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giovedì, 31 maggio 2007

James Brown

 I fans di Ray Charles e Sam Cooke possono pure contestargli di essere lui il vero re del soul, ma fatto sta che con Brown nel 2006 scomparve una figura leggendaria, che seppe trasformare il gospel in rhythm'n'blues e creare un genere del tutto originale, il funk, fatto di ritmi incalzanti. Con la sua fisicità dirompente, l'improbabile acconciatura, gli occhi truccati e gli stavaganti costumi da palcoscenico, James Brown influenzò rock stars del calibro di Mick Jagger, Iggy Pop, Michael Jackson e Prince. Indiscusso anche il suo influsso sul rap. "E' stato James ha tracciare la strada" riconosce il rapper Chuck D dei Public Enemy.

Nato da una famiglia poverissima della Carolina del Sud nel 1933, a sei anni viveva in un bordello ad Augusta, Georgia, e per pagarsi l'affitto lavorava come lustrascarpe e nelle piantagioni di cotone. A otto anni provava a rubare la sua prima macchina e finiva in un riformatorio. E' qui che avviene la sua svolta: conosce Bobby Byrd, leader di un gruppo di gospel. Nel 1952 fonda la sua prima band: The Flames.
E' del 1956 "Please, Please, Please", primo hit mondiale scritto da lui stesso, e nel 1961 esegue all'Apollo Theatre di Harlem, tempio della musica nera, canzoni come "I Got You (I Feel Good)" e "Get Up (I Feel Like Being A Sex Machine)". L'album che fu ricavato da quello storico concerto è un culto intramontabile.



Il giorno dell'assassinio di Martin Luther King tiene una performance teletrasmessa in cui invita alla calma la popolazione di colore. Il presidente Lyndon Johnson lo ringrazierà per questo.
Capace di suonare 350 serate all'anno, James Brown si trasforma, con la ricchezza, in un esempio di "capitalismo nero", ancor prima che il termine fosse inventato; apre ristoranti e negozi ed esorta i neri a vivere il Sogno Americano.
Negli Anni Ottanta diviene anche un volto cinematografico, interpretando il ruolo del predicatore nel film Blues Brothers di John Landis e cantando una delle sue canzoni più note - "Living in America" - in Rocky IV
Avrà ancora diversi guai con la giustizia per detenzione di armi, possesso di droghe e aggressione a pubblico ufficiale, ma niente e nessuno può più scalzarlo dal piedistallo. "Say It Out Loud - I'm Black and I'm Proud", brano del 1968, è un punto fermo dell'orgoglio afroamericano. Accanto alla musica, infatti, James Brown ha svolto un ruolo importante nelle battaglie contro la discriminazione razziale. "Quella canzone" ha ricordato l'artista in un'intervista del 2003 "ha mostrato al pubblico dell'epoca che anche la musica poteva cambiare la società."
Nel 1992 riceve il premio Grammy alla carriera, dopo che già nel 1965 gliene era stato assegnato uno per "Papa Got A Brand New Bag" e un altro nel 1987 per "Living in America". Nel 1986 è stato inserito nella Rock and Roll Hall of Fame insieme con Presley, Chuck Berry e altri padri fondatori del genere.




Il leggendario "padrino del soul" morì poco dopo lo scoccare della mezzanotte del 25 dicembre 2006 nell'Emory Crawford Long Hospital di Atlanta, dove era stato ricoverato per un'acuta forma di polmonite. Per la settimana successiva erano fissati altri suoi concerti...

postato da: frankobrain alle ore 07:16 | link | commenti
categorie: musica, soul, rap , funk, blues
lunedì, 28 maggio 2007

Genesis, concerto al Circo Massimo

In forse presenza a Roma di Gabriel

"Non vediamo l'ora di incontrarvi al Telecomcerto", così ha detto Phil Collins in un messaggio videoregistrato nel corso della conferenza stampa del mega concerto gratuito dei Genesis il 14 luglio al Circo Massimo di Roma. Ci potrebbe essere una sorpresa. A ventilarla è stato l'assessore alla cultura Di Francia: "In quei giorni a Roma ci sarà anche Peter Gabriel, lo incontreremo per capire se ci sarà la possibilità di una reunion. Vedremo".

 Simpatico il videomessaggio inviato dai Genesis al pubblico italiano: "E' meraviglioso essere parte di un grande evento come questo: un concerto gratuito e all'aperto al Circo Massimo. Siamo elettrizzati all'idea di suonare a Roma e ritrovare i nostri fan italiani. E' dal 1989 che i Genesis non suonano in Italia e non potevamo immaginare una migliore occasione di Telecomcerto di Roma per tornare a suonare in Italia. Non mancate. Grazie mille. Ciao belli".

postato da: frankobrain alle ore 20:15 | link | commenti (1)
categorie: musica, rock, pop , progressive
sabato, 26 maggio 2007

Genesis... rivisitati (l'ultimo capitolo)

 

 Nel 1996 Steve Hackett decide di dedicare un album al gruppo che lo aveva lanciato e che lui aveva abbandonato vent'anni prima. Genesis Revisited presenta undici titoli della band, tra i quali "Watcher Of The Skies", "I Know What I Like", "Firth Of Fifth" e "Your Own Special Way". I suoi collaboratori sono il bassista e cantante John Wetton (King Crimson, Asia), il bassista Tony Levin, il batterista degli Yes Bill Bruford, l'ex batterista dei Genesis Chester Thompson, il co-fondatore dei King Crimson e dei Foreigner Ian McDonald, il cantante degli Squeeze e di Mike And The Mechanics Paul Carrack e il cantante degli Zombies Colin Blunstone. Ne esce fuori un prodotto che suscita reazioni controverse. E' proprio una "rivisitazione": mentre brani come "Fountain Of Salmacis" e "For Absent Friends" acquistano nuovo splendore, altri soffrono per il sovraccaricamento di effetti sonori (riverberi, voci distorte e altro). L'ascolto in generale è comunque buono, soprattutto se si dimenticano i Genesis "progress" e si considera l'album un divertissement esclusivo di Steve Hackett. Interessante il ripescaggio di "Valley Of The Kings" (composizione strumentale di Hackett, non-genesiana) e di "Deja Vu", un'incompiuta di Peter Gabriel dei tempi di Selling England By The Pound,  portata a termine dal chitarrista e qui cantata da Paul Carrack.

Ritornando alla storia dei Nostri...




Dopo la misticheggiante critica sociale di The Lamb..., in A Trick Of The Tail (1976) si assiste al tentativo di ritorno ad oscure leggende, con tanto di spiriti e diavoletti; e all'exploit di Collins in veste di cantante tout court. La canzone più interessante, almeno per i biografi del gruppo, è quello che dà il titolo all'album. "A Trick Of The Tail" è stata scritta da Tony Banks ed è palesemente dedicata all'accolito dileguatosi.

"Stanco della vita nella città d'oro
se n'è partito senza dire nulla a nessuno.
È tornato all'ombra delle torri della sua gioventù,
tutto solo con il sogno di tutta una vita.

