I Go?"), Rancid e No Doubt.
Purtroppo, due giorni prima di Natale, Joe venne stroncato da un infarto.
"Mi sento un po' il padrino di chi oggi piega la propria musica alle esigenze del mondo" raccontò in un'intervista rilasciata poco prima della sua scomparsa. "Ai nostri giorni i Clash sarebbero in prima fila contro la globalizzazione, contro il G8: non resisterebbero alla tentazione neppure un istante. Ma ora non si può più tornare indietro, il meccanismo si può tutt'al più domare, controllare, non si può affrontare sulle barricate: lo dimostra il fatto che chi protesta è a sua volta un frutto della globalizzazione". E aggiunse: "Se sono diventato un uomo libero, è perché ho sempre conservato le chiavi del mio passato".
JOE STRUMMER - DISCOGRAFIA ESSENZIALE
Con The Clash:
1977 - The Clash
1978 - Give 'Em Enough Rope
1979 - London Calling
1980 - Sandinista!
1982 - Combat Rock
Solo:
1987 - Walker
1989 - Earthquake Weather
Con The Mescaleros:
1999 - Rock Art and the X-Ray Style
2001 - Global a Go-Go
2003 - (uscito postumo) Streetcore
Let's Rock Again!
Viva Joe Strummer - The Clash and Beyond. His Life and Times
Willy DeVille, nato nel 1950 come William Boray, è il prototipo del vero rock-and-roller: la sua voce è rauca, secca, e non smette di propagare un senso di ribellione nemmeno quando il tono si fa intrigante, vischioso e dolce. Questo eclettico artista crebbe - per sua stessa ammissione - "a pane, Bob Dylan e Jimi Hendrix"; e Dylan e Hendrix rimangono fino ad oggi i suoi eroi musicali. Venuto al mondo e svezzato nel Connecticut, si impiantò a New York con l'idea fissa di diventare un cantante blues. Il Greenwich Village rappresentò il suo primo trampolino di lancio. Nel 1971 volò a Londra per formare un proprio gruppo, ma, per via di certa incompatibilità con la realtà e il carattere dei britannici, tornò negli Stati Uniti, pensando di mettere radici a San Francisco. Sulla West Coast fondò i Lazy Eights, che in un'altra incarnazione si chiamarono anche Billy De Sade & The Marquis e divennero infine i Mink DeVille. Suoi primi compagni di avventura furono il bassista Ruben Siguenza e il drummer Tom "Manfred" Allen.


Quando aveva cinque anni, la sua famiglia si trasferì a Gurdon, una cittadina dell'Arkansas. Gurdon (tra Little Rock e Texarkana) è il luogo natìo di Jimmy Witherspoon. Tav crebbe dunque negli Ozarks (così è chiamata la vasta regione, focolaio dello swamp rock, che comprende il sud-ovest del Missouri, il nord-ovest dell'Arkansas e alcune zone orientali dell'Oklahoma e del Kansas). Svolse svariati lavori prima di recarsi, nel '72, a Memphis, città da cui si sentiva attratto per via del blues e della "musica indigena". Lo stesso Tav dichiara:
La musica di Tav Falco è un misto di rock'n'roll, samba, tango argentino, mambo, ballate e una specie di pop alternativo con sfumature "italiane". Qualcuno definisce questo stile "new cajun", ma non è del tutto esatto. Comunque sia, quando Tav e il suo gruppo si affacciarono sulla scena newyorkese, godevano già dello status "cult", giustificato da un album ancora oggi ritenuto leggendario: Behind the Magnolia Curtain, inspiegabilmente "out of press". Behind the Magnolia Curtain è da molti considerato il capostipite dello psychobilly (vedi post precedente), anche se in verità l'onore va ai Cramps.Coppia allucinante, quella formata da Mojo Nixon e Skid Roper! Cantano di un "Natale transilvanico", di "Gesù al McDonald's", della "dieta di Bigfoot" (lo yeti americano), di "mettere la faccia su una bomba nucleare" e di come si sta ad abitare "insieme a un Anticristo di 90 cm.".
Attivi nella seconda metà degli Anni Ottanta, i due sono stati esponenti dello psychobilly, un genere di musica che divenne popolare dapprima in Europa e solo in un secondo tempo negli U.S.A.
