Ein kleines bisschen Horrorschau è una delle opere più importanti del rock tedesco - e direi europeo. L'album inizia con un'introduzione beethoveniana (dalla Nona Sinfonia) che si tramuta nel grido di Campino, e subito dopo parte la ballata rock "Hier kommt Alex":
"In einer Welt in der man nur noch lebt / damit man täglich roboten geht..."
Benvenuti nell'horrorshow di Arancia meccanica in versione teutonica!
Correva l'anno 1988. Die Toten Hosen partecipavano a uno spettacolo teatrale tratto dal celebre romanzo di Anthony Burgess. Fu proprio allora che iniziarono a scrivere una sorta di colonna sonora di Clockwork Orange. Che è anche il loro commento marca punk-rock agli eventi che accadevano - e accadono - in Germania. Ne esce fuori un concept album geniale, ovviamente apprezzabile soprattutto da chi conosce l'idioma tedesco. Il secondo track, "1000 gute Gründe" ("Mille buoni motivi"), parla del fenomeno del nazionalismo; il settimo, "Mehr davon" ("Di più!"), tratta della dipendenza dalle droghe (nel caso specifico rappresentate dalla musica classica con cui Alex "si rimpinza" prima di commettere i suoi atti di violenza)... Ma le virtù musicali di questo prodotto prescindono addirittura dai testi, il cui senso, almeno in linea di massima, potrebbe essere compreso da chiunque con l'ausilio di un buon dizionario.
Il gruppo del frontman Campino (da Düsseldorf) si differenzia dagli amici-rivali di sempre Die Ärzte (berlinesi) per la sua più chiara posizione critica nei confronti dei soprusi e delle ingiustizie nelle democrazie occidentali e per l'esplicito rifiuto di ogni forma di totalitarismo. Fino a Never Mind the Hosen, il messaggio dei Toten Hosen era pieno di ironia e nonsense. Con Ein kleines bisschen Horrorschau la band spicca un gran balzo, abbandonando il sentiero del Deutschpunk da allegre riunioni intorno a un falò ("Eisgekühlter Bommerlunder") per toccare tasti più dolorosi e dunque più realisticamente sociali, che verranno ripresi negli album Kauf MICH! ("Comprami!"), Opium fürs Volk ("Oppio per il popolo"), ecc.
La produzione del disco è perfetta; la simbiosi di rock e classica (quest'ultima presente negli intermezzi dalla Nona di Beethoven) e la qualità di tutti i brani dimostrano che Die Toten Hosen non si accontentano di suonare "i soliti tre accordi", ma sono musicisti a tutti gli effetti. Nel racconto delle peripezie di Alex, giovane ribelle che in ultimo viene convertito a una vita "ordinata", si riflette l'atteggiamento in fondo sottomesso di tutta una generazione.
Ein kleines bisschen Horrorschau fu il primo grande successo commerciale della band e il trampolino che la lanciò definitivamente anche all'estero.



(Parigi, 22 dicembre 1883 - New York, 6 novembre 1965)
"Sogno strumenti che obbediscano al pensiero del compositore."
Di padre italiano e madre francese, Varèse fu il tipico artista cosmopolita, irrequieto e all'avanguardia, nato a cavallo dei secoli XIX e XX. Dopo aver studiato scienze matematiche, si iscrisse al Conservatorio Superiore di Parigi, prima di proseguire la sua istruzione musicale alla Schola cantorum sotto la guida di Roussel e d'Indy.
A Parigi e Berlino fondò scuole musicali e cori specializzati nell'esecuzione di musiche antiche.
Apprezzato da Ferruccio Busoni e Claude Débussy, si ritrovò a essere tra i primi uditori del Pierrot Lunaire di Arnold Schoenberg e del Sacre di Igor Stravinsky. Fu a capo dell'Orchestra Filarmonica di Praga, prima di lasciare l'Europa per gli Stati Uniti d'America.
Nel 1919 fondò la New Symphony Orchestra, e contribuì anche a fondare la Pan-American Association of Composers.
Considerato uno dei massimi rappresentanti della nuova musica, fece la spola tra gli USA e la Francia, con brevi puntate in Germania (nel 1950 fu presente ai celebri Ferienkurse di Darmstadt). Negli Anni Cinquanta tentò, invano, di affermarsi come compositore di musiche da film.