     (...)

Tutti gli altri gli apparivano strani.
'Non hanno né le corna né una coda
e ignorano la nostra esistenza.
Sbaglio a credere in una città tutta d'oro?'
si chiede piangendo."

Nonostante l'assenza di Peter Gabriel, A Trick Of The Tail è un album accettabile, che segna il ritorno al prog più genuino, quello "onirico", di fattura pioneristica. Contiene alcune deliziose ballate.

Wind & Wuthering (1977)
Da Wind & Wuthering in poi i testi diventano più straight, più convenzionali. O cercano di esserlo. Beh, certo, senza il poeta Gabriel a dare l'input visionario...! E' cambiato qualcosa anche nella distribuzione dei credits. Già in Trick Of The Tail i singoli brani non erano più firmati dall'intero sodalizio, ma da chi li aveva scritti. Lo stesso si ripete qui, e di nuovo si mette in luce Tony Banks per la sua abilità compositoria.
La seconda e terza track ("One For The Vine" e "Your Own Special Way") sono molto orecchiabili. Specialmente quest'ultima ha armonie poppeggianti; si tratta di un tipico brano à la Collins per intenderci, anche se il booklet indica Mike Rutherford come autore.


 Seconds Out del '77 è il loro primo live doppio e registra la presenza dei batteristi "da tour" Bill Bruford e Chester Thompson (Phil non poteva sempre cantare mentre stava ai drums). Molto intrigante, anche se non racchiude esattamente il meglio del repertorio genesiano.

Se ne va pure Steve Hackett... ...And Then There Were Three (1978). Un album che, di nuovo, contiene alcune tracks di facile ascolto ("Follow You Follow Me", "The Lady Lies", "Many Too Many"...), ma è "intenso", "sentito" come A Trick Of The Tail. I testi sono sempre più accessibili, alquanto "discorsivi", e ogni singolo brano è firmato dal trio superstite. Ufficialmente, la dipartita di Hackett sembra essere avvenuta senza alcuna polemica, ma è significativo che Collins, Banks e Rutherford gli dedichino didascalicamente il titolo del disco. Ancora più significativa è la canzone d'apertura, "Down And Out", dove il protagonista sottolinea:

"Voi ed io sapevamo bene
che non poteva continuare per sempre.
Perciò devo dirvi, seppure con rammarico:
d'ora in poi, sappiate,
dovete cercare di aiutarvi da soli."

Come il precedente album, anche ...And Then There Were Three comincia con un pezzo furioso (almeno per i livelli genesiani) subito seguito da una ballata orecchiabile.

Duke (1980)
Phil Collins prende in mano le redini e ciò segna l'inizio del declino dei Genesis. Phil proviene dal jazz e ama le improvvisazioni (afferma di ammirare i Weather Report) e inoltre, essendo batterista, viene enfatizzato il ritmo ("Behind The Lines", "Duchess"); ma non mancano le canzoni melodiche decisamente lineari e quindi di facile ascolto: "Misunderstanding" e "Alone Tonight", per citarne due, potrebbero benissimo trovar posto in un album di Collins (che in quel periodo stava preparando il proprio debutto Face Value). "Duke's Travels" e "Duke's End" sono ottimi pezzi strumentali, ma è evidente che i "nuovi" Genesis aspirano a essere "radio friendly". E difatti...
Dell'album in questione si salverebbero, oltre a "Duke's Travels" e "Duke's End", i lenti "Heathaze" e "Please Don't Ask", se non fosse che, dopo l'inizio promettente, ambedue scivolano nella melliflua ripetitività tipica di quell'incantatore-di-cuori -semplici che è Collins. In realtà, lui il jazz-rock vero lo pratica con i Brand X, suo side-project...
Nel suo desiderio di non ripetersi, la band va verso l'autodistruzione, anche se non ne è ancora cosciente.

Abacab (1981)
I Genesis proseguono sulla via imboccata con Duke, affidandosi alla drum machine molto più che alla batteria di Collins. Sebbene ci ritroviamo a migliaia di miglia dalle atmosfere di Selling England (Allan Jones scriverà sul prestigioso Melody Maker: "I Genesis, questi rappresentanti in via di estinzione del rock più sfarzoso"), Abacab può ritenersi un prodotto accattivante; soprattutto nell'ottica di quella che era la musica in quel primo scorcio degli Anni Ottanta. Ma i Genesis non assomigliano più a se stessi. Come in Duke, anche in quest'album sono contenute songs che potrebbero essere di proprietà esclusiva di Phil Collins. C'è da annotare che Abacab fu il primo album che la band registrò in proprio, ovvero negli studi di The Farm (Surrey). E, per la prima volta, I Genesis si servono di musicisti da session: la sezione di fiati degli Earth, Wind and Fire in "No Reply At All". (Gli Earth, Wind and Fire appariranno anche nell'album solista di Collins Face Value). Proprio "No Reply At All" è un pezzo A&R, e dunque lontano dagli standard progressivi, e da qui certamente il successo di vendite del single. Per fortuna, il resto del disco gira in maniera più intelligente, a dispetto dell'uso spropositato della drum machine. Ascoltare, per credere, "Abacab", "Keep It Dark", "Dodo/Lurker" e "Another Record"; e, con qualche riserva, "Like It Or Not". L'unica track che decisamente delude è "Who Dunnit?", una filastrocca distorta dall'elettronica; qualcuno pensò insensatamente di inserirla nell'album al posto della migliore - e di gran lunga - "Paperlate"...

Three Sides Live (1982)
Una collezione di pezzi tra i più popolari del gruppo, tutti eseguiti in concerto, e contenente tra le altre cose un'appagante versione di "Abacab". Nell'edizione americana, alle tre facciate live ne è stata aggiunta una quarta di registrazioni in studio che comprende la fantomatica "Me & Virgil". Le performance dei Genesis avvengono davanti a un'ormai folta audience. Tuttavia, Three Sides Live fa rimpiangere la magia del precedente live Seconds Out.

Genesis (1983)
Sull'onda del successo di Abacab, i Genesis producono un album omonimo che li catapulta definitivamente nelle liste dei bestseller. Assurdamente ma non troppo, dell'èra "collinsiana" è questo il disco dei Genesis che io personalmente preferisco, in quanto contiene non solo smash hits come "Mama" e "That's All", ma anche brani a tratti rockeggianti ("Just A Job To Do", "Home By The Sea"). Niente evita comunque che, a causa di quella "spontaneità" fortemente voluta da Collins, siamo usciti definitivamente dalle sfere del progressive.

Invisible Touch (1986)
Buon disco pop, con belle canzoni (soprattutto le prime quattro) che a suo tempo ebbero un vasto airing e che ancora oggi vengono a tratti riproposte da emittenti mainstream. Non che i testi siano poco interessanti: anzi. "Land Of Confusion", ad esempio, si può definire a tutti gli effetti una canzone di protesta. Ma, musicalmente, siamo ai livelli di MTV.

