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domenica, 22 luglio 2007

Gli Shocking Blue

Sono una sorpresa ancora oggi e vale la pena (ri)ascoltarli, anche se qualcuno li ha soprannominati "i Middle Of The Road in versione più rockeggiante".
Celebri tutt'al più per il loro superhit "Venus" del 1969, con il famoso riff di chitarra preso in prestito da "Pinball Wizard" degli Who, questi olandesi facevano quello che è stato definito "un pop psichedelico" sostenuto dalla stupenda voce della mezza-ungherese mezza-tedesca Mariska Veres, che a molti rammenta Grace Slick. E, in effetti, un'altra band a cui gli Shocking Blue furono associati erano i Jefferson Airplane: un paragone che calza loro a pennello molto più di quello con i M.O.T.R. ...  

Quasi ogni track da loro sfornato è una vera gemma, e non è un caso che i Nirvana decisero di fare la cover di un loro brano: "Love Buzz".

Gli Shocking avevano un suono molto particolare e inconfondibile, che scavalcava le barriere tra gli stili, barriere allora molto accentuate e di cui tenevano gran conto i critici e lo stesso pubblico. "Sally Was A Good Old Girl", per esempio, è un country, la dolce "Water Boy" si avvale degli arabeschi di un sitar, "Little Cooling Planet" è alquanto funky... ma, tutto insieme, è il tipico sound "azzurro scioccante" di questa band.

Non è difficile procacciarsi una loro raccolta. Se potete, ascoltate "I Love Voodoo Music", la sunnominata "Love Buzz" o lo scatenato rock di "Daemon Lover". Robbie van Leeuwen (chitarra e sitar), che scrisse quasi tutte le loro canzoni - compresi i testi -, è senz'altro da annoverarsi tra i migliori "songwriters" del mondo.

Il gruppo andò in tour negli States insieme a Ike & Tina Turner, Sly & The Family Stone e Three Dog Night; fu in Sud America, Indonesia, Giappone, Hong Kong... Ma nel 1974 finì per  sciogliersi, anche perché Robbie van Leeuwen si era stancato di fare da collante tra i singoli componenti e di sopportare la pressione della Elephant Pink, la loro label, che pretendeva almeno tre album all'anno.

La cantante Mariska Veres si dedicò quindi a una carriera solista, presentando brani in olandese, tedesco e inglese, ma ottenne un discreto successo unicamente in Olanda. Nel 1993 cercò di organizzare una reunion, ma gli altri ex componenti degli Shocking mostrarono scarso interesse e lei richiamò in vita il progetto con musicisti completamente nuovi. Per anni, i neoformati Shocking Blue parteciparono a numerosi festival di gruppi "Oldies". Mariska si dedicò a latere al blues, al jazz e alla musica tzigana. Non si sposò mai e, come ai vecchi tempi del "sex, drugs and rock'n'roll", condusse vita morigerata, non fumava e non beveva (la sua bevanda preferita era da sempre il tè...).

Di lei dobbiamo parlare purtroppo al passato, in quanto la leader degli Shocking Blue si è spenta il 4 dicembre 2006 all'Aja; aveva soltanto 59 anni. Paradossalmente, a ucciderla è stata un tumore: proprio lei, che non era mai caduta vittima dei vizi..

Veres fu la prima cantante europea a incarnare, nell'epoca del beat, l'ideale della giovane sexy, in grado di ammaliare con la sua voce sensuale milioni di fans. Emblema della sensualità vocale di quell'epoca fu  "Venus", che decretò il clamoroso successo della band, restando per oltre sei mesi nelle classifiche dei dischi più venduti in Europa e negli Stati Uniti. "Venus" è stata poi rifatta da altri gruppi ed è stata utilizzata spesso anche per spot pubblicitari.