Nei lavori di Varèse si possono riscontrare similitudini con quelli degli americani Charles Ives e John Cage. La sua musica abita la contemporaneità, respira delle strade, delle sirene, dei vapori che salgono dai tombini, delle nuove mitologie, delle luci accecanti, dei metalli, dell'elettricità. La sua prima produzione andò perduta durante la Prima Guerra Mondiale in un incendio (un'opera e otto composizioni orchestrali, tra cui Un grand sommeil, del 1906). Ma la perdita non aveva rammaricato più di tanto Varèse, che voleva essere ricordato per i lavori successivi a Amériques. Il sotterraneo della sua casa di New York era pieno di strumenti percussivi ed esotici. Per decenni aspirò a una musica "della macchina", a sonorità sconosciute, eppure non approfittò mai a fondo del mezzo elettronico. Nella Big Apple andava nelle officine e per le strade a registrare i suoni e i rumori che gli sarebbero serviti - manipolati - per le parti su nastro di Déserts (1950-54); ma forse intuì nell'elettronica lo spettro di quella cultura della disumanità contro cui aveva lottato tutta la vita e se ne ritrovò spaurito. In fondo il musicista italo-francese-ameri cano era legato a una concezione ottocentesca della "macchina".
Ai cultori del rock il nome di Edgar Varèse si lega a quello di Frank Zappa, che si interessò fortemente dell'avanguardia musicale europea e americana, dalla serialità, della musica concreta e che, nell'aprile 1981, organizzò, produsse e partecipò a New York City a un concerto di musiche composte da Varèse.
Opere pricipali
[Due CD bastano a contenere tutta la musica di Edgar Varèse: quindici composizioni che quasi laconicamente mappano una carriera lunghissima e sempre irrequieta.]
- Amériques per grande orchestra (1921)
- Offrandes per soprano e orchestra da camera (1921)
- Hyperprism per percussioni e piccola orchestra (1923)
- Octandre per sette strumenti a fiato e contrabbasso (1923)
- Integrales per percussioni e piccola orchestra (1925)
- Arcana per grande orchestra (1927)
- Ionisation per tredici percussionisti (1931)
- Ecuatorial per coro, trombe, tromboni, pianoforte, organo, due Ondes Martenot e percussioni (1934)
- Density 21.5 per flauto solo (1936)
- Tuning up (1947)
- Dance for Burgess (1949)
- Déserts (1950-54)
Qualche parola su Ionisation (1929-31)
Fin dalla controversa prima esecuzione alla Carnegie Hall di New York nel 1931, molti colleghi-rivali di Varèse pretesero il diritto di aver composto loro il primo pezzo per sole percussioni della storia. Comunque sia, a oltre settant'anni di distanza, Ionisation rimane un capolavoro indiscusso del suo genere e, a dispetto delle numerose imitazioni, forse l'unico. Da quel momento, la sezione delle percussioni, finora sempre in ombra nell'orchestra, cominciò a vivere di vita propria. Già nella sua prima, grande opera Amériques, Varèse aveva sviluppato la partitura delle percussioni in modo che procedesse quasi indipendentemente da quella del resto dell'orchestra.
Ionisation è un movimento di sei minuti basato sulla pura ritmica e ispirata dal traffico nelle strade di New York. La coppia di sirene che va "su e giù" per tutto il pezzo dovrebbe essere un richiamo ai due corni nei Divertimenti di Mozart.
Immensa la tristezza che l'anno scorso assalì i genuini fans floydiani nell'apprendere che "Diamante Pazzo" (così lo ribattezzò Roger Waters nello splendido brano "Shine On You Crazy Diamond", contenuto nell'album-omaggio Wish You Were Here) aveva abbandonato la dimensione terrestre.
Syd Barrett, co-fondatore e anima dei Pink Floyd "prima maniera", spirò venerdì 7 luglio 2006, sessantenne, nella casa di Cambridge in cui da molti decenni viveva insieme alla madre.

A 14 anni Barrett era già talento precoce: sulla prima chitarra compone allucinate canzoni jazz e blues. Proprio dai due bluesman preferiti, Pink Anderson e Floyd Council, Syd conia il nome del gruppo che ha messo insieme, con Waters, Mason e Wright, nella natìa Cambridge: sono i Pink Floyd e l'anno è il '66. I primi singoli dei Floyd - "See Emily Play" e "Arnold Layne" - sono uno shock per la musica inglese. Frasi musicali tortuose e oscillanti si incastonano in un ritmo sempre incerto, per esplodere in melodie di cristallina bellezza. In un locale londinese, l'"Ufo", i Pink Floyd si producono in esibizioni incredibili, ed è lì che Syd inventa il "Light Show": il primo passo verso la psichedelia.