Seguirono We Can't Dance (1991), la compilation The Way We Walk: The Shorts/The Longs (1992/93) e, col bravo Ray Wilson a sostituire come vocalist il dipartito Collins, Calling All Stations (1997). Abbiamo definitivamente a che fare con un gruppo pop, lontanissimo dagli standard del prog.
Nonostante una promotion senza precedenti, Calling... non fece riscontrare l'interesse sperato, tanto che dovette essere cancellato il progettato tour negli States. Quest'album segna la fine (solo virtuale?) dei Genesis.

Assurdamente, per ascoltare i veri Genesis, da anni ci si deve affidare alle cover band: Supper's Ready (altoatesini), Nursery Cryme (trentini), Musical Box (di Montreal, Canada)... Tutti cloni eccellenti del gruppo.

postato da: frankobrain alle ore 03:03 | link | commenti
categorie: musica, rock, pop , progressive
martedì, 22 maggio 2007

Genesis - 'The Lamb Lies Down On Broadway'

The Lamb... ci offre più un rock spontaneo, improvvisato, che eleganti intarsi sonori.
Tony Smith, manager dei Genesis fin da Selling England By The Pound, ovvero fin da quando Tony Stratton-Smith decise di dedicarsi solo ed esclusivamente alla sua Charisma Label Records, aveva proposto come nuovo progetto un riadattamento in chiave moderna de Il piccolo principe, il celebre libro di Antoine de Saint-Exupéry. Ma Peter Gabriel replicò che aveva già in cantiere un'idea sua.




Dalla grande massa di materiale che i Genesis produssero risultò un doppio album concept. Sulle sue quattro facciate, The Lamb Lies Down On Broadway racconta l'epopea del puertoricano Rael, prototipo di quei punker che di lì a poco avrebbero riempito le strade di New York (dove la storia è ambientata) e delle altre metropoli del mondo.
E' una rock-opera piena di situazioni oniriche e delle immagini distorte di una realtà a brandelli. In quel periodo, Peter stava attraversando una crisi personale; inoltre coglieva i cambiamenti che avvenivano intorno a lui: come un precog, "sapeva" che presto il nostro pianeta non sarebbe stato più lo stesso. Così, le (dis)avventure del suo Rael sono distanti anni-luce da Ermafrodito, da Romeo e Giulietta e dagli altri archetipi con cui finora i Genesis avevano viziato i loro fans. (Frammenti di questa precognizione sono comunque presenti anche negli album precedenti.) 
 
Durante la campagna promozionale per The Lamb Lies Down On Broadway, a Cleveland, nel 1974, Peter Gabriel fece scoppiare la bomba: comunicò a Tony Smith che dopo la tournée avrebbe abbandonato il gruppo. La decisione in realtà era stata presa già prima, ed era nota sia agli altri componenti dei Genesis sia al "patron" Stratton-Smith. Quest'ultimo pregò il cantante di rimanere almeno fino alla conclusione del tour; e così fu.

I motivi dell'abbandono di Peter vennero spiegati da lui stesso in una lettera ai media. Paura di rimanere prigioniero del grande macchinario commerciale; di smarrire la libertà artistica se rimaneva insieme a una band che ormai era condannata al successo... Ma c'erano altre, più profonde e intime, ragioni.
La relazione tra lui e sua moglie Jill era entrata in una fase delicata. Jill aveva dapprima avuto un tête-à-tête con un roadie dei Genesis ("un patetico tentativo per ottenere più attenzioni", avrebbe spiegato dopo) e ora stava avendo un parto complicato.
Per lavorare a The Lamb..., i cinque musicisti avevano scelto di recludersi a Headley Grange, una casa di campagna che apparteneva ai Led Zeppelin e che veniva usata anche da altre band. La trovarono devastata e occupata dai ratti.
Nel tentativo di salvare il suo matrimonio, Peter propose agli altri di pensare loro alla musica: lui avrebbe continuato a lavorare sui testi stando a casa propria.
Non era però l'unico a mostrarsi insofferente per una vita tipo college o caserma, con pasti consumati alla buona, i materassi buttati a terra, ecc.: anche Steve Hackett, che aveva appena alle spalle il suo primo divorzio, penava maledettamente. ma se non altro Steve rimase nel collettivo.
E il risultato fu eccezionale... pur se non precisamente per merito suo.

Dalle numerose jam sessions nacquero "The Waiting Room" e "Silent Sorrow In Empty Boats": improvvisazioni intramontabili. "Fly On A Windshield", "Ravine" e "Hairless Heart" sono altri brani che risultarono da sperimentazioni strumentali in quel di Headley Grange.
La parte musicale fu presto pronta. Non poca frustrazione fu causata dal fatto che Peter tardava a concludere i suoi famosi testi, e così Tony Banks e Mike Rutherford insistettero per dargli una mano.




All'uscita dell'album, le prime reazioni furono di puro sconcerto. Lo stato di cult "L'Agnello" lo avrebbe raggiunto solamente quando i tempi fossero stati più maturi.
Il disco possiede una continuità tematica, ma molte songs possono benissimo ascoltarsi singolarmente: "In The Cage", "The Lamia", "Carpet Crawlers", "Back In NYC", "The Light Dies Down On Broadway" e "Lilywhite Lilith" sono gli esempi migliori. C'è maggiore impulsività e maggiore naturalezza rispetto ai lavori precedenti, cosa che piacque molto al pubblico americano. Sull'altro piatto della bilancia pesano l'ermetismo del concetto di Gabriel (la storia di Rael è spiegata sulla copertina, per aiutarne meglio la comprensione) e la mancanza di entusiasmo, sia in fase compositiva che in fase esecutiva, fatta registrare da Hackett. In molti scorci dell'album, i Genesis sembrano essersi ridotti a un trio: Banks-Collins-Rutherford. Cosa che del resto accadrà per davvero di lì a poco...

Ma chi è Rael? E' un individuo che può solo fuggire oppure arrendersi. Si tratta, chiaramente, dell'alter ego di Peter Gabriel. Il quale, nella sua canzone "Solsbury Hill", che parla della sua dipartita dai Genesis, riepilogherà:

I was feeling part of the scenery
I walked right out of the machinery
.


Il doppio album The Lamb rappresenta una sorta di auto-psicanalisi. Gabriel ne scrisse le lyrics nel momento più kafkiano della sua vita, quando sentiva di aver raggiunto un bivio pericoloso nella sua carriera di rockstar. Ma che i testi parlassero di se stesso - come disse in un'intervista rilasciata ad Armando Gallo - se ne rese conto soltanto mentre li cantava per la prima volta davanti a un pubblico. In "Cuckoo Cocoon" c'è questo verso: "I feel so secure that I know this can't be real". Un conclamato segno di schizofrenia. Peter si trovava veramente a una svolta delicata, come riflettono anche le parole "cushioned strait-jacket" ("camicia di forza imbottita") di "In The Cage". 
        
***

Roger Waters dei Pink Floyd avrebbe realizzato The Wall, la sua propria rock-opera sull'alienazione, non prima di cinque anni più tardi. Anche The Wall è un doppio, e anche quel disco segnò l'inizio di un distacco che avrebbe avuto sulla band notevoli ripercussioni...