 Discografia essenziale:

The Best of Shocking Blue

Shocking Blue - 20 Greatest Hits

Ink Pot / Attila (i loro primi 2 album su un CD)

Scorpio's Dance (1969)

At Home (1970)

Dream On Dreamer / Good Times (1973/75; 2 album su un CD)

 

                                                     Link di approfondimento:

The Shocking Blue Memorial Website

postato da: frankobrain alle ore 16:54 | link | commenti (3)
categorie: musica, folk, soul, rock, funk, blues, country, pop
venerdì, 20 luglio 2007

The Black Crowes: un'altra band di Atlanta (Georgia)

Nel 1988 i fratelli Robinson (Rich e Chris, rispettivamente chitarra e voce) riuniscono intorno a sé Johnny Colt (bass), Jeff Cease (guitar) e Steve Gorman (drums) e cominciano a fare un hard rock blueseggiante con il nome Mr. Crowe's Garden.
Il famoso produttore George Drakoulias assiste a una loro gig a New York e li prende sotto contratto: per soli 5000 dollari. La band cambia nome in Black Crowes e nel 1990 pubblica il primo album Shake Your Moneymaker. Il quintetto parte in tour fungendo da apripista per ZZ Top, Aerosmith, Heart. Risultato: grossa risonanza e cinque volte platino per il disco d'esordio, che contiene una cover di "Hard to Handle", di Otis Reading.
Marc Ford sostituisce l'altro chitarrista Jeff Cease e anche la seconda fatica dei Crowes, The Southern Harmony And Musical Companion, ha molta fortuna (Numero Uno delle US-Charts e due volte platino). Alla band si è unito Eddie Hawrysch (o Hersch), funambolo dell'organo Hammond, che rimarrà un punto fermo della formazione.
Insieme ai Pearl Jam, i Crowes partecipano alla protesta contro i prezzi esuberanti dei biglietti dei concerti.
Album tre e quattro (Amorica, 1995 e Three Snakes & One Charm, 1996) non riescono a replicare il buon successo dei precedenti e i Black Crowes "rimescolano le carte": Marc Ford se ne va e arriva Sven Pipien a sostituire Johnny Colt al basso. A questo punto, il gruppo non ha alcun contratto discografico e corrono voci che si sia sciolto. L'album The Band non viene pubblicato e circola solo "a nero" tra le fila dello zoccolo duro dei loro seguaci.
Nel 1999 i Crowes ripartono con le batterie ricariche e By Your Side  ottiene molti elogi dalla critica; tuttavia la loro casa discografica (Sony) non ne è entusiasta e i fratelli Robinson & Co. passano all'etichetta V2, per la quale registrano nel 2001 Lions.
Nel frattempo, con Audley Freed - ex Cry Of Love - al posto di Marc Ford, svolgono la famosa tournée insieme a Jimmy Page, da cui nascerà
Live at the Greek (vedi breve recensione più sotto).
Deludenti le vendite di Lions e la collaborazione con la V2 termina immediatamente. Anche il batterista Steve Gorman si congeda. I fratelli Robinson, che litigano sempre con mezzo mondo a imitazione dei Gallagher (Oasis), chiedono ai fan di avere pazienza e si prendono "un momento di riflessione". All'inizio del 2005, la band finalmente si riunisce per un tour americano. (Il DVD del concerto al Fillmore East di San Francisco uscirà nell'aprile del 2006 con il titolo Freak'n'Roll... Into The Fog.) Sempre nel 2005, in estate, calcano le scene insieme a Tom Petty and the Heartbreakers.
Nell'agosto 2006 Eddie Hawrysch (o Harsch, o Hersch) lascia la band per ragioni personali. Marc Ford, che nel frattempo era tornato, cede il posto al britannico Paul Stacey.
Nel settembre 2006 viene pubblicato The Lost Crowes (che raccoglie il materiale mai realizzato su disco). Nello scorso luglio (2007) è uscito il "live" dei due Robinson Brothers of a Feather, e per la band è in programma un nuovo studio album (il primo dopo sei anni).
E la storia continua...