Per la band il successo arriva con l'album d'esordio The Piper at the Gates of Down (1967). In piena epoca Beatles, con alle porte la rivoluzione del Sessantotto, il disco, composto quasi totalmente da Barrett, presenta testi intrisi di fiaba e di sogno, mescolantisi ad eteree melodie. Nove brevi gioielli: da "Matilda Mother" a "Interstellar Overdrive", da "Lucifer Sam" a "The Gnome". Un disco persino troppo avanti con i tempi, che ottiene comunque un immenso riscontro e proietta i Floyd sulle prime pagine delle riviste specializzate.
Ma per Syd il successo vuol dire stress, panico da concerto, nevrosi. La massiccia assunzione di LSD si fa sentire: il leader dei Pink Floyd fa fatica a suonare in pubblico, scrive liriche sempre più assurde, cade spesso in un delirio a occhi aperti. Il gruppo, preoccupato, lo sostituisce con un giovanissimo chitarrista di nome David Gilmour.
Il trionfo di Dark Side of the Moon e The Wall (centinaia di milioni di copie vendute!) arriva in un'epoca post-Barrett: Syd si era già ritirato a vita privata vivendo a Cambridge come un recluso. Rimase comunque, fino alla sua definitiva dipartita, una figura di spicco del progressive rock e della musica in generale, un punto di riferimento anche per le nuove generazioni di artisti.
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Per altri approfondimenti, foto, links e curiosità su Syd Barrett, vedi il sito "Atom Heart Mother - Pink Floyd Web Wall".
Dopo l'uscita del loro primo EP per l'etichetta Touch & Go Records nel 2003, il duo divenne un trio grazie all'entrata in scena di Kyp Malone (voce, chitarre, loops); e nel frattempo TV On The Radio è un quintetto... 
... ma non in qualità di frontman della band punk-rock Die Toten Hosen bensì come attore! Campino, alias Andreas Frege, sarà infatti il protagonista di The Palermo Shooting, il film che Wim Wenders ha deciso di girare nel capoluogo siculo.
"Ho scelto questa città perché è legata al ricordo di quando ero giovane: infatti sono venuto qui nel 1968. Voglio che Palermo mi parli della sua storia per poi raccontarla." Questo è quanto il regista tedesco aveva dichiarato mesi fa, quando la sua improvvisa quanto inaspettata visita aveva piacevolmente sorpreso i palermitani.
Ora sul progetto si conoscono maggiori particolari. In una conferenza-stampa, Wenders ha spiegato che è la storia del fotografo Finn (Campino), la cui vita va a pezzi e per questo decide di mollare ogni cosa e di scendere appunto fino in Sicilia, dove inizierà una nuova vita e avrà una storia d'amore elettrizzante con una restauratrice d'arte (Giovanna Mezzogiorno).
Dopo Il cielo sopra Berlino, Lisbon Story e la Cuba di Buena Vista Social Club, ecco dunque Palermo. "E' il capoluogo siciliano, con i suoi misteri e il rapporto misterioso di vita e morte radicato nel suo substrato, che dà alla storia motivo di esistere" dice Wenders.
Le riprese sono già iniziate a Dusseldorf e ad Essen. Da oggi il set è impiantato a Palermo. La fine della lavorazione è prevista per il 2008.
"Giovanna Mezzogiorno è stata un'illuminazione per me!" esclama il famoso regista a proposito della sua scelta della co-protagonista. "Durante il lavoro alla sceneggiatura, avevo appeso sulla parete una riproduzione del dipinto dell'Annunciazione, che avevo visto già a Palazzo Abatellis, e quell'immagine così spirituale circondata dal velo azzurro intenso mi ha subito convinto che l'interprete femminile avrebbe dovuto trasmettere la stessa anima. Giovanna è perfetta: ha la medesima spiritualità."
Tra i protagonisti c'è inoltre Dennis Hopper.
Per Wenders, che ha confidato di avere finito solo sabato mattina alle 5.30 la stesura definitiva del copione dopo ben venti riscritture, "il film non è l'ennesimo racconto di mafia, in quanto odio gli stereotipi, ma è centrato sul rapporto di vita e morte in una città che ha l'onestà di esporre le proprie ferite; un'onestà che purtroppo non riscontro nella mia Berlino".