Lo psychobilly non è altro che il punk rock in chiave rockabilly, ed è caratterizzato dai testi "sporchi" e trasgressivi e dagli atteggiamenti istrionici dei suoi acteurs. Volerlo infilare nello scaffale delle "parodie in musica" sarebbe però un grave torto. Nixon & Roper sono stati due degli eroi della controcultura (o, meglio ancora, della cultura "weird"); il primo scriveva i testi, cantava e suonava la chitarra; il secondo provvedeva i suoni di sottofondo - primariamente mandolino e washboard, ovvero l'asse per lavare.
Le velleità intellettuali di Mojo Nixon non risaltano soltanto nelle sue critiche verso il capitalismo ("Io odio le banche", "Bruciate i supermercati"...): Mojo (il cui vero nome, per intero, è Neill Kirby McMillan), laureato in Storia e Scienze Politiche, ha fatto anche da colonnista per il Peterbelly Magazine: due soli articoli, per la verità, in quanto la rivista presto fallì.
Celebri i suoi assalti verbali alle icone della pop cultura tanto cara ai teenager: Martha Quinn, Rick Ashtley, Deborah Gibson... Si è anche dichiarato a favore della libera circolazione degli .mp3, "poiché io non sono uno stronzo come i Metallica" (!). Un personaggio davvero "fuori". E pensare che aveva iniziato la carriera girando alcuni videoclip per la MTV, uno dei quali insieme a Wynona Ryder! Poi iniziò a imprecare proprio contro quei personaggi lanciati dall'emittente e venne gentilmente allontanato dai responsabili.
Don Henley e David Geffen sono due degli idoli che Mojo Nixon ha pesantemente vituperato ("Don Henley Must Die", "Bring Me the Head of David Geffen"). Il primo non si offese: anzi! Durante un concerto di Nixon ad Austin, Texas, salì sul palco e intonò a pieni polmoni "Don Henley Must Die". Quando l'ex membro degli Eagles se ne andò, Nixon chiese scherzosamente al pubblico: "C'è forse qui anche Debbie Gibson?" E più tardi ammise: "Don ha due coglioni grandi quanto le campane di una chiesa".
Sulla sua homepage www.mojonixon.com si possono monitorare gli spostamenti, da solo o insieme alla band Toadliquors, di questo simpatico psicopatico.
Musicalmente, a me piace associarlo a Captain Beefheart, ma anche all'inglese Edward Tudor-Pole. E non è forse un caso che sia Mojo sia Eddie hanno avuto esperienze cinematografiche: il primo in Great Balls of Fire, la storia di Jerry Lee Lewis mirabilmente interpretata da Dennis Quaid; il secondo - in ruoli più corposi - in Absolute Beginners, The Great Rock'n'Roll Swindle e altre pellicole fino a The Life and Death of Peter Sellers.
Skid Roper era invece il polo tranquillo del duo. Dico "era" in quanto nel 1989 la società "Nixon & Roper" si sciolse. Di Skid, che era influenzato dal country, uscirono soltanto due album solisti. Ha fatto comunque diversi concerti con il suo gruppo: Skid Roper and The Shadowcasters. E, se non mi sbaglio, è ancora là fuori a suonare.
Wide Eyed And Legless: The A&M Recordings
Il primo album di Andy Fairweather-Low, Spider Jiving, risale al 1974, quando lui, a 24 anni, era già un veterano della musica. Andy era stato infatti il bassista degli Amen Corner, che con "If Paradise Was Half As Nice" (Lucio Battisti) avevano lasciato la scena provinciale gallese per ergersi nelle classifiche di vendita mondiali vantando una manciata di hits dal 1967 al '69
Spider Jiving raccoglie composizioni a firma di Andy F.-L. che dimostrano come il ragazzo fosse già maturo per la carriera solista. Si va da ballate blueseggianti come "Standing On The Water" a pezzi musicalmente allegri tipo "Mellow Down", che rispecchia le atmosfere londinesi del tempo degli Amen Corner. "The Light Is Within" è poi un capolavoro da pub. La voce "ubriaca" di Andy è di quelle che portano ad accendersi tutti gli accendini.
Spider Jiving lanciò la sua carriera e la A&M, che credeva nelle potenzialità del giovane, lo imbarcò per l'America, mentre il singolo estratto dalla sua opera prima, "Reggae Tune" si piazzava al decimo posto nelle charts britanniche.