Tracks:

Disc 1    

1. The Lamb Lies Down On Broadway
2. Fly On A Windshield    
3. Broadway Melody Of 1974  
4. Cuckoo Cocoon    
5. In The Cage    
6. The Grand Parade Of Lifeless Packaging   
7. Back In N.Y.C. 
8. Hairless Heart   
9. Counting Out Time    
10. Carpet Crawlers    
11. The Chamber Of 32 Doors  

Disc 2    

1. Lilywhite Lilith  
2. The Waiting Room   
3. Anyway    
4. Here Comes The Supernatural Anaesthetist    
5. The Lamia 
6. Silent Sorrow In Empty Boats   
7. The Colony Of Slippermen (The Arrival/A Visit To The Doktor/Raven)  
8. Ravine 
9. The Light Dies Down On Broadway   
10. Riding The Scree    
11. In The Rapids   
12. It    
postato da: frankobrain alle ore 23:18 | link | commenti
categorie: musica, rock, progressive
lunedì, 21 maggio 2007

Genesis - 'Selling England By The Pound'

All'indomani del primo disco dal vivo - Genesis Live -, firmato dal gruppo nel 1973, esce Selling England By The Pound.

 "Sublime" è l'aggettivo che salta in mente a proposito di quest'opera. I Genesis dimostrarono di saper mettere in 53 minuti tanta più musica meravigliosa di quanta non riuscirono a crearne molti loro colleghi nel corso dell'intera carriera.
L'album ha un suono meno opaco, più cristallino di Foxtrot: merito della migliorata tecnica di registrazione. La Charisma aveva rinnovato la sua fiducia a John Burns, già responsabile della produzione di Foxtrot - dopo che John Anthony era stato licenziato a causa degli alti costi del singolo "Happy The Man".

 Banks

I testi sono persino più smaliziati di quelli dell'album precedente, e carichi di allusioni e sottintesi comprensibili solo ai britannici; si rifanno (una volta di più) sia alle notizie di cronaca che alla letteratura. Per fortuna di noi italiani, Armando Gallo traspose il tutto nella nostra lingua, contribuendo così a farceli comprendere (e probabilmente anche a far vendere di più l'album in Italia).

L'ispirazione di Gabriel prende le mosse dalla nativa Inghilterra, condannata pesantemente già fin nel titolo; "Selling England By The Pound" era lo slogan elettorale del Partito Laburista. Il patchwork di dramma psicologico e cronaca sociale (condito da un sottile sarcasmo) è legato ad arrangiamenti che cercano il loro pari: la chitarra simil-violino di Steve Hackett in "Firth Of Fifth", gli arpeggi alle tastiere di Tony Banks in "The Battle Of Epping Forest"...
In particolare il primo e il quarto solco, rispettivamente "Dancing With The Moonlit Knight" e "The Battle..." ci presentano i Genesis sensibili ai problemi della società inglese del tempo. E' un album contro la decadenza dilagante, contro la fine degli usi e delle tradizioni sull'Isola di Albione e contro la sua progressiva americanizzazione. Si parla di "Green Shield Stamps", espressione che ricorda sia la leggenda di Sir Gawain e dei Cavalieri Verdi sia i punti-omaggio di certi prodotti alimentari. Si parla di "Wimpey Hamburgers"... E, nel titolo di chiusura "Aisle Of Plenty", è presente addirittura un elenco dei prezzi esposti dal supermercato all'angolo. Quest'ultima canzone, che riprende il passaggio di chitarra di "Moonlit Knight", si conclude con la frase: "Thankful for her Fine Fare Discount, Tess cooperates". Solo i Genesis potevano mettere in musica un simile testo!


 Gabriel

I suoni restano - come già detto - estatici, ispirati: una serie di madrigali e arabeschi destinati ad entrare nella storia del rock. La band suona a memoria, si direbbe, denotando una fluidità strumentale invidiabile che giustifica l'entusiasmo crescente dei fans.
"Dancing With The Moonlit Knight" inizia con Peter Gabriel che canta a cappella, prima che si accenda via via l'intero instrumentarium della band.
Ha fatto scuola la suggestione romantica e potente di un pezzo come "Firth Of Fifth", cucita dal pianoforte nelle sue varie fasi fino alla superba coda strumentale in cui si distingue la chitarra elettrica di Hackett.
"The Battle..." è la rappresentazione dello scontro tra due gangs rivali: altro ampio spazio per la versatilità da "attore" di Gabriel. Sembra spesso che il testo non collimi con le note, ma l'alto grado di teatralità e i ritmi incalzanti sono una scusa sufficiente.
Non mancano i soliti richiami alla mitologia classica, con "The Cinema Show" che ha come "protagonista" l'indovino Tiresia (colui che doveva appianare una diatriba tra Zeus ed Era e rivelare chi, tra uomo e donna, provi il piacere maggiore).
E anche i presunti "riempitivi" sono a un livello massimo, che li fanno prescindere dalle mode e dagli anni. La dolceamara ballata "More Fool Me" (che, contrariamente a quanto si crede, non è l'esordio di Phil Collins come cantante solista: Collins aveva già fatto da lead vocal in "For Absent Friends" in Nursery Cryme) strizza addirittura l'occhio al pop, così come "I Know What I Like (In Your Wardrobe)". Ma sono eseguiti in maniera magistrale. E magistrale è anche l'instrumental "After the Ordeal".

 Hackett

La copertina non è opera di Paul Whitehead (come nei tre album precedenti), bensì della pittrice Betty Swanwick. Si tratta tuttavia di un'ennesima art cover molto ben riuscita.



Tracks:
     
1. Dancing With The Moonlit Knight  
2. I Know What I Like (In Your Wardrobe)  
3. Firth Of Fifth    
4. More Fool Me    
5. The Battle Of Epping Forest  
6. After The Ordeal  
7. The Cinema Show    
8. Aisle Of Plenty
postato da: frankobrain alle ore 23:39 | link | commenti (1)
categorie: musica, rock, progressive

Genesis - 'Foxtrot'

L'ascolto di Foxtrot può cambiare a più d'uno il modo di intendere la musica. Fin dall'intro al mellotron di Tony Banks in "Watcher Of The Skies" è chiaro che siamo al cospetto non solo di una pietra miliare del progressive rock, ma anche di uno dei migliori prodotti musicali - in assoluto - del XX secolo.
Foxtrot combina sofisticata complessità con fantasia sfrenata. I testi di Peter Gabriel, degni di un originale romanziere, proiettano uno spettacolo caleidoscopico nel cinema della nostra mente. Interpretando da solo i ruoli di numerosi personaggi, il frontman dei Genesis dimostra inoltre in maniera definitiva la sua versatilità come cantante e mimo.
Stilisticamente parlando, il gotico di Trespass e Nursery Cryme tende qui più verso il barocco, grazie soprattutto agli interventi chitarristici di Steve Hackett. Al pari di Phil Collins, Hackett ha abbracciato fin da subito il verbo della band apparentemente senza difficoltà di sorta.