Siccome tutti i suoi lungometraggi sono caratterizzati da un soundtrack di grande qualità, siamo curiosi di apprendere quali brani sceglierà per The Palermo Shooting. Si spera che non pochi di essi saranno a firma degli eccezionali Die Toten Hosen.
E' la riproposta in doppio pack - e ovviamente digitalizzata - dei due loro album del 1971 e 1972. In totale 14 track. Sono quelli della svolta stilistica che avrebbe portato la "Morbida Macchina" ad avvicinarsi sempre più a una transavanguardia tipo Nucleus (molti dei membri dei Nucleus sarebbero via via entrati a far parte di questa band). Il percorso dei Nucleus e dei Soft Machine è indubbiamente simile: anche i primi approdarono infine a un suono elettronico dalle tinte funky...
Gli Anni Sessanta si stanno congedando. Con Kevin Ayers e Daevid Allen che ormai scorrazzano per conto proprio (l'australiano Allen a quanto pare non può rientrare in Inghilterra per un problema di passaporto e darà vita ai Gong in quel di Parigi) e Robert Wyatt che pensa di abbandonare il gruppo per fondare i Matching Mole (ha già inciso un album in proprio e Fourth sarà l'ultima sua collaborazione con la Machine), è il tastierista Michael Ratledge a prendere in mano le redini. Il resto della band è formata dal suddetto Wyatt - tuttora - ai drums, dal sassofonista Elton Dean e da Hugh Hopper al basso. Questi ultimi due, insieme a Ratledge, costituiranno il nocciolo del gruppo anche in Fifth.
Fourth è il loro primo disco completamente strumentale e si avvale dell'apporto di Marc Charig (tromba), Roy Babbington (contrabasso), Nick Evans (trombone), Jimmy Hastings (flauto, clarinetto) e Alan Skidmore (sax tenore). La virata decisa verso la fusion di rock e jazz - già intravista in Third - si compie qui. Il jazz rock è ovviamente presente nei primi lavori dei Soft Machine (chi non ricorda lo splendido "Out-Bloody-Rageous"?), così come in quelli di tutti gli altri gruppi della scuola di Canterbury, ma lì era contraddistinto da un sound più caldo e impreziosito dalle melodie di Wyatt.
Il maggior punto in comune tra Fourth e i lavori precedenti è la razionalità elettronica di Ratledge. La psichedelia primigenea va ricercata tra le righe, e il disco non soddisfa certo i consumatori del progressive ma molto, invece, chi ama Miles Davis, Chick Corea e la musica totale. Il primo pezzo "Teeth" è una brillante composizione arricchita dagli accenti swing del contrabasso di Babbington, che lascia poi il posto al basso elettrico di Hopper; le cascate pianistiche si alternano con le armonie dei fiati (belle le sfumature del clarinetto di Hastings) e, dopo un furioso "solo" dell'organo di Ratledge, il tutto culmina in un'improvvisazione collettiva. "Fletcher's Blemish" è anch'esso un brano di alta qualità jazzistica in cui l'elegiaco soffio del sax di Elton Dean viene sostituito da un graffiante coro di tutti gli strumenti. "Virtually", suite in quattro parti di Hopper, tradisce la lungaggine e qualche ripetizione di troppo... Insomma, siamo lontani lontanissimi dalle atmosfere di "Moon In June" e "Dedicated To You But You Weren't Listening", anche se non si può non ammirare la virtuosità di tutti.
Un senso di sospensione, di incompiutezza risolutiva, persino nell'ottica di una dimensione cool-jazzistica, si avverte in Fifth. Qui, John Marshall (ex Nucleus ed ex Jack Bruce Band) sostituisce Wyatt alle percussioni, anche se le sessions iniziali videro la partecipazione del batterista di free jazz Phil Howard. Marshall è altrettanto bravo di Wyatt e senza ombra di dubbio molto più "tecnico", ma per molti l'abbandono - quanto indotto? - del folletto e membro fondatore significò l'inizio del declino dei Soft Machine. Anche in Fifth non c'è traccia dei canoni di quel rock psichedelico (per molti versi giocoso e zappiano) della prima ora. Rabbia & Energia sono sì presenti, ma, a conti fatti, Fifth ricalca senza molta fantasia il quarto album (soprattutto in "As If", "All White", "Drop"), di cui può considerarsi un pendant. Nessun timbro esistenziale bensì freddo estetismo, e l'impressione conclusiva è che i musicisti siano alla ricerca di un finale liberatorio che però non arriva.