*****
The Black Crowes - Greatest Hits 1990-1999 
   

La parata di un decennio che ha visto tanti alti e bassi nelle vicende interne del gruppo, ma che ha prodotto un rock (hard) a livelli più che accettabili. 16 tracks: 
01 - "Jealous Again": chitarre assai energiche e sporadica pioggia di gocce di piano.
02 - "Twice As Hard": tempesta elettrica.
03 - "Hard To Handle": a pieni ottani; si tratta di una cover (Otis Reading).
04 - "She Talks To Angels": inizio acustico, poi accompagnamento d'organo. Non è una ballata vera e propria perché, come quasi tutti i pezzi dei Black Crowes, anche questo si sottrae a una facile orecchiabilità.
05 - "Remedy": si ritorna ai decibel superveloci. Buono l'intervento del coro femminile, quasi monocorde.
06 - "Sting Me": il treno del rock. Il coro rimane, ma in funzione più classica.
07 - "Thom In My Pride": un inizio acustico, poi l'organo, quindi tutta l'elettricità a disposizione della band - ma in un tempo più moderato del consueto.
08 - "Bad Luck Blue Eyes Goodbye": il tempo rimane alquanto lento. Una certa orecchiabilità qui c'è; ricorda molto da vicino Tom Petty.
09 - "A Conspiracy": esplosione di corde tirate al massimo.
10 - "Wiser Time": la slide, la slide! Stupenda.
11 - "Good Friday": è una cover, e uno se ne accorge subito. Ottimamente eseguita.
12 - "Blackberry": è una cover anche questa? Non importa saperlo; è gradevolissima comunque.
13 - "Kickin' My Heart Around": si ritorna allo scatenamento felice.
14 - "Go Faster": come suggerisce il titolo...
15 - "Only A Fool": OK.
16 - "By Your Side": il bel pezzo che diede il titolo all'album del 1999.

*****
Jimmy Page & The Black Crowes - Live at the Greek 
  

Molto interessante questa combinazione di un grande chitarrista del passato (Page) con una delle più grandi band rock del nostro tempo. La temporanea simbiosi è servita a Page per rilanciarsi (dopo alcuni progetti non convincenti) e ai Crowes per aggiungere una gemma con pedigree alla loro non estesissima discografia.
Si decolla subito con la felice "Celebration Day" e, uno dopo l'altro, tutti i pezzi dei Led Zeppelin vengono eseguiti "come gli stessi Led non hanno mai fatto".
Manca "Stairway To Heaven"... Chissà come i Black Crowes avrebbero potuto rendere l'inno più celebre della vecchia formazione di Jimmy Page e Robert Plant!
 


I titoli:

(Disco 1) Celebration Day, Custard Pie, Sick Again, What Is And What Should Never Be, Woke Up This Morning, Shapes Of Things, Sloppy Drunk, Ten Years Gone, In My Time Of Dying, Your Time Is Gonna Come   
(Disco 2) The Lemon Song, Nobody's Fault But Mine, Heartbreaker, Hey Hey What Can I Do,  Mellow Down Easy, Oh Well, Shake Your Money Maker, You Shook Me, Out On The Tiles, Whole Lotta Love 

postato da: frankobrain alle ore 18:04 | link | commenti
categorie: rock, pop
giovedì, 19 luglio 2007

Françoise Hardy

L'11 aprile 1968 Sylvie Vartan fu vittima di un grave incidente automobilistico che in parte la sfigurò e che costò la vita a un amico che viaggiava con lei. Per chi era invaghito della cantante francese di origine bulgara fu un grave colpo. La Vartan era non solo bella ma anche brava: titoli come "Ballade pour un sourire", "L'oiseau" e "Irrésistiblement" l'avevano resa celebre almeno quanto le inglesi Petula Clark ("Downtown") e Sandy Shaw (quella che si esibiva scalza, per intenderci, interprete di "Puppet on a String") e alle francesi France Gall ("Poupée de cire, poupée de son", a firma di Serge Gainsbourg) e Françoise Hardy.
Pian piano la Vartan si sarebbe ripresa e avrebbe proseguito a calcare le scene con uguale successo, ma nel firmamento della canzone francese brillava già un'altra stella, persino più fulgida: quella, appunto, della Hardy.
 