In generale, Foxtrot suona più "scuro" e meno soft del successivo Selling England.


Si incomincia con "Watcher Of The Skies", brano su un alieno che visita il nostro pianeta e scopre che tutti i suoi abitanti si sono dileguati. Come detto, l'inizio al mellotron è epico; arrivano poi le energiche percussioni di Phil su un tempo ternario in 6/4. La narrazione "fantascientifica" culminerà in una memorabile chiusa rapsodica.

"Time Table" ci fa compiere un salto temporale. Si tratta di una canzone dalle atmosfere e l'ambientazione medievali. Potrebbe essere stata composta dagli Amazing Blondel ma è, ovviamente, contraddistinta dalla tipica impronta classico-malinconica dei Genesis. "Why, why oh why..." Davvero molto bella. La parte di piano riecheggia addirittura la schietta dolcezza melodica di From Genesis To Revelation.
"Time Table" rievoca un'"era eroica" e racconta dell'inevitabile trascorrere del tempo. Non
manca però un sottotono di sana ironia. A questo proposito bisogna sottolineare che l'ironia, ora sorridente e mesta, ora aggressiva, è la peculiarità di tutto Foxtrot. Undici anni più tardi i Marillion, grandi discepoli dei Genesis, avrebbero usato lo stesso tono per infondere una coloratura distintiva al loro album-debutto Script For A Jester's Tear.

La più complessa - ed esplosiva! - "Get 'Em Out By Friday" ha un testo formalmente futuristico (non si può fare a meno di pensare a New Brave World dello scrittore Aldous Huxley), ma è in realtà una feroce critica sociale su una minaccia purtroppo enormemente attuale. In questa mini-opera, che alterna "ballabili" eseguiti al flauto a chitarre lanciate in piena libertà (spesso in tandem), Gabriel prende di mira i furfanti delle imprese edili e non solo: è un'accusa a coloro che si arricchiscono affermando di agire "in the interest of the humanity".
La canzone racconta di famiglie che vengono sfrattate affinché le case possano essere demolite e poi ricostruite in modo da contenere il doppio degli inquilini. "Twice as many in the same building size." Ci penserà il "genetic control" a restringere le dimensioni degli umani,  riducendoli a nanerottoli.
Intervengono svariati personaggi, e ognuno ha la sua propria musica; anche per questo il brano ricorda per molti versi "Harold The Barrel" dall'album precedente, con Peter Gabriel che usa una voce distinta per ciascuno dei protagonisti. Le ultime parole "Land in your hand you'll be happy on earth, / then invest in the Church for your heaven" è una menzione alle religioni che obnubilano le menti promettendo immaginari paradisi ultraterreni.

"Can-Utility And The Coastliners" è il solco che segue. Quasi 6 minuti di musica eccellente, compressa in una mini-suite che si apre con la chitarra classica e che, passando per i tamburi e i piatti di Collins, per l'organo elettrico di Banks e per il basso percussivo di Rutherford, contiene tutto il repertorio stilistico che è la "marca" dei Genesis. "Can-Utility And The Coastliners" (già questo titolo...!) esalta l'onestà morale del re vichingo Canute. Stanco di sentirsi elogiare a vuoto, Sua Maestà decide di convincere l'adulante corte di non essere così potente come loro credono. Sedutosi sul suo trono in riva al mare, urla alle onde di fermarsi. E naturalmente le onde non lo stanno a sentire.

L'interludio "Horizons" vede Steve Hackett rimaneggiare alla chitarra acustica una composizione per violoncello di Bach.
Su vinile, "Horizons" apriva la facciata B, che per il resto era interamente occupata da...

"Supper's Ready"! Il punto focale dell'album e il motivo principale per cui Foxtrot non può mancare nella collezione privata di ogni amante della buona musica.
"Supper's Ready" è un opus magnum in sé, un'epica di 23 minuti (22:50 per l'esattezza); in realtà, un patchwork di sette diversi brani o "capitoli".
Sensazioni intricate, fattore emotivo  altissimo ("We watch in reverence, as Narcissus is turned to a flower"; e, dopo un breve silenzio: "A flower?") e cambi di tempo vertiginosi ("All change!!!") contribuiscono alla compiutezza davvero magistrale della suite.
Non c'è intro: la chitarra a 12 corde e la voce di Gabriel partono contemporaneamente: un unicum nella storia del prog classico (più tardi da più parti imitato).
In una serie di scene variegate, viene narrata l'eterna lotta tra il Bene e il Male attraverso gli occhi di un uomo e di una donna. Il tutto inizia con i due amanti in soggiorno e si conclude con l'Apocalisse. (In 9/8, come si conviene a un tale... evento.)
E' la catarsi!
In un'intervista, Peter Gabriel spiegò che il testo di "Supper's Ready" gli fu ispirato da una strana esperienza personale. Si trovava in un attico insieme alla sua ragazza  quando ebbe improvvisamente un'allucinazione: vide il volto di lei trasformarsi "in qualcosa di preoccupatamente diverso"...
Da "Lover's Leap" ad "Apocalypse in 9/8", tanti sono i momenti che testimoniano della genialità di questi musicisti. Dopo il dialogo tra la chitarra acustica e il piano di Tony Banks, e dopo un "ponte" dominato dal mellotron, si passa a una parte di stampo hard rock. Quindi Collins scandisce un ritmo di marcia che condurrà a "How Dare I Be So Beautiful?", abbozzo di ballata dai toni estatici.
E' un bagno di sensazioni: da quelle efferate, brutali, ferine, a quelle morbide e soavi. Un po' come nella vita vera.
Il segmento dal titolo "Willow Farm" è di stampo beatlesiano; a un certo punto sentiamo la voce di Gabriel registrata a doppia velocità. La musica torna successivamente a gonfiarsi, il ritmo è demoniaco, e quando Gabriel canta le parole "To take them to the new Jerusalem", il brivido conclusivo è assicurato.

***

E' impossibile anche per i musicisti più navigati non riuscire ad ammirare i Genesis. Grazie a questo gruppo, apprendiamo che non basta l'alternarsi di piano e fortissimo, di adagi e ritmi forsennati e in più qualche bella melodietta per autoproclamarsi araldi del rock sinfonico.  Il loro Foxtrot, in particolare, è molto più di un semplice esempio di "musica nuova" (come veniva considerato il progressive nel 1972): è il risultato dell'esplorazione di territori musicali fino ad allora assolutamente vergini. E il tutto sulla base di testi che solo la mente di un genio (o di un folle) poteva ideare; input intellettuali di rara vividezza.



As the sound of motor cars fades in the night time,
I swear I saw your face change, it didn't seem quite right.
...And it's hello babe with your guardian eyes so blue
Hey my baby don't you know our love is true.


(Da: "Supper's Ready")



Chi si illudeva però che dopo tale opus Gabriel & Co. non potessero superarsi, o comunque eguagliarsi, si sbagliava di grosso...