Pawn Hearts Day: 35 anni del capolavoro dei Van Der Graaf in un imperdibile evento!
A Guastalla (RE) il 6 e 7 ottobre si festeggiano i 35 anni del disco-capolavoro della band inglese Van Der Graaf Generator, che nel 1971 riscosse incredibile successo in Italia. Evento a cura del PH & VDGG Gruppo di studio; seminario condotto da Carlo Massarini, critico musicale, all'epoca conduttore della trasmissione "Per Voi Giovani".
Sabato 6 Ottobre 2007
ore 21,15
Inaugurazione Mostra Documentaria su Pawn Hearts:
copertine, recensioni, memorie…
A Plague of Lighthouse Keepers:
suoni e recitazioni e sorprese.
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Domenica 7 Ottobre 2007
ore 9,15
Seminario di studio
Il Tempo in cui Pawn Hearts guidava le classifiche italiane.
A cura di Carlo Massarini.
Pawn Hearts, le Liriche: non solo testi
Lettura e commento delle liriche di Pawn Hearts a cura di:
Massimo Onesti (Roma) Attore,
Gigi Cavalli Cocchi (Reggio Emilia) Musicista
Fiorello Tagliavini (Guastalla) attore
Marco Olivotto (Trento) Co-autore della raccolta di traduzioni
dell'opera dei VdGG Dark Figures Running
Dentro le musiche di Pawn Hearts
Ricardo Odriozola (Conservatorio di Bergen, Norvegia)
Musicologo, curatore della trascrizione di Pawn Hearts
http://www.pawnhearts.ukf.net
…e con la telepartecipazione di Paul Whitehead, l'artista autore della copertina dell'album.
La partecipazione alle sessioni di studio ed alla mostra è gratuita.
La mostra e il seminario si terranno al Teatro R.Ruggeri, via Verdi 6 (Guastalla)
Infoline: info@phvdggstudygroup.it
http://www.phvdggstudygroup.it
Nel 1972 - 35 anni fa - i Van der Graaf Generator conquistavano i primi posti delle classifiche italiane di vendita con l'album Pawn Hearts. Fu un successo inatteso per l'obiettiva complessità di musiche e testi, visto anche il modesto impegno promozionale.
Facilitato da una presentazione intelligente da parte degli esperti di settore (Massarini e Caffarelli in particolare), il pubblico italiano recepì appieno l'energia del Generatore e superò l'indifferenza che - in analogia ai Genesis compagni di scuderia - il pubblico inglese continuava a mostrare al gruppo anche dopo 3 anni di frenetica attività in studio e in concerto.
I Van der Graaf Generator si caratterizzavano per un insieme di proposte musicali fortemente innovative rese ancora più interessanti dalle straordinarie doti vocali di Peter Hammill, allora poco più che ventenne. Il sogno era ancora più fascinoso grazie alle stupende copertine di Paul Whitehead. Il grande successo di Pawn Hearts aprì la strada ad una lunga serie di concerti in Italia suddivisi in tre tour distinti tra febbraio e luglio che alimentarono il fenomeno Van der Graaf consolidando i rapporti col pubblico italiano. Grande fu lo stupore (e la delusione) che seguì la notizia dello scioglimento del gruppo alla fine dell'estate quando si attendeva con ansia l'uscita del nuovo disco.
Pawn Hearts non è solo un disco-capolavoro che dopo 35 anni mantiene il suo carico di novità e struggente bellezza, ma rappresenta il simbolo di quella sensibilità musicale e artistica particolarissima che fece apprezzare i Van der Graaf prima in Italia che nella madrepatria e costituì, almeno per quella generazione di giovani italiani, un elemento culturale e sociale caratterizzante e di aggregazione, oltre che un potente stimolo alla conoscenza della lingua inglese.


Non tutti gli album (e i CD) riescono col buco, e In the Region of the Summer Stars ne è un esempio clamoroso. Basti pensare che durante l'ascolto ci siamo ripetutamente sorpresi a rimpiangere i buoni, vecchi - e tanto bistrattati - Ekseption...
The Enid è un progetto creato da Robert John Godfrey, ex pianista classico che decise di tentare la fortuna nel rock. Dopo una parentesi relativamente lunga (fin dal 1969) con i Barclay James Harvest e un album firmato col proprio nome (Fall Of Hyperion, ispirato a poesie di Keats), si mise insieme ai chitarristi Stephen Stewart e Francis Lickerish, fondando appunto The Enid. Il gruppo - a volte fu un quintetto, a volte un quartetto - sembrò avere fin dall'inizio un futuro roseo: numerosi i suoi estimatori; primo tra tutti Tony Stratton-Smith, proprietario della leggendaria label Charisma.