Il suo primo prodotto americano fu La Booga Rooga: soltanto dieci brani, ma tutti abbastanza corposi. Uno di essi è una cover di "My Bucket's Got A Hole In It" (Hank Williams) e un altro, "Wide Eyed And Legless", raggiunse come single il sesto posto della hit parade (dicembre 1975). A La Booga Rooga collaborarono musicisti d'eccezione, tra i quali Georgie Fame e B.J. Cole (pedal steel guitar). Gli arrangiamenti orchestrali qua e là risultano un po' troppo gonfiati, ma questo è anche un segno di quanto la A&M credesse nel suo pupillo britannico, tanto da volerlo presentare in maniera bombastica. Segnalo ai collezionisti di perle malinconiche la ballata "Halfway To Everything" e a chi invece ama dimenarsi lo stomp "Inner City Highwayman".
Seguì Be Bop n' Holla, altro disco di soft rock con influenze blues e swing. Be Bop n' Holla contiene tra le altre una cover di "Rocky Racoon" dei Beatles. Andy Fairweather-Low sembra qui volersi scrollare di dosso le ultime briciole di troubadour pierrotesco e ingrana la marcia di ritmo superiore. Stupendo però proprio un brano lento: "Rhythm'n'Jazz", che ricorda sia Leonard Cohen sia Tom Waits.
Nel 1976 il panorama musicale slittò definitivamente verso il punk con la fondazione della Stiff Records e, a parere di molte case discografiche, l'èra del cantautorato "tradizionale" era al tramonto. Andy Fairweather-Low riuscì comunque a sopravvivere al cambiamento, mettendosi a suonare con altri artisti. Fu (e ancora è) uno dei session men più richiesti in assoluto. Entrò a far parte della Eric Clapton Band e apparve anche nel tribute concert per George Harrison Evening for George (alias A Concert for George; album + DVD).
La raccolta Wide Eyed And Legless si apre con "Spider Jiving", brano davvero groovy che dà il titolo al primo long playing, e spazia, su due CD, attraverso il trittico di album che Andy F.-L. incise per la A&M a metà degli Anni Settanta. Tra i collaboratori ci sono Bernie Leadon, il già citato Georgie Fame, Gerry Rafferty e Dave Mattacks dei Fairport Convention.
Con Van Morrison siamo sicuri di giocare in Serie A. It's Too Late To Stop Now, registrato dal vivo a Los Angeles e a Londra nell'estate del 1973 (al Troubadour di Los Angeles, al Civic di Santa Monica e nell'oggi amaramente rimpianto Rainbow Theatre della capitale britannica), racchiude in un doppio CD 18 brani, molti dello stesso Van Morrison, ma anche di Ray Charles, Bobby "Blue" Bland, Willie Dixon, Sam Cooke e altri.
Con la sua mistura di blues, jazz e rock souleggiante, l'artista irlandese di viaggi astrali ce ne ha fatti fare tanti, ma, nel volare, ci trasciniamo appresso zolle e filamenti di terra mai sterili, anzi pieni di quei corpuscoli organici che sono corollario necessario alla nostra esistenza. Su qualsiasi pianeta sbarcheremo, è la musica della strada, sempre fondamentalmente atavica, la nostra compagna fedele.
Vecchi "favourites" come "Into The Mystic" e "These Dreams Of You" assumono un ritmo originale e nuove dimensioni vocali, mentre pezzi come "I Believe To My Soul" sono perle mozzafiato del rhythm'n'blues. Le esecuzioni vengono impreziosite da fioriture di sax (Jack Schroer) e tromba (Bill Atwood). Splendida la sezione di archi che vede tra i suoi componenti Terry Adams al cello.
Per alcuni, è uno degli album dal vivo migliori in assoluto.
E un altro è A Night In San Francisco, ancora di Van Morrison.
A Night In San Francisco è il frutto non di uno ma di due concerti: quello di domenica 12 dicembre 1993 al Mystic Theater di Petaluma e di sabato 18 dicembre 1993 al Masonic Auditorium di San Francisco (la California è un polo inamovibile nella vita del vecchio leone di Belfast). "Mystic" e "Masonic": come se Van Morrison avesse voluto sottolineare qualche peculiarità mistico-occulta della sua arte!