 Françoise Madeleine Hardy nasce a Parigi il 17 gennaio 1944. Cresce in un appartamento del IX. arrondissement insieme alla sorella e alla madre. Timida e un po' introversa, Françoise soffre della mancanza della figura paterna e la musica diviene il suo palliativo: ispirandosi a Paul Anka, Charles Trenet e Cora Vaucaire, scrive le sue prime canzoni, e a 17 anni firmerà un contratto per l'etichetta Vogue.
Il suo primo 45 giri intitolato "Oh oh Chérie" (1962) include sulla facciata B "Tous les garçons et les filles", composto da lei stessa. Daniel Filipacchi, presentatore di Salut les Copains, una trasmissione dell'emittente radiofonica Europe 1, lancia il single, e il successo è immediato. "Tous les garçons et les filles" venderà oltre due milioni di copie.
E' il periodo della generazione yéyé: Johnny Hallyday, Sylvie Vartan, Sheila, Richard Anthony polarizzano l'attenzione dei media. Françoise si aggiunge a loro e, tra un tour e un'intervista, incontra Jean-Marie Périer, che di lei sarà dapprima il mentore e poi il marito.
La ragazza diventa popolarissima. Il regista Roger Vadim le propone un ruolo nel film Château en Suède, tratto da un lavoro teatrale di Françoise Sagan, e la Hardy, a fianco di stars del rango di Monica Vitti, Jean-Claude Brialy e Curd Jürgens, dimostra di possedere anche il talento dell'attrice.
Ma la musica rimane la sua passione più grande. Nel 1963, ancora ventunenne, si esibisce per la prima volta all'Olympia. Nello stesso anno partecipa al concorso dell'Eurovisione (per conto del Principato di Monaco) con "L'amour s'en va". Canta anche in inglese, italiano, spagnolo e tedesco. In Italia raggiunge un certo successo con "È all'amore che penso", "L'età dell'amore" e con le cover delle sue canzoni francesi "Quelli della mia età" e "L'amore va". Nel 1966 parteciperà addirittura al Festival di Sanremo presentando in coppia con Edoardo Vianello "Parlami di te" (14simo posto).
È ormai una star della musica pop, al pari dei Beatles e dei Rolling Stones, che incontra personalmente. Bob Dylan insiste per vederla: pare che fosse invaghito di lei.



La Hardy ritorna al cinema in Grand Prix (per la regia dell'americano John Frankenheimer), dove recita insieme a Yves Montant, e a questo punto gli Stati Uniti si accorgono della francesina anche in veste di cantante: esce il suo primo album di "nostalgic songs" cantate in inglese. (Raccomandata: la sua versione di "Suzanne", di Leonard Cohen.)
Nel 1967 si separa da Jean-Marie Périer e incomincia a lavorare con Jacques Doutronc, che diverrà il suo nuovo compagno. Esce l'album Ma jeunesse fout le camp e va in tournée in Inghilterra e nel Sud Africa.



Nel 1968 decide di dire addio alla vita da globe-trotter e dà un "last recital" al Savoy di Londra. Françoise è ancora la ragazza timida e insicura che forgiava canzoni nella sua cameretta al IX. arrondissement: spesso le è impossibile affrontare il pubblico, le luci, i rumori. Si limita a studiare astrologia (un interesse che coltiva fin dall'età di 18 anni) e a scrivere testi, e nel 1973 mette al mondo il figlio Thomas.
Nello stesso anno firma un contratto con la Warner Bros e registra un LP sotto la direzione musicale di Michel Berger: Message personnel.

Nel 1974 è la volta di Entracte, con Catherine Lara.
Compone due splendide canzoni: "Si c'était à refaire", che verrà inserita nel soundtrack di un film di Claude Lelouch, e, sotto la direzione di Jean-Michel Jarre, "Que vas-tu faire".
Dopo collaborazioni con Michel Jonasz, William Sheller, Serge Gainsbourg, Gabriel Yared, Michel Jonasz, Alain Goldstein, Louis Chédid, Michel Fugain (tutti successi considerevoli), nel 1988 Françoise Hardy annuncia di voler porre fine alla sua carriera. Ormai l'astrologia è la sua principale attività (in Francia viene ritenuta una grande esperta in questo settore) e inoltre già negli Anni Sessanta aveva annunciato che non avrebbe più cantato dopo il suo cinquantesimo compleanno (ma ancora di anni ne ha 44).
Tuttavia, non rinuncia totalmente alla carriera. Nel 1993, in duetto con il giovane Alain Lubrano, canta "Si ça fait mal", che parla di amore e di AIDS. Il titolo è presente nella compilation Urgence, voluta da Etienne Daho e i cui fondi sono destinati alla ricerca sulla cura della terribile malattia.