L'eccentrico Godfrey ci tenne a sottolineare fin da subito che The Enid non era un gruppo progressive, ma non si fece scrupoli di usare le riviste e le fanzine dedicate a quel genere per fare pubblicità al suo progetto. L'eco fu abbastanza grande; e immeritato, secondo noi. Non abbiamo niente contro la musica strumentale (abbiamo già citato gli Ekseption), ma siamo del parere che The Enid non aggiungano niente né al prog rock, né tantomeno all'universo dei suoni in generale.
Di difficile classificazione il loro output. Avevamo letto che si tratta di "fusione tra rock e classica", ma secondo noi è solo neoclassica. In the Region of the Summer Stars, album-debutto della band cosi tanto acclamato ("una grande riscoperta!"... "cresce dopo ogni ascolto!"...), è stato ristampato con l'aggiunta di ben sei tracks; ed è questa l'edizione in nostro possesso. Il nostro responso: non cresce neppure di un iota! Ci abbiamo messo tutta la buona volontà (incoraggiati da un amico che evidentemente stravede per questa band), ma inutilmente. L'ascolto rimane un'esperienza sciatta anche dopo la seconda e terza volta.
Ma immergiamoci nell'analisi dell'album - che, lo ricordiamo, viene ritenuto tra i migliori in assoluti di The Enid -: "The Fool", "The Tower of Babel" e "The Reaper" ci immergono già in un'atmosfera inconsistente, con sorprendenti sbirciatine al Concerto Grosso dei New Trolls (quelli sì maestri di fusion!) e addirittura a C'era una volta il West di morriconiana memoria. Sentire per credere. "The Loved Ones", quarto solco, è un melodramma per pianoforte e orchestra che fallisce assolutamente di suscitare la benché minima emozione.
E al più tardi da questo momento abbiamo il sospetto di stare ascoltando musiche da film.
Un primo squarcio tra le nubi è "The Demon King", brano vivace, rapsodico, con interessanti discordanze volute. Tuttavia, con il pezzo successivo - il sesto: "Pre-Dawn" -, si ricade in una New Age per sempliciotti. Fa paura, nonché rabbia, la presuntuosa grandesse di "Sunrise". E merita un discorso a parte "The Last Day", track n. 8. "The Last Day" inizia come una parodia del Bolero di Ravel che si trasforma poi in una parodia di Pierino e il lupo di Stravinsky e sfocia in una simil-sinfonia in pompa magna (God Save The Queen!) per poi gentilmente assottigliarsi in una sorta di Aprés-midi d'un faune. E' certamente tra le composizioni più varieggianti dell'album, ma non convince appunto per la sua natura meramente imitativa.
Al breve intermezzo "The Flood" segue "Under the Summer Stars", pastiche dove c'è proprio di tutto: dal flauto dolce alla chitarra acida, ma ancora con lo snervante effetto orchestrale in gran spolvero.
Senza un briciolo di fantasia compositoria la track 12: "Judgement". Che lascia però spazio al brano migliore in assoluto (insieme a "The Demon King", ovvero a quel "In The Region Of The Summer Stars" che dà il titolo all'opus). Il secondo e ultimo raggio di sole che filtra da una cortina assai plumbea.
Facit: regalate questo album a chi si fa beffe dei mitici Ekseption e afferma che non fanno parte della grande famiglia del prog rock! Vedrete che si ricrederà.
The White Stripes
Live at Glastonbury 2005
01 - Dead Leaves and The Dirty Ground [download mp3
02 - Blue Orchid [download mp3
03 - I Think I Smell A Rat [download mp3
04 - Let’s Shake Hands [download mp3
05 - The Nurse [download mp3
06 - Hotel Yorba [download mp3
07 - Jolene [download mp3
08 - Ball & Biscuit [download mp3
09 - My Doorbell [download mp3
10 - Cannon [download mp3
11 - Passive Manipulation [download mp3
12 - Same Boy You’ve Always Known [download mp3
13 - Hardest Button To Button [download mp3
14 - We’re Going To Be Friends [download mp3
15 - Little Ghost [download mp3
16 - Death Letter [download mp3
17 - I Just Don’t Know What To Do With Myself [download mp3
18 - Screwdriver [download mp3
19 - Seven Nation Army [download mp3