E' l'album che più d'uno ha definito "l'enciclopedia della musica". Soul, jazz, funk e blues sono gli ingredienti di una pietanza che Morrison ha preparato insieme a una squadra di "cuochi" di prim'ordine. L'amico Georgie Fame siede all'organo, e poi ci sono Kate St. John (oboe, sax tenore, sax soprano), Ronnie Johnson (chitarra), Nickie Scott (basso), Geoff Dunn (Manfred Mann's Earth Band, batteria) e diversi altri. Fanno un'apparizione anche John Lee Hooker e Jimmy Witherspoon, celebri veterani del blues.
L'ensemble ci fa dono di oltre due ore e venti minuti di delizie sonore: un maxiconcerto, distribuito su due CD, mai stancante anche grazie all'avvicendarsi di voci (Brian Kennedy, James Hunter... e interviene anche Shana Morrison, figlia americana di Van) e per la sempre varia strumentazione (fantastico il sax alto dell'olandese Candy Dulfer; e Jonn Savannah alle tastiere sa enfatizzare certi passaggi al momento opportuno).
Una particolarità di A Night In San Francisco è che alcune tracce sono composte da due o più brani che Van & Co. ci offrono in connubbio: "Moondance"/"My Funny Valentine", "Stormy Monday"/"Have You Ever Loved A Woman?"/"No Rollin' Blues"... con cambi di tempo, avvicendarsi di strumenti e inserimento di cori. Un'atmosfera elettrizzante, come in un cerimoniale gospel che vanta non soltanto un officiante ma almeno tre: infatti, Georgie Fame e Haji Ahkba (flugelhorn, alias flicorno) sono protagonisti al pari di Van Morrison.
Chi ama il soft rock e la voce tutta particolare di Rod Stewart troverà sollazzo con Unplugged... and Seated, un live risalente al 1993 che, tra gli special guests, annovera l'ex compagno dei Faces Ronnie Wood. Si va dal rock dei primordi evocato nella prima traccia "Hot Legs" a una collana di ballate d'amore (trovato e perduto) che sfocia in una sorta di crescendo con il classico "Highgate Shuffle", con "Stay With Me" e con "Having a Party" .
Questa è una ristampa fresca fresca, in vendita anche come "collector's edition" insieme a un DVD.
Niente di eclatante, secondo me. Ma forse è perché ho sempre trovato Rod alquanto "chioccio". Ho ascoltato il CD più volte, tuttavia ciò non mi ha aiutato ad apprezzarlo maggiormente; anzi. Le buone intenzioni vengono annientate dalle corde vocali del londinese di origine scozzese, che, come al solito, sembrano appannate da una patina di stanchezza post coitum. La patina si direbbe venga un po' raschiata unicamente nelle ballads non sue: "Reason to Believe" di Tom Hardin, "People Get Ready" di Curtis Mayfield, "Have I Told You Lately" di Van Morrison, "Tom Traubert's Blues (Waltzing Matilda)" di Tom Waits e "Having a Party" di Sam Cooke.
D'accordo che è un "unplugged", ma le chitarre viaggiano con il freno a mano tirato e le tastiere cuociono a mezza fiamma. Dei pezzi firmati da Stewart, "Mandolin Wind" è sicuramente il più riuscito, con il suo giro di accordi folk. Lodevole anche quando questa voce da eunuco un po' raffreddato si lancia avventurosamente nell'interpretazione del già citato "Waltzing Matilda" e del quasi obliato - ingiustamente - "The First Cut Is the Deepest" (di Cat Stevens): contro tutti i pronostici, il tentativo riesce, ma è soprattutto per la bontà stessa delle composizioni.
Sono in totale 15 brani, destinati ai momenti crepuscolari, tra una lacrima nostalgica e uno sbadiglio.
Finalmente hanno un loro sito fisso sul web! Ho scoperto per caso questo gruppo italiano - relativamente nuovo - di prog rock jazz. E' for-mi-da-bi-le!
Ricordano gli Area. O i Soft Machine?
Comunque sia, per il panorama odierno sono sicuramente originali. Ascoltate la musica degli Accordo Dei Contrari!
Non sembra vero ma sono trascorsi ben quattordici anni dal traumatico scioglimento dei Take That. Era infatti il 1995 quando Robbie Williams, Gary Barlow, Mark Owen, Jason Orange e Howard Donald litigarono aspramente. Robbie se ne andò e sette mesi dopo, nel febbraio 1996, il gruppo si sciolse. Accadde addirittura che centinaia di giovani fans dovettero ricorrere allo psicologo... .jpg)