Due anni dopo esce il single "To the end" cantato insieme al gruppo inglese Blur. Françoise Hardy è sempre al passo con i tempi. Tra i suoi gruppi preferiti di questo periodo sono Garbage e Portishead...
Firma un contratto con la Virgin.

1996: uscita dell'album Le danger.
2000: E' la volta dell'album Clair obscur che contiene due memorabili duetti: "Puisque vous partez en voyage" con Jacques Dutronc (i due si sono "ritrovati"; e non solo musicalmente) e "I'll be seing you" con Iggy Pop.
2002: la coppia Doutronc-Hardy lascia il XIV. arrondissement, dove abitava fin dagli Anni Sessanta, e si sposta verso l'Etoile. Nel 2003 viene realizzato un cofanetto intitolato Messages personnels, 3 CD che raggruppano 74 canzoni rimasterizzate. 
2004: nuovo album Tant de belles choses.




Approfondimento:
... et toutes les filles - La chanson française féminine

     
                               ***
postato da: frankobrain alle ore 01:11 | link | commenti
categorie: musica, folk, pop
mercoledì, 18 luglio 2007

Stone Temple Pilots

Scott Weiland (voce)
The DeLeo brothers (chitarra, basso)
Eric Kretz (batteria)

Quando nel 1992 uscì l'album debut Core, il gruppo (più tardi accusato di voler essere la versione più moderata dei Soundgarden) era già mezzo leggendario per aver trascorso circa cinque anni a farsi le ossa suonando in piccoli club californiani con il nome Mighty Joe Young. L'uscita del loro primo album fu anticipata da quella di un single di grande successo: "Plush", che ricorda sospettosamente da vicino "Ever" dei Pearl Jam. Di sicuro i Pearl influenzarono non poco il quartetto di San Diego, ma Eddi Vedder & Co. non sono i loro soli idoli: nella voce graffiante di Scott Weiland aleggia a volte il fantasma di Jim Morrison; e Dean e Rob DeLeo (rispettivamente: chitarra e basso) hanno di sicuro imparato la loro lezione dai Led Zeppelin, nonché dall'heavy metal degli anni '80 (in questo sì che gli Stone Temple Pilots condividono qualcosa - e non poco - con i Soundgarden!).
 
Con i loro testi semplici e i ritmi tribali ma con l'addendum di particolari raffinatezze virtuosistiche (pochi suonano il basso meglio di Rob DeLeo!), "I Piloti del Tempio di Pietra" riuscirono a imporsi cavalcando l'onda del grunge. Ma, anche se le lyrics - soprattutto quelle dei primi album - sono focalizzate sul disagio giovanile, è difficile poterli paragonare ai Nirvana. Secondo noi, la loro musica non può veramente definirsi né metal né grunge. Il grunge? Proprio loro, che sono californiani? No. Alla depressione post- o non-coitale e allo smarrimento cosmico tipici dei colleghi di Seattle, gli Stone Temple Pilots contrappongono un secco, sano umorismo rabbioso. Ma anche strumentalmente le loro antenne scandagliano spazi più ampi. Come tutti i grandi musicisti odierni, i quattro di San Diego si rivelano essere dei provetti musicologi. Niente di strano, dunque, che tra i solchi dei loro dischi si possano sentire vibrare addirittura gli Allman Brothers, The Blasters e/o Mercury Rev
Un punto di forza assolutamente non trascurabile dei Pilots è la ricca inventiva melodica, probabilmente un dono degli avi italiani ai fratelli DeLeo; un'inventiva che ritroviamo nel gruppo multiculturale per eccellenza dei nostri giorni, ovvero negli alpinisti sonori di System Of A Down.

La discografia degli Stone Temple Pilots è molto breve e tale purtroppo è destinata a rimanere, in quanto la band ha deciso di sciogliersi nel 2003. Diverse le motivazioni del loro abbandono: alcune teorie parlano di una sempre maggiore incompatibilità tra Scott (notoriamente eroinomane, poi forse solo ex) e gli altri tre ragazzi; altre voci sostengono invece la necessità dei singoli componenti di esplorare nuove strade. A distanza di tre anni, i fratelli DeLeo e il batterista Kretz sono fermi a qualche produzione minore, mentre Scott Weiland, tra arresti per droga, incidenti in auto rocamboleschi e altre follie, può vantarsi di essere il cantante dei Velvet Revolver, megagruppo rock-metal fondato con Slash e con altri ex membri dei Guns n' Roses.