Tracks:

1. Watcher Of The Skies (7:19)
2. Time Table (4:40)
3. Get 'Em Out By Friday (8:35)
4. Can-Utility And The Coastliners (5:43)
5. Horizons (1:38)
6. Supper's Ready (22:58)
...i. Lover's Leap
...ii. The Guaranteed Eternal Sanctuary Man
...iii. Ikhnaton and Itsacon and Their Band of Merry Men
...iv. How Dare I Be So Beautiful?
...v. Willow Farm
...vi. Apocalypse in 9/8 (featuring the delicious talents of Gabble Ratchet)
...vii. As Sure as Eggs is Eggs (Aching Men's Feet)

Total Time: 50:33
postato da: frankobrain alle ore 08:48 | link | commenti
categorie: musica, rock, progressive
domenica, 20 maggio 2007

Genesis - 'Nursery Cryme'

Rimango sempre stupito quando qualcuno mi parla di "difficoltà al primo ascolto" riferendosi ai Genesis. E dico "Genesis" con la G maiuscola, quelli genuinamente progressive, e non gli altri, quelli che, sotto la guida di Phil Collins, finirono per sfornare musica pop. Probabilmente i Genesis non sono una band per tutti. Forse bisogna avere una predisposizione d'animo particolare per apprezzare "in toto" la loro musica.

Io sono un aficionado del gruppo inglese ormai da decenni, ovvero da quando un mio cugino mi fece ascoltare Selling England By The Pound - allora su supporto magnetico; leggi: su audiocassetta. Le opere precedenti (Trespass, Nursery Cryme e Foxtrot, oltre all'album "black" - loro debutto - From Genesis To Revelation) arrivarono per me solo successivamente; ma confermarono la mia prima, immediata impressione: i Genesis erano la "mia" band. Comunicavano direttamente col mio cuore - o con la mia anima, se volete - e riuscivo a recepirli anche a livello di cerebro. Furono loro che dischiusero per me i cancelli dell'universo prog.

Non solo la loro musica sofisticata: anche i loro testi mi risultarono, fin da subito, assai accattivanti. Certo, diverse cose bisognava interpretarle (e non bastava un comune dizionario italiano-inglese per capirle!), ma a quell'epoca c'era il buon Armando Gallo (il più grande esperto italiano [o addirittura mondiale] di questo gruppo) che forniva puntualmente la traduzione con tanto di "note a pie' di pagina" su ogni involucro dei dischi "genesiani" destinati al Belpaese.




L'album di cui voglio parlare qui è Nursery Cryme (1971), uscito, come tutti i loro "classici", per l'etichetta Charisma. E' un'opera molto importante innanzitutto perché è la prima in cui la band si presentò nella formazione poi passata alla storia: Peter Gabriel - Tony Banks - Mike Rutherford - Steve Hackett - Phil Collins; e poi anche perché fu per loro la pedana di lancio per l'Europa. Infatti, il successo riscontrato in Italia da Nursery Cryme praticamente salvò la carriera dei Genesis. (L'anno prima era stata la volta dei belgi, accogliendo entusiasticamente Trespass, a concedere una delazione di vita alla band.)

Ma passiamo subito all'ascolto. Apre "Musical Box", tenera quanto disperata favola da "nursery", da stanza dei giochi, che sarebbe diventata uno dei loro cavalli di battaglia negli spettacoli dal vivo. Ogni cosa, in questo pezzo, è perfetta: dai riffs iniziali alla voce di Gabriel, che comincia in sordina - quasi in recitativo - con "Play me Old King Cole / that I may join with you..." (sembra, appropriatamente, la cantilena di un bimbo) e finisce con l'implorazione urlata: "Touch me, touch me, touch me NOW! now, now, now...", dando voce al fantasma di Henry (8 anni) che riappare a Cynthia (9) dopo che quest'ultima lo aveva "graziosamente" decapitato.

Al più tardi da adesso lo sappiamo: siamo alle prese con un album "romantico" nel senso letterario del termine: tenero, ombroso, violento e divertente a un tempo.
Divertenti sono brani come "Harold The Barrell", tanto disinvolto, convincente e "frantic" da potersi considerare un'anticipazione del "dark pop". Ma il pop è ancora a mille miglia di distanza e qui ovviamente si avverte - senza tema di errori - la bravura dei musicisti. Si capisce subito che si tratta di grandi esecutori; e ciò sebbene fossero allora ancora molto giovani e, ahiloro, squattrinati.

Non so perché, ma alcuni definiscono questo prodotto una battuta d'arresto rispetto al precedente Trespass, quasi un "pas faux" nella carriera dei Genesis. Lo giudicano poco rifinito, un diamante grezzo. Appunto: bisogna sottolineare proprio la parola "diamante". Per me, Nursery eguaglia, se non addirittura supera, l'album precedente. Non c'è assolutamente nulla di superfluo o casuale in questo disco. La dolce e breve "For Absent Friends" vale già da sola il costo del CD (il quale, a proposito, oggi è reperibile per una manciata di dollari) e scommetto che ci sono molti chitarristi, là fuori, che ancora tengono questa ballata nel loro repertorio "segreto", risfoderandola unicamente per le orecchie di tre o quattro amici fidati.

Dopo "Il Ritorno del Gigante Hogweed" (interpretazione tipicamente genesiana di uno strambo quanto interessante mito da fantascienza: piante viventi prendono possesso di ogni città e... "they seem immune to all our herbical battering"), ecco "Seven Stones".

Quanta magia e quanta vita vissuta sono contenute in questo "tale", in questo racconto dalle sonorità pacate! La voce di Peter sembra più che mai quella di un vecchio saggio, ed è sorprendente e inquietante insieme sapere che al momento dell'uscita dell'album il cantante-poeta dei Genesis era ancora un "teeny"!

Calcando uno schema semplice ma efficace, alla "tranquilla" "Seven Stones" segue il gustoso pandemonio del già citato "Harold The Barrell" (satira del sistema inglese e, in particolare, della prepotenza dei "landlords"). Poi di nuovo un pezzo altamente poetico - "Harlequin". E in ultimo, finalmente, arriva "The Fountain Of Salmacis".
Dedicato alla regina delle Naiadi, ninfe del mare, questo solco racchiude tutti gli elementi tipici del prog rock. L'album si conclude in un glorioso crescendo, e apre quella che sarà la lunga e avventurosa stagione del progressive.
Gli Anni '70 potevano cominciare davvero.


Tracks:

1. The Musical Box    
2. For Absent Friends    
3. The Return Of The Giant Hogweed    
4. Seven Stones    
5. Harold The Barrel    
6. Harlequin    
7. The Fountain Of Salmacis    
postato da: frankobrain alle ore 13:46 | link | commenti
categorie: musica, rock, progressive

Genesis - 'Trespass'

Il vento soffia attraverso le porte chiuse e pizzica le orecchie di uno gnomo che si aggira tra le stanche mura. Qualcosa - o forse qualcuno - sta per accadere. Per saperlo, bisogna capire quello che dice il vento. Ma solo quando tutti gli spiragli si allineeranno in un ben preciso disegno magico riusciremo a decifrare il suo linguaggio.