Stone Temple Pilots - discografia


Core (1992)
Purple (1994)
Tiny Music... Songs From The Vatican Gift Shop (1996)
No. 4 (1999)
Shangri-La Dee Da (2001)



Inoltre: nel 2001, appena dopo l'attacco alle Torri Gemelle, uscì il loro single "Revolution" (rifacimento della canzone dei Beatles), i cui incassi furono interamente devoluti al Twin Towers Fund.
Il gruppo si congedò dai numerosi fans con Thank You, antologia dei loro più grandi successi (ma non dei loro migliori brani; peccato!), distribuita a partire dalla fine del 2003.


 

Curiosità: la copertina di No. 4 ricalca quella di Hawks & Doves, di Neil Young, album uscito nel lontano 1980. Un ammiccamento ironico o un omaggio al vecchio bardo? Noi propendiamo per la prima ipotesi. Hawks & Doves, infatti, era un disco non solo acustico - e dunque agli antipodi delle sonorità dei Pilots -, ma anche dai toni fortemente patriottici... (anche se si trattava del patriottismo di un canadese instauratosi negli USA).

La citazione: "Durante le registrazioni di Purple, Scott [Weiland] stava malissimo e forse non avremmo dovuto mai dargli la possibilità di entrare in studio." (Dean De Leo)


Tracks consigliati: chi ama le ballate dei Metallica, ascolti quelle degli Stone Temple Pilots; in particolare "Atlanta" - ultima song di No. 4 - o il wonderful "Wonderful", da Shangri-La Dee Da.
postato da: frankobrain alle ore 04:32 | link | commenti
categorie: musica, rock, pop
martedì, 17 luglio 2007

Visti e stravisti: 'Yuppi Du'

Al bar della metropolitana di Milano, Celentano e un uomo grande e grosso di colore.
Il barista: "Che cosa desidera?"
L'uomo di colore: "Un bianchino".
"E lei, signore?"
Celentano: "Un negroni".
                                      (Yuppi du)

"Silvia non è morta: è ritornata dal canal!"
                                     (Adriano Celentano in Yuppi du)

Yuppi du è un musical fiabesco del 1975, in cui l'ex "molleggiato" degli anni '60 si trasformò in un visionario evangelizzatore mediatico, ancora oggi in attività in TV.  La pellicola, nella quale recitavano anche la moglie Claudia Mori e l'attrice Charlotte Rampling, spiazzò sia i critici che il pubblico (da lui abituato a prove più leggere), ma un successo immediato fu garantito dalla canzone omonima e dalla fotografia di Celentano di spalle: con essa vennero realizzate delle magliette, forma di promozione nuova per l'Italia.



Yuppi du yuppi du yuppi du
Yuppi du-i-du yuppi du
There's a fragrance of love in the air
It's penetrating for deep in my heart
And the star was reborn in the sky
And it died the day she went away
Yuppi du yuppi du yuppi du
Yuppi du-i-du yuppi du
Yuppi du yuppi du yuppi du
Yuppi du-i-du yuppi du
I feel the sound of a thousand colours
Which paint this scene this act of love
I hear the music that comes from the water
That rises from bowels of the earth
 Yuppi du yuppi du yuppi du
Yuppi du-i-du yuppi du
Yuppi du yuppi du yuppi du
Yuppi du-i-du yuppi du.

Now before me a cemetery do I see
Where all the arms of war are buried deep
And from the heaven descends a grand feast
Where all the nations of the world are united
Yuppi du yuppi du yuppi du
Yuppi du-i-du yuppi du
Yuppi du yuppi du yuppi du
Yuppi du-i-du yuppi du...




postato da: frankobrain alle ore 03:38 | link | commenti
categorie: musica, pop
mercoledì, 11 luglio 2007

Gianna Nannini live a Mühldorf

Mühldorf am Inn è una cittadina nella profonda Baviera (curiosità: Papa Ratzinger è nato qui vicino) ed è perciò una sorpresa gradita apprendere l'arrivo di Gianna Nannini & Band in questa piccola provincia. Il concerto fa parte del "Grazie Tour 2007" con cui l'artista senese sta girando l'Europa. Nel cortile interno del centro culturale Haberkasten (che ha già ospitato artisti internazionali del calibro di The Blues Band e del David Spencer Group) è destinato ad assieparsi, in questa serata frescolina del 10 luglio 2007, un migliaio o poco più di persone. I posti sono tutti in piedi, il costo del biglietto 39,50 euro. La gente che aspetta davanti al portale è di tutte le età: dai fans under 30 a quelli stagionati (quest'ultimi nella stragrande maggioranza). Altissima la percentuale di donne. Alle 19 l'Haberkasten apre i battenti; poco dopo le 20 ecco finalmente apparire sul palco la band, un misto di sezione rock e di una di archi (il Solis String Quartett da Napoli). Poi arriva lei. E subito è delirio! Gianna, 51enne, sembra ancora una ragazza. Nessuno dei presenti può restare indifferente alla sua trascinante esibizione. A trent'anni dal suo debutto nel mondo della musica, non ha perduto nemmeno un iota della gioiosa rabbia anarco-femminista che la caratterizza; anzi! Si direbbe ancora più incazzata, ancora più convinta nel suo impegno contro le ingiustizie e le ipocrisie del mondo. Fin dall'inizio del concerto le emozioni sono fortissime. La forza, la passione e i sentimenti brucianti della Nannini e della sua musica sono in grado di valicare qualsiasi barriera, anche quella linguistica. Tra il migliaio di fans a Mühldorf ce n'è parecchi, comunque, che cantano i ritornelli in italiano, quando "La Gianna" li invita a farlo: segno che hanno imparato le canzoni a memoria. 

 Mühldorf (DE), 10.07.07

Sorprendentemente hard, con inserti di hip hop e di classica moderna, gli arrangiamenti. La platea si lascia sedurre, abbracciare, baciare dall'(anti)diva rock italiana, che appena pochi giorni fa si è gloriosamente esibita allo stadio Wembley di Londra davanti a 60.000 spettatori. Gianna Nannini possiede tra l'altro una forza espressiva che ricorda da vicino una grande, splendida attrice del nostro cinema: Anna Magnani. Il disagio di dover stare in piedi, avvertito soprattutto dalle persone piccole di statura, è presto superato grazie al calore e al trasporto con cui l'artista porta avanti la sua performance. Il pavimento trema. "Primadonna", "Latin Lover", "Ragazzo dell'Europa", "Fotoromanza", "Profumo", "Meravigliosa creatura", "I Maschi", "Sei nell'anima" sono solo alcuni dei numeri più celebri, intervallati da altri più recenti i cui testi e la cui struttura musicale si presentano coraggiosamente avanguardistici.

 Mühldorf (DE), 10.07.07

A un certo punto, dopo aver strimpellato un violino elettrico, la Nannini lo schianta contro le assi del palco, nella migliore tradizione di un Jimi Hendrix o di un Pete Townshend. Questa e altre parentesi tutte gustosissime (p. es. un discorsetto in tedesco in cui lei spiega che quand'era bambina la sua mamma le disse di non vendersi mai, di non accettare mai compromessi) sono alternati da melodie che entrano direttamente nel cuore. "Io" e il titolo in inglese "Hold The Moon" sono tra le sorprese più gradite.
Il "Zugabe" (bis), reclamato in coro unito, è composto da un altro successo internazionale, "Bello e impossibile", e da una versione personalissima di "'O surdato 'nnammurato" ("Oje vita, oje vita mia, / oje core 'e chistu core...") che a molti tedeschi è dovuta sembrare una nuova canzone della star.
Un tripudio. E alle 21 e 25 si va tutti a casa con gli occhi lucidi e uno strano sorriso sulla faccia.
     

    

postato da: frankobrain alle ore 15:33 | link | commenti (1)
categorie: musica, rock, pop
sabato, 07 luglio 2007

We All Live in A Yellow Submarine

Dopo quasi cinquant'anni, questa canzoncina dei Beatles rivela tutta la sua veridicità...