Nella cosmologia genesiana, Trespass (1970) segna l'inizio della serie portentosa che si protrarrà per 6 anni e 5 album, opere che hanno contribuito a scrivere la storia del rock progressivo. Ma Trespass segna anche il ritiro volontario di Ant Phillips, la cui sensibilità non gli faceva sopportare lo stress delle gigs, e, oltre a ciò, il licenziamento del batterista John Mayhew, a registrazione già avvenuta.
Al contrario della maggioranza dei commentatori della band, per me quest'ultima decisione rimane oscura. Se è vero che Mayhew "seguiva" gli altri componenti invece di trascinarli, è anche vero che il suo drumming non manca affatto di potenza, là dove questa è richiesta. "The Knife" è un pezzo classico grazie anche al suo attento lavoro, e la puntualità dei suoi interventi (crescendo, rulli, occasionali esplosioni) in "Looking For Someone", "White Mountain", "Visions Of Angels" e "Stagnation" è fuori discussione. Io protendo a credere che John Mayhew abbia dovuto abbandonare il gruppo solo perché "meno colto" degli altri. Con il coetaneo Phil Collins i Genesis trovarono un compagno di strada più furbo, più estroverso e certamente più volenteroso a contribuire al processo compositorio, ma come batterista di sicuro non molto migliore del suo predecessore. (Entrambi, Collins e Mayhew, provengono dalla "working class". Mayhew era, ed è rimasto, un falegname. Dopo due matrimoni falliti, è emigrato in Australia. John Silver invece, che fu il batterista in From Genesis To Revelation, ha fatto carriera nell'ambiente della televisione, ambiente che Collins già conosceva per alcune sue esperienze di recitazione.) 


One-eye hid the crown and with laurels on his head
Returned amongst the tribe and dwelt in peace.


Guercio nascose la corona e, con l'alloro sul suo capo,
Tornò alla tribù, dove poté vivere in pace.  

(Ultime parole di "White Mountain")


 
Trespass, la "trasgressione", è il punto di passaggio dei Genesis da come li volevano Jonathan King e la Decca Records a quelli della piena autoconsapevolezza artistica. Prodotta da John Anthony per l'etichetta Charisma del lungimirante Tony Stratton-Smith, la band trova definitivamente la propria formula. La taratura però avviene già prima di varcare la soglia dello studio, grazie a una lunga successione di concerti in tutto il Sud Est inglese.
Se ci sono punti in comune con il precedente From Genesis To Revelation, sono i testi intellettuali e la voce teatrale di Peter Gabriel; sia gli uni che l'altra, ovvio, qui enormemente sviluppati. I 40 minuti dell'album sono un unico viaggio fantastico e surreale, compiuto in parte nel mondo odierno e in parte sui sentieri eterei delle sfere ultraterrene.
Sui primi quattro solchi l'Hammond di Tony Banks (quando non è il dulcimer o il piano) aggiunge una vena di malinconia e, dopo la romantica e un po' monocorde ballata "Dusk", ecco finalmente la scatenata "The Knife", che chiude il disco. All'interagire delle 12 corde acustiche Anthony Phillips e Mike Rutherford avvicendano rispettivamente il lead elettrico e il basso, con naturalezza a dir poco sconcertante per essere appena ventenni.
"The Knife", dedicata a "chi trasgredisce contro di noi", è il nodo cardine da cui si dipana il domani dei Genesis. Phillips come detto getterà la spugna, ma l'arrivo al suo posto di Steve Hackett si rivelerà assai felice. Le basi per l'epopea di un dei gruppi principi del prog sono definitivamente poste. 


Tracks:
     
1. Looking For Someone 
2. White Mountain    
3. Visions Of Angels  
4. Stagnation    
5. Dusk 
6. The Knife
  
postato da: frankobrain alle ore 03:26 | link | commenti
categorie: musica, rock, progressive
sabato, 19 maggio 2007

Genesis - 'From Genesis To Revelation'

 

Quando nel 2001 Jonathan King fu arrestato per un brutto affare di pedofilia, molti inglesi non furono particolarmente shockati dalla notizia: King, produttore musicale di successo e noto conduttore radiofonico, faceva parte di un mondo dove è necessario calare le brache solo per poterne varcare la soglia; e lui, essendo promotore di un pop marca "bubblegum", non poteva certo possedere una moralità al di sopra di ogni sospetto. Le accuse gli piombarono addosso dal passato: a quanto pare, negli Anni '70 e '80 era solito aggirarsi per Londra sulla sua Rolls Royce offrendo passaggi a spaesati adolescenti (tredici-quindicenni) che, dopo gli "attacks", venivano congedati con una t-shirt o un disco autografato a mò di regalo.  
Uscì di prigione anzitempo, nel 2005, grazie anche agli sforzi del suo avvocato Giovanni di Stefano (evidentissima l'origine italiana).
Non si tratta dunque di un personaggio simpatico, anche se continua a giurare di essere innocente.
Lo scandalo comunque ci fu, e gettò una luce a dir poco obliqua sull'uomo che per primo ripose fiducia sui Genesis. Avrebbe successivamente lanciato anche The Bay City Rollers e 10cc, ma all'epoca in cui la nostra storia ha inizio Jonathan King era noto soprattutto per un suo hit entrato nei Top 10 ("Everyone Has Gone To The Moon", 1965) e l'unico altro gruppo di cui si era occupato erano gli
Hedgehoppers Anonymous, oggi universalmente ignoti.



King, ex alunno della Charterhouse School frequentata da Peter Gabriel, Tony Banks, Anthony Phillips e Mike Rutherford, si ritrovò un giorno ad ascoltare un demo fattogli recapitare dai ragazzi, e immediatamente comprese le potenzialità del gruppo. Decise di contattarli e l'album che risultò da questa collaborazione, From Genesis To Revelation, sarebbe apparso un anno dopo,  preannunciato da un paio di 45 giri. L'LP aveva una copertina nera con il titolo scritto a caratteri vagamente gotici color oro, cosa che in molti negozi lo fece finire sugli scaffali di musica religiosa. Sulla cover non era riportato nemmeno il nome del gruppo, in quanto in America esisteva già una formazione che si chiamava Genesis.
A Peter e compagni il nome da assumere fu suggerito dallo stesso King. Ma anche in questo caso si trattò di calcolo personale: per l'ex scolaro della Charterhouse era in fondo la "genesi" (l'inizio) della sua carriera di produttore. I giovani componenti della band furono abbastanza felici della scelta: "Genesis" suggeriva storie e situazioni mistiche, "dark", intricate, che loro amavano. Loro stessi erano nati dalla fusione degli Anon (Phillips, Rutherford) con The Garden Wall (Gabriel, Banks), e ritenevano che né l'una né l'altra denominazione dovesse essere più rispolverata. Qualcuno - lo stesso King? - suggerì addirittura come alternativa "Gabriel's Angels"; ma, a parte lo stesso Peter Gabriel, gli altri si mostrarono tutt'altro che entusiasti della proposta. Fino a quel momento, in realtà, non avevano neppure pensato al nome. Erano musicisti in erba (tutti 17enni e 18enni, non dimentichiamolo!) pieni di ardore creativo, che litigavano per accaparrarsi il diritto di impadronirsi dell'unico pianoforte presente nella music room della scuola. Per il solo privilegio di ottenere un contratto discografico, erano disposti persino a legarsi a vita a Jonathan King e alla Decca Records...  
Pieni di idee ed equipaggiati con strumenti raccapezzati qua e là, entrarono dunque in sala di registrazione.