Happy, nice and... true!

postato da: frankobrain alle ore 23:47 | link | commenti
categorie: musica, pop
venerdì, 06 luglio 2007

L'incredibile 1/4 d'ora di celebrità di Scott Halpin

20 novembre 1973. The Who sono all'apice del loro successo e, con l'album Quadrophenia che scala tutte le classifiche, si accingono a conquistare l'America. Il concerto d'apertura del loro tour è al Cow Palace di San Francisco. Keith Moon, il batterista, riesce a malapena a tenere in mano gli sticks, durante l'esecuzione di "Drowned" sbanda vistosamente e finisce per crollare sulla batteria nel corso del pezzo successivo, "Won't Get Fooled Again".
Moon è completamente fatto: PCP o "angel dust", il nome dell'ominosa droga. E' una sostanza che solitamente si usa come tranquillante per i cavalli o per i gorilla rinchiusi nelle gabbie degli zoo.
Il drummer viene sbarellato fuori dal palco. Pete Townshend si rivolge al pubblico così: "Cercheremo di ricondurlo in vita colpendolo sulla pancia; riporterà solo qualche ematoma al costato..."
Venti minuti e una serie di docce fredde dopo, un Keith Moon dalla faccia assente fa il suo ritorno. Il gruppo riattacca con "Magic Bus", ma Moon collassa ancora una volta. 
Townshend, Roger Daltrey e John Entwhistle si guardano in faccia. Suonano "See Me, Feel Me" senza le percussioni. Townshend è disperato e non lo nasconde. "Beh, c'è qualcuno nel pubblico che sa suonare la batteria?" chiede.
Viene sospinto in avanti (da un suo amico) il 19enne Scott Halpin. Scott proviene dall'Iowa. In realtà suona principalmente il basso, e solo occasionalmente la batteria, ma nel camerino fa velocemente qualche prova e Pete e Roger, sospirando, dicono: "Okay".
Roger Daltrey annuncia agli spettatori il nome del ragazzo, quindi il concerto riparte con il blues "'Smokestack Lightning". Il giovanissimo Scott conosce a malapena il pezzo, ignorava persino che facesse parte del repertorio degli Who. Sta tutto concentrato a cogliere i segnali lanciatigli da Pete Townshend. Accompagna la band anche in "Spoonful" e nel più complicato "Naked Eye". Secondo alcune fonti, suonò anche in quello che normalmente è il gran finale, ovvero "My Generation".
Dopo il concerto, Townshend, Daltrey ed Entwhistle gli dicono grazie, gli promettono 1000 dollari e gli regalano una giacca con su la griffe del tour americano degli Who. E lui va via.
Di quei momenti nel backstage, Scott Halpin ricorda la tensione tra Townshend e Daltrey (quest'ultimo beveva Jack Daniels direttamente dalla bottiglia). Circa Keith Moon li sentì dire: "Ma per sballarsi non poteva aspettare la fine dello show?"


Moon al Cow Palace, dietro al suo set di percussioni, che a Scott Halpin apparì immenso

Sul suo "quarto d'ora di celebrità" sono stati scritti libri, realizzati film e non pochi servizi televisivi, ma lo stesso Scott Halpin è restio a parlarne. "Tutto accadde in maniera molto veloce... ed è come avvolto nella nebbia."
La giacca gli venne rubata quasi immediatamente... Il giorno dopo lo show Scott ricevette una lusinghiera recensione dal San Francisco Chronicle e la sua esibizione è immortalata sul DVD THE WHO, Cow Palace Nov. 1973 - Quadrophenia 1st night. Per lui, questo fu anche tutto. Oggi fa il pittore, è sposato, ha un figlio, e fa la spola tra San Francisco e  Bloomington, Indiana. Come molti altri "puristi" degli Who, si disinamorò della band quando Keith Moon morì, nel settembre '78, a soli 32 anni. Curiosamente, la droga che uccise il drummer era un medicinale che avrebbe dovuto curarlo dall'alcolismo...

Alla rivista Rolling Stone, Scott dichiarò, non molto dopo la sua esibizione: "Erano incredibilmente pieni di energia. Io ho suonato solo in tre loro pezzi e poi mi sono sentito distrutto..."

Oggi non vuole assolutamente più parlare di quel memorabile episodio, rifiutandosi di rilasciare qualsiasi intervista.

 
Scott Halpin al Cow Palace: 15 minuti di celebrità
postato da: frankobrain alle ore 02:42 | link | commenti (1)
categorie: musica, rock