Correva l'anno 1968. I Rolling Stones sfornavano Beggar's Banquet, uno dei loro lavori migliori in assoluto; Leonard Cohen scalava le classifiche con le sue Songs; Jimi Hendrix esplodeva con Electric Ladyland; i Beatles emettevano già il loro canto del cigno con The White Album; e Dylan & The Band consegnavano al mondo i Basement Tapes. Ma era anche il periodo d'oro dei fratelli australiani Gibbs, i quali, noti con l'appellativo Bee Gees, confezionavano melodie e testi che andavano per la maggiore e per cui anche Jonathan King stravedeva. (Fortunatamente, i Bee Gees erano ancora assai distanti dalle febbri del sabato sera celebrate in isterico falsetto; quello sarebbe stato il loro secondo periodo d'oro).

Peter Gabriel & Co. non nascosero il disappunto nell'ascoltare il prodotto finito di From Genesis To Revelation. Il buon King aveva fatto aggiungere a quasi tutti i pezzi una sezione di archi, infondendo ad essi atmosfere beegeesiane. Loro invece volevano "rockare"! E, effettivamente, questo desiderio risulta evidente se riascoltiamo "The Conqueror", "In The Beginning" e il bonus track "One-Eyed Hound". Ciò che venne fuori dal ri-arrangiamento in studio fu invece qualcosa di generalmente catalogabile alla voce "soul-pop".
Tutta la pubblicità fatta a "Silent Sun" sia dal DJ Kenny Everett della BBC, sia dall'emittente pirata Radio Caroline, non servì a far decollare né il single in questione, né l'album da cui esso era ricavato.
Della prima edizione dell'LP si vendettero, sia detto per inciso, appena 600 copie.
"Successo" è una nozione relativa, come dimostra la storia di From Genesis To Revelation.
 
Più tardi, quando volevano investigare sui trascorsi di quei sensazionali rappresentanti del prog rock, i giornalisti andavano a intervistare Jonathan King a proposito di quell'eccentrico, bizzarro debutto. E lui raccomandava puntualmente: "Compratelo! Comprate il disco. E' veramente bello, e ognuna delle canzoni potrebbe diventare anche oggi un hit..."
Obiettivamente, l'ascolto è piacevole. Si tratta di piccoli gioielli senza tempo, solo leggermente velati dalla patina di una tecnica di registrazione che ai nostri giorni ci appare arcaica. Per i romantici che amano le melodie dolci e il progressive marca Moody Blues, almeno sette titoli possono benissimo trovare posto nella loro audioteca ideale: "Fireside Song", "Am I Very Wrong?", "In The Wilderness", "In Hiding", "Window", "Silent Song" e "A Place To Call My Own".
Jonathan King faceva bene a consigliare l'acquisto di quell'opera prima: lui incassava - e incassa! - le royalties...
Ma, a parte tutto, a King va uno dei meriti maggiori, e cioè aver avuto il fegato di investire su quei ragazzi sconosciuti, contribuendo così alla nascita di una leggenda.

Il filo rosso che si dipana attraverso From Genesis To Revelation è quello della storia dell'umanità, raccontata in una decina di brani (ma arrivano a sedici o diciassette con i solchi-bonus aggiunti in seguito). L'album contiene già un accenno ai miti e alle fiabe che i Genesis avrebbero poi largamente sviluppato; è, quindi, il degno prologo a una sequela di cinque capolavori: Trespass, Nursery Cryme, Foxtrot, Selling England By The Pound e The Lamb Lies Down On Broadway. Un periodo davvero magico, prima che Gabriel gettasse la spugna e che Phil Collins trasfigurasse il gruppo, sfruttandone la crescente popolarità per autopromuoversi similmente a un Giano bifronte: da una parte iniziando un'imbarazzante carriera di cantante "easy", e dall'altra andando nella direzione totalmente opposta, divenendo leader di un gruppo avanguardistico come i Brand X.   
 

Tracks:

1. Where The Sour Turns So Sweet    
2. In The Beginning    
3. Fireside Song   
4. The Serpent    
5. Am I Very Wrong?  
6. In The Wilderness  
7. The Conqueror    
8. In Hiding    
9. One Day    
10. Window    
11. In Limbo  
12. Silent Sun   
13. A Place To Call My Own  
14. A Winter's Tale   
15. One Eyed Hound    
16. That's Me    
17. Silent Sun (single version) 

 

postato da: frankobrain alle ore 13:53 | link | commenti
categorie: musica, rock, progressive
venerdì, 18 maggio 2007

Sigur Rós

L'Islanda comincia veramente ad attecchire nella nostra coscienza, così tanti sono gli artisti eccellenti che dall'alto dell'"Isola dei Ghiacci" irradiano suoni verso il resto del mondo. Conoscevamo già i Mum (oltre a Bork, chiaro!), e adesso scopriamo i Sigur Rós, una band capace di regalarci musica fatata. 
Dopo l'ascolto "informale" dei loro ágætis byrjun e di ( ) [untitled], che è servito da approccio, ancora un'altra pagina di elettropoesia: Takk... ("grazie...") è il titolo del quarto album dei Sigur Rós. 11 le canzoni/sinfonie contenute all'interno. La voce di Birgisson sempre ineffabile, vellutata - e la lingua che usa è - badate bene - l'islandese!


Sigur Rós - Takk
I Sigur Rós si servono di vibrafoni, celesta e magia. Le loro sonorità si possono "vedere", il che equivale a vedere - e toccare - il cielo.
Takk... si apre con il pezzo omonimo, che dura solo 15 secondi ma già riesce a squarciare il quadro della nostra quotidianità per permetterci di entrare in un mondo al di là del nostro. Dopo questo breve intro, si procede con "Glósóli" e "Hoppipolla", due magnifiche mini-sinfonie. "Saeglopur" invece è un vero inno al senso di appartenenza cosmica che i Sigur Rós sono maestri nel rievocare. Un altro pezzo si chiama "Mílanó" (accento sulla prima sillaba); ci siamo informati: il gruppo attorno a Jón Birgisson e Kjartyn Sveinsson (rispettivamente: "Jónsi" e "Kjarri") si riferisce effettivamente alla nostra città! E, dopo un paio di altri track che testimoniano di una creatività libera e immaginifica, il sipario si abbassa alle note di "Heysátan", un lieve planare nello spazio.

Una colonna sonora perfetta per i nostri giorni d'ibernazione prossimi venturi.

postato da: frankobrain alle ore 19:14 | link | commenti
categorie: musica, rock, pop